Spettacoli METEO, ecco dove estate e autunno si fronteggiano


Una volta veniva chiamato “fronte polare“. Poi l’appellativo coniato dalla Scuola norvegese di Bergen diretta dal professor Bjerkness, venne rivisto e superato dalle nuove scuole di meteorologia sinottica, ma la sostanza rimane la stessa. Quando le stagioni avanzano le masse d’aria si fronteggiano su brevi distanze e la teoria del fronte polare torna a suggerirci lungo quale linea avviene il braccio di ferro.

La cartina in figura (click per aprirla) è una previsione elaborata dal Met Office britannico e si riferisce al quadro calcolato dal rispettivo modello per le ore centrali di giovedì 13 settembre. I fronti e le isobare indicano quella linea di demarcazione simbolica tra estate (in rosso) e autunno (in azzurro) estesa senza grandi ondulazioni dagli Urali all’Atlantico tropicale. Una fascia di contrasto lunga 6 mila chilometri che tra non molto dovrebbe perdere quella sua andatura regolare per assumere  una maggior sinuosità.

E proprio da questo passaggio si inizierà a capire dove e come l’estate climatica farà un passo indietro in favore di una incipiente avanzata dell’avente diritto, l’autunno.

Per saperne di più VIDEO consigliato.

Luca Angelini

Il problema degli INCENDI: una mano dalle proiezioni stagionali

Durante la stagione estiva (ma non solo) gli incendi boschivi rappresentano una concreta e grave minaccia per abitazioni, infrastrutture e anche per l’ecosistema, causano danni economici ingenti e, purtroppo, anche perdita di vite umane. Seppure la maggior parte degli incendi sia dovuta a cause umane, accidentali o volontarie, l’estensione dell’incendio – in particolare delle aree bruciate – dipende in modo significativo dalle condizioni meteo-climatiche e dalle caratteristiche del “combustibile”. Giocano un ruolo fondamentale in particolare il grado di umidità e l’abbondanza del materiale combustibile a disposizione.

Gli studi condotti negli scorsi anni hanno permesso di sviluppare una serie di modelli empirici che legano l’area bruciata dagli incendi alle caratteristiche della precipitazione e della temperatura nei mesi e negli anni precedenti l’incendio. I modelli sono stati validati sui dati disponibili in Europa mediterranea e in molte altre aree del Pianeta, utili per la stima dell’area bruciata attesa a livello globale. Lo spiega Antonello Provenzale, direttore del Cnr-Igg (Istituto di geoscienze e georisorse del Consiglio nazionale delle ricerche) che ha patrocinato un importante studio a riguardo. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica “Nature Communication”.

In pratica l’approccio combina l’utilizzo incrociato dei grandi database internazionali degli incendi in affianco alle proiezioni stagionali elaborate dai vari Centri di Calcolo, allo scopo di migliorare la stima dell’importante impatto esercitato sugli incendi dalla variabilità climatica. Dal confronto è emerso che per ampie regioni del pianeta si riesce a migliorare significativamente la predicibilità a scala stagionale delle aree a potenziale rischio d’incendio, con tutti i benefici del caso, anche dal punto di vista della prevenzione e della sicurezza pubblica.

Luca Angelini

CALDO “mitologico” a inizio luglio? Non esageriamo

E’ vero, un po’ di caldo arriverà, ma andiamoci piano però… e soprattutto ridiamoci sopra e cerchiamo di capire che sta succedendo.

Anzitutto una premessa: sapete quello che succede gridando tutti i giorni “al lupo al lupo”…. Ma come, credi a Caronte poi ridicolizzi un’eventuale allerta emanata dalla Protezione Civile? Non è il caso attuale, tuttavia ci vien da pensare che sia davvero strana la mente umana, tanto capace quanto mal utilizzata. Basti rendersi conto che, tra tutti gli esseri viventi, la nostra specie è l’unica che sfrutta le proprie capacità per autodistruggersi.

E così, tali forbite menti, dopo aver taciuto ad ogni allarme procurato nel corso dei mesi e delle stagioni, dopo aver contribuito per anni a fare da lustrascarpe ai divoratori di aragoste, diventati tali a suon di notizie false e tendenziose, dopo aver creduto a Lucifero più che all’Arcangelo Gabriele, avranno ancora da ridire. E se la prendono con chi? Non con i “filodrammatici” nati, ma con coloro i quali sono sempre andati contro corrente, producendo un servizio corretto al prezzo di essere rimasti nell’oblio. Come dire: cornuti e poi anche mazziati.

