Arriva la nuova App MeteoNetwork: più veloce, più interattiva e più bella!

L’applicazione MeteoNetwork cambia radicalmente, puntando sulla fluidità delle mappe, sulla semplificazione dell’interfaccia e sulla facilitazione della sua usabilità. Ed è ovviamente gratuita. L’intento è di trasformare la consultazione dei dati meteorologici in un’esperienza unica.

Disponibile su Google Play

A cosa serve?
L’applicazione MeteoNetwork ti consente di restare connesso con più di 1150 stazioni meteo in tutta Italia e non solo, e di conoscere e far conoscere le condizioni meteorologiche in atto sul territorio.

Come funziona?
Attraverso la funzione DatiRealTime, sfruttando il GPS del tuo dispositivo, puoi controllare sempre le informazioni che ti servono navigando agevolmente lungo il territorio e selezionando i principali parametri meteorologici. Per una consultazione più rapida e specifica puoi anche utilizzare la funzione Ricerca cercandole per località. Salvando le tue stazioni meteo in Preferiti, inoltre, avrai la possibilità di consultarle ancora più rapidamente con un semplice click.
La nuova App MeteoNetwork ti consente anche di diventare il protagonista con ScopriMeteo, segnalando le condizioni del tempo in modalità live attraverso una foto e consultando le altre segnalazioni in tempo reale attraverso la funzione “MeteoStream”.

Occorre registrarsi?
Si, la registrazione è richiesta ma solo la prima volta. È fondamentale a garantire la personalizzazione dell’App sulla base delle esigenze di ciascun utente, accrescendone l’esperienza di utilizzo.
È sufficiente registrarsi mediante indirizzo mail e password o collegandosi al proprio account facebook.

Dove è possibile scaricarla?
L’App MeteoNetwork è disponibile sia su PlayStore sia su AppStore .

Prima di scaricarla devo avere alcune accortezze?
Assolutamente si.
Se in passato hai utilizzato la precedente App MeteoNetwork o di recente le prime versioni della nuova, eliminale,  pulisci la cache e prosegui con la nuova installazione.

TEMPO ESTREMO: SEVERE WEATHER 2017

Un evento organizzato da MeteoNetwork e Estremi Meteo4 sotto il patrocinio di AISAM, l’Associazione Italiana di Scienze dell’Atmosfera e Meteorologia  e del Comune di Verona. Questa la novità più rilevante di Tempo severo: severe weather 2017, il convengo che si è tenuto a Verona sabato 14 ottobre, con interventi sia da parte di appassionati che di professionisti della meteorologia, moderato da Marco Giazzi e Marco Tadini di MeteoNetwork, e conclusosi con un appassionato intervento del Prof. Dino Zardi, Presidente di AISAM.
Proprio il prof. Zardi ha ribadito il valore dell’associazionismo nel campo della meteorologia, del valore aggiunto che le associazioni possono portare quando collaborano per un fine comune (e l’organizzazione di questo evento ne è un esempio!), rimandando all’imminente Festival della Meteorologia di Rovereto (17, 18 e 19 novembre prossimi) per la presentazione della neonata Sezione delle Associazioni di AISAM, costituitasi con il contributo delle prime quattro associazioni iscrittesi ad AISAM con la qualifica di Soci Collettivi: Emilia Romagna Meteo, Meteo Trentino Alto Adige, Meteo Triveneto e MeteoNetwork.
Tornando a Severe Weather 2017, sono nell’ordine intervenuti:

Alberto Gobbi: “Radarmeteorologia: monitoraggio temporali intensi tra Veneto ed Emilia-Romagna”

Alberto Gobbi, classe 1981, è socio dell’Associazione MeteoNetwork ONLUS, laureato in Scienze Forestali e Ambientali e Dottore di Ricerca in Idronomia Ambientale presso il Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-Forestali dell’Università degli Studi di Padova. Coordinatore del team di autori per la stesura del libro “Temporali e Tornado”, ed. Alpha Test (2009), autore del sito www.fenomenitemporaleschi.it e relatore a vari corsi di formazione per osservatore di fenomeni meteo intensi e cacciatore di temporali. Attualmente lavora presso l’Agenzia Interregionale per il Fiume Po come collaboratore idraulico.