Alcuni sedicenti professori della meteo-climatologia, ad esempio, giurano che il caldo è normale d’estate, c’è sempre stato, “se lo ricordano” e un ricordo vale certo più della banca dati standardizzata dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Altri giurano che non è estate se non ci sono 40 gradi.

A proposito, quel caldo epico millantato da giorni dove è finito? Sparito, o per lo meno ridotto, ancor prima di nascere. Come sempre, quando si ha troppa fretta, si finisce per arrivare dopo e male. Così i traghettatori dell’inferno (anche) questa volta se ne staranno con i battelli fermi in porto, pure se qui il Trattato di Dublino c’entra poco. Quel che resta di quella terrificante ondata di caldo presa troppo in anticipo – ma si dai ci hanno provato – non sarà nient’altro che un normale spicchio di estate mediterranea.

Qualcuno, pur di aver ragione, riuscirà a tirar fuori comunque i mitici 40 gradi. Si, magari presi da una starata stazione amatoriale appoggiata su un terrazzo appena catramato della Tiburtina, oppure sopra una colonnina SOS ribaltata sull’asfalto della Carlo Felice in basso Campidano. Qualcun altro cercherà un’ulteriore maldestra  difesa: “I modelli hanno ritrattato”, I modelli sono nel pallone”, I modelli non ci capiscono niente”. Vada per l’appassionato, ma i sedicenti professionisti? Ricordiamocelo, i nostri modelli fisico-matematici – che sono prodotti numerici di grande pregio e non protagonisti di “Uomini e Donne”- non han fatto nient’altro che il proprio dovere: hanno ricalcolato giorno dopo giorno gli scenari utilizzando dati freschi… Che siano stati troppo freschi questa volta?

Luca Angelini

 

Anche una primavera particolarmente piovosa ha i suoi benefici

Come sappiamo la primavera è stagione di transizione, una cerniera tra l’eredità dell’inverno che ancora domina alle alte latitudini e i prodromi dell’estate che invece scaldano i motori al di là del Mediterraneo. La primavera dunque, proprio per via di questo continuo braccio di ferro, è stagione di forti contrasti favorevole alle precipitazioni. E’ quindi normale che piova in primavera, evenienza che invece durante l’estate tende a diminuire per concentrarsi essenzialmente a ridosso delle zone alpine.

Ma cosa succede se in primavera piove molto? E se piove invece molto poco?

Per spiegarlo ci serviamo della cartina allegata qui sotto: ci mostra l’attuale situazione dei suoli in relazione al quantitativo di umidità da essi contenuti. Per l’Italia si nota ad esempio che al nord e nelle zone interne del centro i suoli sono intrisi d’acqua per diversi centimetri di profondità. Situazione opposta invece sull’Europa centrale dove i terreni in superficie sono piuttosto aridi.

Ebbene dovete sapere che quell’acqua contenuta nel terreno funziona come un isolante; il terreno bagnato possiede infatti un’inerzia termica maggiore rispetto ad un suolo secco. A parità di energia solare incidente (o di avvezioni di aria calda) un suolo umido smaltirà parte del calore per attuare i processi di evaporazione, limitando così l’aumento delle temperature, cosa che non avviene invece in caso di terreni secchi, dove tutta l’energia incidente contribuirà al riscaldamento.

Nel primo caso (suolo bagnato) le temperature saliranno ma l’ascesa verrà presto rallentata o interrotta, mentre nel secondo caso (suolo secco), l’ascesa continuerà accumulando calore. E’ stato calcolato che la differenza tra un suolo particolarmente umido e uno particolarmente secco si aggira intorno a 2,5 –3°C.

Ora, potete ben capire che, nel caso sopravvengano ondate di calore estive, con apporto di aria rovente dal nord Africa, una primavera particolarmente piovosa può contribuire a mitigare in parte gli effetti, ritardandoli oltretutto nel tempo. Sono solo 3 gradi è vero, ma possono fare la differenza.

Luca Angelini

Retrospettiva dell’intenso nubifragio di mercoledì 16 maggio a Milano

Senza la pretesa di essere esaustivi, abbiamo comunque sentito la necessità di dare un’interpretazione tecnica al violento temporale che ha investito in pieno la città di Milano tra il pomeriggio e la sera di mercoledì 16 maggio.