Marco Rabito: “Conoscere il tempo che cambia e autoproteggersi: l’impegno dell’Associazione Serenissima Meteo”
Marco Rabito, presidente dell’Associazione SerenissimaMeteo, previsore del tempo e divulgatore scientifico. E’ da molti anni previsore e referente su meteorologia e clima per televisione, radio e quotidiani. E’ consulente per il sindaco di Vicenza, in merito alle situazioni di attenzione e allerta meteorologica. Referente responsabile per il Comune di Vicenza, Assessorato all’Istruzione e alle Politiche Giovanili, per il progetto a propria firma: “Meteorologia e Clima nelle scuole del Vicentino” che lo porta a tenere regolarmente lezioni di meteorologia presso istituti scolastici di ogni ordine e grado. E’ apprezzato docente di meteorologia e clima presso la Fondazione Rezzara, Università degli Adulti e Terza Età di Vicenza. Tiene regolarmente corsi di meteorologia e serate divulgative per svariati Enti ed Associazioni. Ha esperienza di stormchasing in territorio americano. E’ autore del libro “Tornado Alley”.

Pierluigi Randi: “Applicazione Szilagy Waterspout Nomogram e Szilagy Waterspout Index (swi) nella previsione delle trombe marine su alto Adriatico”
Pierluigi Randi, dal 2000 è socio fondatore di Meteocenter s.r.l., di cui è responsabile su meteorologia, climatologia, didattica e dati. Ha conseguito la certificazione di “Tecnico Meteorologo”, in conformità alle raccomandazioni WMO n° 1083, nel 2016. Dal 2002 svolge corsi multilevel di meteorologia/climatologia/agrometeorologia per indirizzi di ogni ordine e grado. Relatore/divulgatore in campo meteorologico e climatologico. Dal 2011 ricopre il ruolo di consulente presso alcune aziende per la previsione di scenari meteorologici a medio-lungo termine ad uso energy-trading. Dal 2015 fa parte dello staff tecnico-scientifico del portale Emilia-Romagna meteo con la carica di segretario dell’Associazione di Promozione Sociale (APS) ASMER. Socio AISAM, nel corso degli anni ha approfondito le proprie competenze su studio, analisi e previsione dei fenomeni temporaleschi, coautore del libro “Temporali e tornado”, I e II edizione, 2006 Alpha Test editrice.

Marco Tadini: “Tempo estremo: la gestione del severe weather in meteorologia aeronautica”
Marco Tadini è Vice Presidente di MeteoNetwork. Meteorologo professionista, è responsabile del servizio meteorologico di Enav.

Simone Buttura e Massimo Merzari: “Caratteristiche dei temporali nel Veronese”
Massimo Merzari è ingegnere per l’ambiente ed il territorio, consigliere Estremi di Meteo4, volontario Protezione Civile. Nella professione opera nell’idraulica ed idrologia.
Simone Buttura è studente di ingegneria per l’ambiente ed il territorio e previsore per il progetto Pretemp.

Silvio Davolio: “I modelli meteorologici: potenzialità, limiti applicazioni alla previsione di eventi intensi”
Silvio Davolio è laureato in Fisica (indirizzo Geofisico), conseguita presso il Dipartimento di Fisica – Università degli studi di Modena. Ricercatore presso gli istituti CNR ed ISAC (Bologna), è membro di commissione di dottorato presso il Dipartimento di Fisica dell’Università delle Isole Baleari (UIB) e presso ETHZ (Zurigo). Membro di numerose commissioni per conferimento di assegni di ricerca CNR, ha interessi scientifici in dinamica atmosferica, modellistica numerica, assimilazione dati, meteorologia. Esperto e stimato modellista (Moloch ISAC-CNR), ha scritto diversi articoli divulgativi su temi inerenti alla modellistica numerica meteorologica, le tecniche di previsione meteorologica e analisi delle carte, assimilazione dati nei modelli meteorologici, fenomeni meteorologici. Autore di innumerevoli pubblicazioni scientifiche, vanta partecipazioni a seminari, workshop e congressi a livello nazionale ed internazionale.

 

Le presentazioni di Simone Buttura con Massimo Merzari e il Prof. Silvio Davolio non sono disponibili sul sito in quanto di dimensioni ragguardevoli e WordPress non consente il caricamento di file oltre una certa dimensione, vi rimandiamo quindi al video :

Ed ecco alcune foto dell’evento scattate da Matteo Moro

Alberto Gobbi
Marco Rabito
Marco Tadini
Pierluigi Randi
Massimo Merzari e Simone Buttura
Silvio Davolio
Conclusioni finali con l’intervento del Prof. Dino Zardi, presidente AISAM

L’uragano Ophelia alle porte dell’Europa : un’ottima occasione per fare didattica.