La figura qui sotto, e ancor più l’animazione radar fornita nel video in fondo all’articolo (i dati sono a cura del Centrometeolombardo), ci danno una mano per comprendere le dinamiche che hanno lavorato alla nascita di questo autentico “mostro” del cielo.

Tutto parte quando a Milano splende il sole. I primi temporali orografici interessano da un lato (ossia a nord del Capoluogo lombardo) la fascia prealpina tra il Ticino svizzero e il solco del lago di Como in direzione della Brianza. Contemporaneamente dall’altro lato (ossia sul versante pavese dell’Appennino ligure) parte un’altra figura temporalesca multicellulare con sviluppo verso la Lomellina.

Ebbene l’aria fredda che fuoriesce dai rispettivi temporali, crea il cosiddetto “outflow boundary“, ossia un canale freddo che scende attraverso le valli Tidone e Staffora in direzione nord, proprio mentre lo stesso accade attraverso le valli Lario in verso opposto.

Le due correnti finiscono per scontrarsi proprio sulla città di Milano, dove l’isola di calore urbana viene sollevata in blocco e fornisce l’innesco di un temporale di particolare intensità (tecnicamente classificabile come “Quasi Linear Convective Sistem”)anche accompagnato da grandine, elevata attività elettrica (fulmini) e un crollo termico di quasi 10°C in poche decine di minuti.

Impressionanti i rain-rate massimi, ossia l’intensità oraria della pioggia nel momento di picco, dell’ordine di oltre 500 millimetri all’ora, pari ad un diluvio equatoriale. I quartieri maggiormente interessati sono stati quelli ad ovest e a sud-ovest della città, dove sono caduti fino a 60 millimetri (60 litri d’acqua su ogni metro quadrato) in soli 30 minuti.

Il sistema temporalesco poi, seppur attenuato, insiste sulla città anche in serata traslando lentamente verso sud, trasportato dalle deboli correnti in quota, mentre la parte intensa dello stesso procede verso il Varesotto sotto la spinta dell’outflow prevalente (da sud-est), dove replica il corollario dei fenomeni visti nel Milanese.

Luca Angelini

Arriva la NEVE e scende il silenzio

Arriva la neve e tutto si ferma. Cessano anche i rumori, le grandi città mettono da parte il loro normale frastuono e si lasciano abbracciare da quella atmosfera ovattata che contribuisce ad accompagnare scorci inusuali. Angoli di quotidianità che diventano paesaggi remoti, grigi marciapiedi che escono dalla realtà per vestire la tela di un pittore.

L’atmosfera che crea la neve è unica, ma non è solo una suggestione: le nevicate abbondanti riescono a rendere tutto ovattato quasi surreale, ed il motivo è da ricercare nella fisica.

I fiocchi di neve sono leggerissimi, sia perchè l’acqua è uno dei pochi liquidi in natura che non raggiunge la sua massima densità allo stato solido (la raggiunge a quello liquido a +4°C), sia anche perché la struttura del cristalli di neve contiene molti spazi pieni d’aria. Per questo i fiocchi, a temperature sotto lo zero, cadono lentamente e quando si depositano a terra non si schiacciano ne si comprimono, ma si appoggiamo semplicemente l’uno sul’altro.

Proprio ai “vuoti d’aria” che ci sono nella neve dobbiamo il silenzio che percepiamo quando le nostre città sono innevate. La neve in sostanza fa da isolante, anche acustico. I rumori, che poi altro non sono se non onde sonore, vengono filtrati e assorbiti dallo strato di neve fresca: ne bastano 2 centimetri perché i rumori ambientali non si propaghino più nell’atmosfera.

La riduzione del rumore è molto più evidente subito dopo una nevicata, mentre tende ad attenuarsi man mano che passa il tempo e la neve perde la “freschezza”. La neve infatti, con il passare del tempo, va incontro a complessi processi di trasformazione che vanno man mano a chiudere gli spazi vuoti. Se le temperature rimangono basse la neve si comprime e diventa compatta, se salgono le intercapedini vengono riempie di elementi d’acqua: è l’inizio della fusione. E del ritorno dei rumori…

Luca Angelini

Spruzzata di NEVE a Roma questa sera? Perchè no?