Col permesso del Dott. Vincenzo Ferrara, abbiamo riportato sulla nostra home page un suo post  pubblicato su FaceBook, un post troppo prezioso per permettere che venisse “perso” nei meandri del noto social.

Un grazie al Dott. Ferrara per aver consentito la pubblicazione del suo post qui sulla nostra home.

L’uragano Ophelia sarà depotenziato da un principio della fisica: la conservazione della vorticità assoluta ovvero la conservazione del momento della quantità di moto.

Il vortice ciclonico “Ophelia”, classificato secondo la scala Saffir-Simpson, come uragano di categoria 2 , nel suo spostamento verso le alte latitudini perderà via via la sua vorticità ciclonica (acquisita sulle acque oceaniche calde tropicalie subtropicali) perché, in ossequio ad un principio della fisica (la conservazione del momento della quantità di moto): più il vortice ciclonico Ophelia si sposta verso nord e maggiore sarà la perdita della sua vorticità. E’ come dire che spostandosi verso nord non avrà alcune effetto da “uragano” e sarà indistinguibile da una qualsiasi normale perturbazione.

Questo principio della fisica stabilisce in pratica che:

– le masse d’aria che si muovono dalle basse verso le alte latitudini (da sud verso nord), devono diminuire la propria vorticità ciclonica oppure devono aumentare la propria vorticità anticiclonica: in pratica, devono acquistare una rotazione in verso orario,

– le masse d’aria che si muovono dalle alte verso le basse latitudini (da nord verso sud) devono aumentare la propria vorticità ciclonica oppure devono diminuire la propria vorticità anticiclonica: in pratica, devono acquistare una rotazione in verso antiorario.

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Qui una nota (didattica) esplicativa per i “non addetti ai lavori”

L’EFFETTO DELLA ROTAZIONE TERRESTRE SUI MOVIMENTI DELLE MASSE D’ARIA

La circolazione generale dell’atmosfera potrebbe essere schematizzata con un ciclo molto semplice, dal momento che il riscaldamento della fascia equatoriale, pur con le fluttuazioni giornaliere e stagionali, è persistente, così come persistente è il raffreddamento delle aree polari. L’aria calda equatoriale meno densa e più leggera sale in quota fino all’alta troposfera e si dirige verso le aree polari, scaricando via via il suo calore e raffreddandosi finchè diventata fredda, più densa e più pesante tanto da precipitare giù sulle aree polari. Nel frattempo, l’aria polare (artica ed antartica) fredda e più pesante scorre al suolo verso le basse latitudini, acquisendo via via calore mentre si dirige verso l’equatore, dove si scalda, diventata meno densa e più leggera, tanto da salire in quota per ricominciare il ciclo.

Nella realtà, invece, tutto ciò non accade. La rotazione terrestre, infatti, impedisce la formazione di questo circuito. Se, poi, si aggiungono tutte le altre complicazioni derivanti dall’alternarsi delle stagioni, dalla disomogeneità della superficie terrestre e dalla natura degli scambi di calore, la circolazione atmosferica diventa parecchio complicata. Per poterla schematizzare nella sua struttura di base, useremo alcune semplificazioni partendo dalla causa principale che determina le modifiche alla grande circolazione planetaria delle masse d’aria: la rotazione terrestre.

1) La velocità di rotazione terrestre ovvero la “vorticità assoluta”.

La rotazione della terra attorno al suo asse tracina nel suo movimento i continenti, le masse d’aria e le masse d’acqua oceaniche. La terra, vista dallo spazio, al di sopra del polo nord, ruota in verso antiorario con una velocità angolare di 1 giro al giorno (15° ogni ora, ovvero 0,26 radianti/ora). Tutto ciò che sta sulla terra, compresa l’atmosfera che è a contatto con la superficie terrestre, ruota con la stessa velocità angolare.

La velocità angolare terrestre è un valore costante, non cambia nel tempo e non può in nessun modo essere variata, a meno di un evento catastrofico planetario (per esempio per collisione con un altro pianeta o per cambiamento della forma e delle dimensioni della terra). Questa velocità angolare prende, infatti, il nome di “vorticita assoluta” dove il termine vorticità, che è un conceto della fisica, esprime lo stato rotazionale attorno ad un asse di rotazione. Se la rotazione ha il verso antiorario delle lancette dell’orologio, la vorticità viene detta “ciclonica” (o positiva), se, viceversa, ha un verso orario, la vorticità viene detta “anticiclonica” (o negativa).

Pertanto: LA VORTICITA’ ASSOLUTA TERRESTRE E’ COSTANTE ED E’ CICLONICA.

Guardando, ancora, la terra dallo spazio ci accorgiamo, però, che, nonostante la vorticità assoluta sia la stessa dappertutto, la velocità lineare o periferica con cui si muovono i diversi punti sulla superficie sferica della terra in rotazione attorno al suo asse è diversa e dipende dalla distanza dall’asse di rotazione terrestre (ovvero dipende dalla latitudine).

L’urgano Ophelia visto dal satellite

All’equatore, dove è massima la distanza della superficie terrestre dall’asse terrestre, la velocità periferica di rotazione, cioè la velocità con cui ruota suolo e masse oceaniche equatoriali, è pari a circa 1670 km/ora ed è diretta da ovest verso est, alle medie latitudini dell’Italia, il mar Mediterraneo ed il territorio italiano suolo e masse oceaniche ruotano da ovest verso est con velocità più bassa e pari a circa 1250 km/ora. Le zone artiche del circolo polare artico (ma lo steso accade alle zone antartiche) ruotano a velocità molto più bassa e pari a circa 650 km/ora da ovest verso est, mentre la velocità periferica si riduce praticamente a zero nei pressi dei poli. In pratica le zone polari ruotano attorno a se stesse.

Se, ora, dallo spazio scendiamo sulla superficie della terra, dove su ciascun punto della superficie terrestre il sistema di riferimento geogrtafico è costituito dal “piano orizzontale” perpendicolare alla forza di gravità (e al raggio terrestre) e dalla “verticale al piano orizzontale” che coincide con la direzione della forza di gravità (e del raggio terrestre), gli effetti della rotazione terrestre risultano molto diversi da luogo a luogo, soprattutto se i diversi luoghi hanno diversa latitudine cioè non sono allineati sullo stesso parallelo.

Oltre alla diversa velocità periferica sul piano orizzontale, come abbiamo visto prima, appare molto diversa, da luogo a luogo, anche la “VORTICITA’ ASSOLUTA” perché l’asse verticale, a cui si fa riferimento per i fenomeni di rotazione, cambia da luogo a luogo.

Nel sistema di riferimento geografico terrestre, infatti si parla di “VORTICITA’ TERRESTRE”, la quale è massima ai poli, dove la verticale sulla superficie orizzontale coincide con l’asse terrestre e dove, quindi, la “vorticità terrestre” coincide esattamente con la “vorticità assoluta”, mentre è minima all’equatore, dove la verticale sulla superficie orizzontale è perpendicolare all’asse terrestre e, dove, quindi la “vorticità terrestre” diventa inesistente.

Se paragoniamo ora la vorticità terrestre alla velocità periferica terrestre ci accorgiamo che dove la velocità periferica è massima (1670 km/ora all’equatore) la vorticità terrestre è minima (cioè nulla) e viceversa, dove la vorticità terrestre è massima (0,26 radianti/ora o 15°/ora ai poli), la velocità periferica terrestre è minima (cioè nulla).

2) La vorticità relativa influenzata dalla forza di Coriolis

Orbene, fintanto che tutto rimane fermo e solidale con la terra che ruota, tutto appare normale e nessuno nei diversi luoghi della terra si accorge di nulla, ma se ci sono spostamenti (abbastanza significativi) di un qualsiasi oggetto da un luogo ad un altro della superficie terrestre, gli effetti della rotazione terrestre si fanno sentire, sia che si tratti di un oggetto come proiettile di artiglieria di lunga gittata, sia che si tratti di un oggetto come una massa d’aria o una masse d’acqua oceanica. Gli effetti più evidenti, però, si osservano sui grandi movimenti che hanno una traiettoria prevalente di tipo meridiano cioè nella direzione nord-sud o viceversa.