Spendiamo volentieri due parole su un evento sempre molto atteso dagli amici Romani, quello della NEVE nella città più bella del mondo. Una possibilità  già messa sul piatto in questo VIDEO meteo e che ora siamo qui a confermare.

Utilizzando il prodotto rappresentato in figura (si chiama meteogramma), elaborato sulla base del modello americano GFS, si ricava una sorta di spaccato dell’atmosfera sulla verticale della città capitolina, con alcuni importanti elementi di prognosi che, per quanto qui semplificati, possono essere utili per capire se, come e quando nevicherà.

Chi non è interessato all’analisi tecnica (per quanto molto semplificata), può saltare subito sotto dal capoverso “in conclusione”.

  • 1) Noi invece partendo dall’alto della figura qui sopra, dove abbiamo il grafico delle precipitazioni previste, con accumuli in millimetri per ora. Si nota che tra le 22.00 e le 05.00 UTC (ossia tra le 21.00 e le 04.00 locali) ci saranno precipitazioni moderate.
  • 2) Il secondo grafico sotto rappresenta lo spessore della colonna d’aria dal suolo sino alla superficie di 500hPa. Quando quest’ultima è inferiore a 5.400 metri di altezza geopotenziale (molto simile alla quota geometrica quindi se vi viene più facile pensatela così) significa che l’aria è fredda e favorevole alla caduta di neve fino al suolo. E questo è quello che risulta nella fascia oraria sopra indicata.
  • 3) Questo viene confermato anche dal campo di temperatura previsto alla superficie di 850hPa, che corrisponde ad una quota geometrica di circa 1.500 metri e che oscilla tra i -2°C e i -4°C, sempre nella fascia oraria serale-notturna tra domenica 25 e lunedì 26 febbraio.
  • 4) Scendendo al suolo si può constatare che, sempre in quella fascia oraria, la temperatura dell’aria si attesterà su valori prossimi allo zero, tra +3°C e 0°C. In considerazione del fatto che, i corrispondenti valori di “bulbo bagnato” (una speciale temperatura, qui non segnalata, e che comprende il raffreddamento dell’aria da parte della precipitazione in caduta) sono sotto lo zero per la secchezza dell’aria, si evince che i valori positivi della temperatura scenderanno a 0°C nel momento in cui la precipitazione sarà più intensa. E questo ricade ancora nella fascia oraria suddetta.
  • 5) Infine, particolare da non trascurare, il passaggio sulla zona del minimo di pressione, rilevabile dall’ultimo grafico in basso.

Dunque, IN CONCLUSIONE: le timide schiarite di domenica mattina saranno seguite da annuvolamenti in rapido sviluppo, cui si aggiungerà anche qualche rovescio di pioggia nel corso delpomeriggio. Dalla sera subentrerà poi un calo delle temperature e una intensificazione delle precipitazioni, con la pioggia che potrà trasformarsi in neve a partire dalle 20.00-22.00 fino alla seconda parte della notte su lunedì.

Una situazione come quella descritta non garantisce eventuali accumulo di neve al suolo, anche se nel corso delle precipitazioni più intense potrà indubbiamente imbiancare a macchia di leopardo, soprattutto nei quartieri alti e/o orientali della città. Insomma al più, un velo bianco, qualche centimetro qua e la; nulla di paragonabile con la nevicata del 1985 ovviamente…. Ma che fascino!

Luca Angelini

Tutta la verità sullo Stratwarming 2018

Gli amici del Comitato Tecnico Scientifico potrebbero certamente fare molto meglio del sottoscritto, entrando in analisi tecniche particolarmente approfondite. Ma lo scopo di questo editoriale è quello di spiegare con parole semplici ai molti appassionati e alla gente comune cosa sta accadendo nella stratosfera e quali potrebbero essere le conseguenze a livello pratico sul tempo di casa nostra.

Qualcuno già parla di un 1985 bis. A costoro non possiamo che rispondere non senza un pizzico di amarezza.

Amarezza perchè, come sempre, nel mondo dell’informazione meteorologica la fanno da padrone coloro i quali dovrebbero occuparsi d’altro e che, loro malgrado, stanno riuscendo a tirar dentro anche alcuni illustri professionisti. Si, perchè il giochetto di illudere i lettori scrivendo quello che loro vorrebbero sentirsi dire, è un businness troppo ghiotto per non lasciarsi andare ad un irriverente scivolone deontologico. Tanto tra due settimane nessuno si ricorderà nulla di quanto è stato annunciato e non si è poi verificato. E saremo punto e a capo.