Come abbiamo visto prima, un oggetto posto all’equatore viaggia, per effetto della rotazione terrestre, da ovest verso est alla velocità di 1670 km/ora. Se questo oggetto si sposta dall’equatore verso nord, la velocità periferica con cui viaggia la superficie terrestre diventa sempre più bassa. Alle nostre latitudini dove la velocità periferica è attorno ai 1250 Km/ora, l’oggetto proveniente dall’equatore, se non ci sono stati fenomeni di attrito che ne hanno rallentato la sua velocità periferica iniziale, ha un surplus di velocità di 420 km/ora cioè di oltre il 30% rispetto alla situazione esistente. Pertanto si trova in anticipo e molto più ad est rispetto al meridiano di partenza. Il risultato è una deviazione verso destra rispetto alla sua traiettoria iniziale. Se, invece, un qualsiasi oggetto si sposta in direzione sud dalle nostre latitudini verso l’equaltore (dove la velocità periferica è maggiore) si ritrova in ritardo e spostato verso ovest rispetto al meridiano di partenza. Anche qui il risultato è una deviazione verso destra rispetto alla traiettoria iniziale.

Gli effetti della rotazione terrestre di un qualsiasi oggetto, e quindi anche delle masse d’aria, in moviemto nel sistema di riferimento sferico rotante della terra, sono rappresentati, in fisica e in meteorologia, da una forza, detta forza di Coriolis (dal nome dello scopritore), che dipende dalla velocità della massa d’aria e dalla latitudine.

Questa forza, che non è reale ma “apparente” (perché appare solo nei movimenti in questo tipo di sistema di riferimento) costringe, in pratica, una massa d’aria che si sposta di latitudine a ruotare verso destra cioè ad assumere una vorticità anticiclonica, che diventa massima all’equatore e minima ai poli.

In genere, le massa d’aria che si muovono sulla superficie della terra, acquistano, o possiedono, per cause legate a processi termodinamici dell’atmosfera, una propria specifica vorticità ciclonica o anticiclonica, che viene denominata “VORTICITA’ RELATIVA” (ciclonica o anticiclonica).

Quindi nei movimenti meridiani delle masse d’aria (dalle basse alle alte latitudini e viceversa) è la “vorticità relativa” che subisce le modifiche (aumento o diminuzione di tipo ciclonico o anticiclonico) per effetto della forza di Coriolis.

3) Gli effetti della conservazione della vorticità assoluta.

Se consideriamo tutta l’atmosfera nel suo insieme, dove sono presenti numerosi e differenti processi di vorticità (ciclonica ed anticiclonica) delle masse d’aria alle varie scale spaziali dei fenomeni meteorologici, i principi della fisica ci dicono che la vorticità complessiva totale dell’intera atmosfera terrestre non può essere superiore alla vorticità assoluta della terra (la vorticità complessiva non si crea e non si distrugge).

Questo significa che la somma della “vorticità terrestre” e della “vorticità relativa” deve risultare pari alla “vorticità assoluta” nella libera tmosfera, dove i fenomeni di attrito sono trascurabili, oppure inferiore alla “vorticità assoluta” negli atrati atmosferici più prossimi al suolo, dove i fenomeni di attrito sono rilevanti. Ma questo significa anche che la variazione di vorticità relativa è correlata con la variazione di vorticità terrestre ed in particolare che nei movimenti meridiani (con cambiamento di latitudine) la vorticità relativa (ciclonica) aumenta quando la vorticità terrestre diminuisce e viceversa.

In definitiva, il comportamento delle masse d’aria, in movimento nella libera atmosfera terrestre, può essere sintetizzato come segue:

– una massa d’aria che si muove DA SUD VERSO NORD, procedendo dalle basse verso le alte latitudini, deve aumentare la propria vorticità anticiclonica oppure diminuire la propria vorticità ciclonica (in pratica, deve acquistare una rotazione in verso orario);
– una massa d’aria che si muove DA NORD VERSO SUD, procedendo dalle alte verso le basse latitudini, deve aumentare la propria vorticità ciclonica oppure diminuire la propria vorticità anticiclonica (in pratica, deve acquistare una rotazione in verso antiorario).

Poichè gli effetti della rotazione terrestre ed i comportamenti delle masse d’aria, nell’emisfero sud della terra, sono perfettamente speculari con quelli analoghi dell’emisfero nord, questa conclusione rimane identica, purchè si scambi il senso di rotazione attribuito alle vorticità, e cioè: la circolazione ciclonica ha verso orario di rotazione e la vorticità anticiclonica ha, invece, verso antiororario.

Dott. Vincenzo Ferrara – ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile)

Il downburst : genesi e dinamica, tecniche di monitoraggio, previsione e analisi meteorologica, confronto tra danni da tornado e da downburst

Il downburst è un fenomeno più comune di quanto si pensi, spesso confuso con il tornado consiste invece in forti raffiche di vento in discesa dal temporale associate
in genere a intensi rovesci di pioggia e grandine con visibilità quasi nulla.
Questo lavoro analizza in particolare l’evento di downburst che il 10 agosto 2017 ha interessato parte dell’Emilia-Romagna, del Veneto e del Friuli Venezia Giulia con raffiche che hanno sfiorato in più punti i 160 km/h, ma troverete anche l’analisi di eventi passati con numerose immagini radar, delle nubi e dei danni che permetteranno al lettore di acquisire importanti nozioni relative ad un fenomeno assai insidioso perchè non accompagnato da particolari segnali visibili ad occhio nudo.
A cura di Valentina Abinanti, Nicola Carlon, Francesco De Martin, Alberto Gobbi,Marco Rabito, Pierluigi Randi, Davide Rosa
Scaricate e salvate questo prezioso PDF (basta clikkare il link immediatamente sotto, 150 pagine di didattica pura.

Se ne sentono di tutti i colori. Io scelgo l’ARANCIONE.

Ci siamo permessi di “catturare” le parole che la  meteorologa Serena Giacomin (Centro Epson Meteo)  ha scritto su Facebook riguardo il significato di Allerta Arancione. Le abbiamo chiesto il permesso di pubblicarle sulla nostra home perchè desideriamo che tali parole non vengano “fagocitate” dal social e vogliamo che ne rimanga memoria. Un grazie a Serena per la sua disponibilità.

 

L’ALLERTA ARANCIONE È DAVVERO UN’ALLERTA MANCATA?
L’arrivo della perturbazione n°3 di settembre – la prima di stampo autunnale – si preannunciava carica di pioggia. I modelli matematico-fisici di previsione lasciavano poco spazio a dubbi: le precipitazioni sarebbero state intense e la possibilità che si verificassero delle situazioni critiche era elevata. Quando una previsione meteorologica con un adeguato indice di affidabilità segnala la presenza di un rischio occorre passare subito “dalla teoria alla pratica” seguendo responsabilmente le norme e le raccomandazioni della Protezione Civile.

CON L’ALLERTA METEO A QUALI RISCHI ANDIAMO INCONTRO?
In caso di piogge intense il sistema di allerta prevede la segnalazione di 3 tipologie di rischio:
– Rischio idrogeologico: si possono verificare frane, crolli di rocce, colate di fango in zone abitate, con strade oppure lungo una ferrovia. Le piene improvvise (davvero improvvise!) dei torrenti possono allagare interi quartieri;
– Rischio idraulico: si possono verificare alluvioni gravi ed estese per l’esondazione dei corsi d’acqua principali, non più torrenti ma fiumi importanti. Generalmente questi corsi d’acqua impiegano qualche ora per generare delle piene, quindi hanno un certo grado di prevedibilità;
– Rischio forti temporali: comprende piogge in genere improvvise, localizzate e violente, generalmente associate a danni dovuti a forti raffiche di vento (o trombe d’aria), a grandinate e fulmini.
E’ importante sottolineare che i temporali sono fenomeni circoscritti nel raggio di pochi chilometri, di cui è difficile prevedere esattamente dove colpiranno: quindi l’allerta riguarderà diverse zone, ma i temporali si svilupperanno solo in alcune di esse. Inoltre gli effetti dei temporali forti dipendono molto dalla vulnerabilità locale del territorio: uno stesso fenomeno meteo in termini di intensità, può avere effetti molto diversi su territori più o meno fragili. Nel caso dei temporali, considerata la loro manifestazione improvvisa, è ancora più importante seguire semplici norme di auto-protezione civile e tenersi aggiornati sull’evoluzione meteo per scongiurare situazioni di pericolo.

COS’È PREVISTO IN CASO DI ALLERTA METEO ARANCIONE?

Immagine di meteo.it

L’allerta arancione sulla regione Toscana era stata diramata sabato 9 settembre precedentemente al nubifragio che ha devastato Livorno con 250 mm di pioggia caduta in 4 ore. Il codice arancione ci mette in allerta davanti alla possibilità che si verifichino eventi pericolosi e diffusi, con danni a strutture e infrastrutture, mettendo a rischio la popolazione. Lo scenario descrive allagamenti diffusi, l’innesco di frane e, in caso di temporali, fulmini, grandine, vento forte, caduta di alberi e danni a coperture e strutture.