Ma allora, come stanno esattamente le cose?

Partiamo dal comprendere il processo che sta per manifestarsi nella stratosfera polare e, per farlo, iniziamo dall’esauriente analisi descritta in questo editoriale. Ora che sappiamo di cosa stiamo parlando possiamo fare un piccolo passo avanti e, sempre nel limite che la scienza ci impone, cercare di sbrogliare la matassa per capire le eventuali conseguenze.

A tal proposito ci serviamo delle figure allegate per approfondire il discorso. Partiamo dalla figura n.1 (qui sopra, click per aprirla): si tratta di una sezione verticale dell’emisfero nord. 0N è l’Equatore, 90N è il Polo Nord. A 45N ci siamo noi, l’Italia. La vista è quindi verso ovest. La scala graduata a sinistra indica la quota (in coordinate isobariche). Da 1 a 50hPa si estende la stratosfera, sotto c’è la troposfera. Le aree a colore caldo (rosso e arancio) indicano venti portanti a prevalente componente occidentale (che quindi ci vengono incontro), quelle a colore freddo (blu e azzurro) indicano venti orientali (che ci arrivano alle spalle) .

E ora veniamo al dunque.

Figura n.1: si riferisce alla situazione attuale (sabato 10 febbraio). Si notano venti orientali nella stratosfera equatoriale (in linea con l’andamento negativo dell’indice QBO) e venti occidentali su tutti gli altri settori, a parte una piccola anomalia sopra il Polo.

Figura n.2: si riferisce alla situazione tra sette giorni (sabato 18 febbraio). Si nota una vistosa inversione dei venti in stratosfera, che si disporranno da est dal Polo fin quasi a 30N (fascia subtropicale). Queste sono le conseguenze dello Stratwarming di tipo Major. Scendendo di quota però, in troposfera laddove si svolgono i fenomeni meteorologici, si nota che i venti rimarranno disposti dai quadranti occidentali, con solo una piccola estensione dell’anomalia vista prima sopra il Polo, la quale si allunga con una debole inversione da est sino a 60N (nord Europa).

Tutta la descrizione è anche suffragata dal grafico probabilistico allegato in figura n.3 (qui sopra). Notate le conseguenze dello stratwarming che va a invertire i venti tra il 14 e il 17 febbraio. Ma in quel periodo, come abbiamo visto, il tutto si limiterà alle quote superiori, non ci sarà passaggio in troposfera.

Ora, senza venti orientali al suolo, il gelo NON potrà MAI arrivare fino a noi e pertanto, a livello concreto, noi di tutto questo, neanche ce ne accorgeremo, con buona pace per tutti coloro che si aspettano un 1985 bis.

Luca Angelini

Se modelli matematici e sogni non vanno d’accordo

Siamo sinceri: molti sedicenti appassionati meteo – che in realtà sono semplici amanti del gelo e della neve, quelli che compaiono a settembre e spariscono a marzo – proprio non lo riescono a farsene una ragione. Fin qui non ci sarebbe nulla da dire, visto che sognare è lecito e fa anche bene all’umore; il problema però nasce quando l’onda lunga dei forum e dei social propina questi sogni in pubblico spacciandoli come realtà, salvo poi generare isterie collettive nel caso (quasi all’ordine del giorno) di smentite.

Il classico: partire dalla corsa operativa di un modello – prendiamo ad esempio il noto modello americano GFS – e tirar fuori quella che mostra uno scenario interessante a distanze siderali (si parla anche di oltre 300 ore, che sono quasi due settimane). Così nasce il sogno, poi però la realtà, man mano che passano i giorni, diventa ben altra cosa.

E allora si da contro i modelli,  magari senza neanche sapere che dietro quelle cartine colorate ci sono decenni di studi condotti e raffinati da valenti fisici, matematici, statistici. “I modelli sbagliano”. No signori, non sono i modelli che sbagliano, è il modo di adoperarli che è sbagliato. Un modello non ha anima ne sentimenti: un modello è un sistema di equazioni da risolvere. Le soluzioni sono sempre giuste, quelli che cambiano, di giorno in giorno, sono i dati di partenza, quelli del tempo che fa e che non è mai esattamente come lo si era previsto il giorno prima. Interpretare un modello fisico matematico non significa solo riconoscere dei colori, ma implica almeno la conoscenza dei complessi processi fisici della Sinottica e i principi base della Fisica. Una cosa non da tutti e che pertanto dovrebbe essere prerogativa di chi è abilitato a farlo.