COME BISOGNEREBBE COMPORTARSI IN CASO DI ALLERTA METEO ARANCIONE?
Forse non tutti lo sanno, ma in caso di allerta meteo il cittadino è portato a rispettare determinate regole, indispensabili per mettere in sicurezza la propria vita e quella di chi gli sta vicino. Vediamone alcune:
– tenersi aggiornati seguendo le indicazioni dell’autorità di Protezione Civile Locale (Comune) e i canali informativi della viabilità, nonché sull’evoluzione delle condizioni meteo tramite radio, TV, siti web istituzionali;
– non attraversare i corsi d’acqua e non sostare nelle zone ribassate (sottopassi stradali, zone di bonifica), evitando i guadi;
– non sostare nelle zone circostanti gli alvei dei corsi d’acqua, stare lontani dagli argini;
– mettersi in viaggio in auto o moto solo se necessario, procedendo a velocità ridotta e prestando comunque la massima attenzione alla presenza di detriti o di allagamenti in strada, in particolare nei tratti montani esposti a frane, caduta massi e vicino ai corsi d’acqua o altri tratti soggetti ad allagamento;
– non attraversare con l’auto zone allagate, perché anche pochi centimetri possono far perdere il controllo del veicolo o causarne lo spegnimento, rischiando di rimanere intrappolato;
– non camminare in zone allagate anche se apparentemente con poca acqua in quanto potrebbero esserci tombini aperti o buche;
– avvisare i Vigili del Fuoco (115) se si notano possibili condizioni di pericolo;

Molto importante: se la proprio abitazione si trova in una zona soggetta ad alluvione occorre:
– prima dell’inizio dell’evento mettere in salvo i beni collocati in locali allagabili;
>>>> non sostare in cantine e nei locali seminterrati potenzialmente allagabili, salendo ai piani alti senza usare l’ascensore.

 

POCHE REGOLE PER SALVARE LA VITA
Queste vitali indicazioni sono disponibili sul sito della Regione Toscana, nella sezione “allerta meteo – Rischi e norme di comportamento”. Si possono trovare ulteriori informazioni sui comportamenti corretti in caso di alluvione all’interno della sezione del progetto “Alluvione – Io non rischio” del Dipartimento della Protezione Civile.

L’allerta meteo va sempre ascoltata e rispettata, sempre! L’avviso indica la presenza di un rischio potenzialmente mortale che può salvarci la vita.

Calderone : ghiacciaio si o ghiacciaio no?

In questi giorni sul web e sui social si leggono notizie contrastanti riguardo il ghiacciaio del Calderone generando quindi una gran confusone a riguardo.

Per fare un pò di chiarezza ci siamo rivolti al Prof. Massimiliano Fazzini, docente di rischio climatico e geomorfologia applicata presso il dipartimento di fisica e scienze della terra dell’Università di Ferrara; ringraziamo il Prof. Fazzini per la sua disponibilità.

 

Quando si parla di ambienti fisici di alta quota delle medie latitudini – laddove giocoforza non vi sono notevoli possibilità di monitorare tramite stazioni meteo in rete piuttosto che di “osservare” tramite webcam – i commenti sulla situazione attuale possono contenere amplificazioni di errori derivanti spesso da mancanza di conoscenza specifica o semplicemente dal “sentito dire”; tutto ciò rende ancora più critica la situazione della comunicazione corretta delle scienze meteoclimatiche in Italia.
Credo che tutto ciò derivi anche dalla più volte evidenziata “memoria breve” dell’essere umano nei confronti degli eventi atmosferici se non eccezionali almeno rari. Ogni evento è sempre quello con maggiore magnitudo, poi a “mente fredda” o meglio ancora osservando le serie storiche dei dati meteorologici ci si accorge che magari la stessa situazione l’abbiamo vissuta piu volte ma non ne ricordiamo gli esiti.
E allora, per normalizzare l’informazione, solo i numeri possono “dirci la verità”, almeno se non “forzati” o modificati a proprio comodo.
Focalizzando in tal senso l’attenzione sul “ghiaccio del Calderone”, nell’ultima settimana se ne sono sentite davvero di cotte e di crude.