In ogni caso, l’errore più comune è quello di prender per buona una singola corsa (detta deterministica) a grandi distanze temporali, ignorando tutte le altre parallele elaborate dal modello. Si, perchè il nostro modello GFS non elabora solo lo scenario operativo (la nostra corsa deterministica), ma nel sforna ben 22 parallele (vedi figura 3 qui sotto). Questo perchè, introducendo piccole varianti allo stato iniziale, è possibile by-passare per via statistica l’errore inevitabile che si genera nei calcoli (detto errore stocastico).

Un esempio concreto: Se prendo la sola corsa deterministica (P1) relativa al giorno 31 gennaio (sono 312 ore di anticipo) ho il quadro rappresentato nella figura 1 (in alto): alta pressione, tempo soleggiato e mite. E le altre 21 corse? Se ad esempio prendo la corsa P16, vedi figura 2, che è l’esatto opposto della P1 (vortice ciclonico, maltempo), cosa ho risolto? Quale delle due sarà quella corretta? Risposta: probabilmente nessuna delle due, perchè entrambe sono equiprobabili.

Probabilmente…. ecco la parola magica da utilizzare, la probabilità. Non si deve analizzare un solo scenario, ma mettere insieme tutti gli scenari, raggruppare quelli simili e constatare quanto sono probabili rispetto allo scenario medio. Un procedimento difficile da compiere “ad occhio”, vero. Fortunatamente esistono prodotti probabilistici già pronti, atti allo scopo che si devono utilizzare per esaminare l’evoluzione a distanze temporali oltre i 5-6 giorni, ma sempre mai oltre i 10-12 giorni. Procedendo in questo modo avremo quindi sott’occhio il quadro evolutivo più probabile e il livello di attendibilità dello stesso. Insomma un modo per sognare di meno vero, ma anche per evitare inutili perdite di tempo e soprattutto cocenti delusioni.

Luca Angelini

Che sciroccata! Il nord-ovest si riprende il maltolto

Tanti mesi di siccità, più di un anno e mezzo, ma ora qualcosa finalmente si smuove. Ci voleva lo Scirocco per porre rimedio ad una situazione di deficit idrico certamente importante che affligge le regioni di nord-ovest. Il problema, se così si può dire, è che questo Scirocco arriva nel cuore dell’inverno, relegando in tal modo le potenziali nevicate solo alle quote di montagna, mediamente tra 1.200 e 1.500 metri.

A questo giro ne verrà proprio tanta, così tanta da creare probabilmente criticità sia a livello di sovraccarico dei crinali, sia per la viabilità in quota come anche per la gestione sicura degli impianti sciistici, che in questo periodo vanno a pieno regime. Per tutto quelo che serve sapere vi rimando a questo apposito approfondimento.

La dinamica degli eventi è ben spiegata in questo video e vedrà già da lunedì 8 gennaio precipitazioni importanti su Piemonte, Valle d’Aosta e Ponente ligure. Non dimentichiamo anche l’azione trasversale dello Scirocco lungo l’Adriatico, grazie al quale ulteriori precipitazioni (sempre neve a quote alte) andranno ad interessare Veneto e Friuli Venezia Giulia.

E sul resto dell’Italia cosa accadrà?

Sul resto del nord avremo cieli grigi e tempo uggioso, con nebbie in pianura, mentre al centro, al sud e sulle Isole Maggiori si avranno alternanza di annuvolamenti e schiarite, in un contesto decisamente ventoso, ma mite e con mari agitati.

Lunedì sera le precipitazioni guadagneranno però tutto il nord, ad eccezione della pedemontana emiliana orientale e della Romagna. poi passeranno direttamente al centro e al sud tra martedì 9 e mercoledì 10, pur se in maniera più rapida e sbrigativa.

A seguire affluirà aria un po’ più fresca, la quale ci promette di introdurre una successiva fase meteorologica certamente più improntata ad un inverno più classico a partire dalla seconda decade di gennaio.

Luca Angelini

 

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