Ghiacciaio del Calderone. Pietracamela, 14 agosto 2017. PAOLO BOCCABELLA (Foto ANSA)

Innanzitutto occorre precisare che dal 2014, il ghiacciaio – originariamente definito di circo (tipo pirenaico) poiché alimentato dalle nevicate stagionali e dall’apporto valanghivo, è stato declassato da esimi glaciologi a glacieret, che da definizione corrisponde a piccolo ghiacciaio con minimi movimenti gravitativi. Alcuni glaciologi lo hanno già definito glacio-nevato ma credo che, sulla base di reiterate osservazioni dirette sull’apparato glaciale, si debba essere d’accordo con la prima definizione

Ancor più precisamente è un debris covered glacier, vale a dire un ghiacciaio quasi del tutto obliterato in superficie dal detrito, prodotto dalla disgregazione fisica tipica dei sistemi morfoclimatici glaciali e periglaciali, più specificatamente dal crioclastismo ; al di sotto del notevole spessore del detrito vi sono dai 15 ai 25 metri di ghiaccio sepolto: da rilievi effettuati negli ultimi venticinque anni, lo spessore sembrerebbe mediamente diminuito di circa un metro.
Le immagini di questi giorni sono state impietose: la neve stagionale è quasi del tutto ablata, se si eccettua la presenza di tre nevai di limitate dimensioni posti tra quota 2830 e 2670 circa. Perché è accaduto ciò, peraltro sicuramente occorso già nel 2001 e nel 2012 e quasi del tutto, come in questi giorni, nel 2007.

Ghiacciaio del Calderone. Pietracamela, 14 agosto 2017. FRANCESCO LAURENZI (Foto ANSA)

Il quadro meteonivologico dell’inverno 2016-17 è stato caratterizzato da 7-8 episodi nevosi (fra cui quello del 16 – 20 gennaio), quando, si è stimato, caddero dai 5 ai 6 metri di neve fresca a bassa massa volumica; se si stimasse esclusivamente la cumulata nivometrica stagionale, di certo si andrebbe ” in positivo” ma purtroppo occorre considerare che, ad eccezione del mese di gennaio, negli altri mesi del 2017 si sono verificate temperature sempre superiori alle medie da 0.3 a 2.3°C rispetto alle medie piu recenti; la primavera si è rivelata piuttosto secca e povera di nevicate mentre i mesi di giugno e luglio hanno mostrato un limitatissimo numero di giorni di gelo, almeno se si considerano i dati relativi alla stazione meteo situata accanto al rifugio Franchetti (2433 m – stazione meteo caput frigoris) alla base del ghiacciaio Quivi, le temperature medie rilevate sono state di circa 10°C in giugno, di 12,5 in luglio e di 14,4°C nella prima meta del mese corrente; quando si sono verificati ben 5 giorni con tmax> 20 gradi, con punte di 21,6° il giorno 5 ,quando la quota dello zero termico si può stimare abbia raggiunto i 4930 m. Inoltre, nell’estate meteorologica in corso, la temperatura non è mai scesa sotto lo zero, essendo datata, l’ultima “gelata” il giorno 26 maggio con -0.7°C!!
Nella sottostante stazione meteorologica di Prati di Tivo (1450 m. circa), situata sul versante settentrionale del massiccio mantuoso, la media della prima meta di agosto è stata di 22°C (vs 16,3°C degli ultimi quattro anni) con 7 giorni con Tmax>30°C e punte di 31, 5°C il giorno 5, mentre  in luglio si sono sfiorati i 18°C e non si è verificato alcun giorno con tmin<5°C
Ma…. Quello che deve preoccupare è che mancano ancora più di dieci giorni alla fine dell’estate meteorologica; l’anticiclone subtropicale continentale è sempre alla porte della nostra penisola e c’è tutto il mese di settembre perché esso possa potenzialmente “fare” ulteriori danni..

Massimiliano Fazzini, docente di rischio climatico e geomorfologia applicata presso il dipartimento di fisica e scienze della terra dell’Università di Ferrara

Downburst : non è una tromba d’aria

Il 10 Agosto 2012 abbiamo pubblicato  un articolo che spiegava la differenza tra tornado (o tromba d’aria) e downburst in quanto a seguito di episodi analoghi a quello che è successo il 10 Agosto 2017, i media hanno “abusato” del termine “tromba d’aria” non conoscendo ancora in cosa consista la differenza dei due fenomeni. Sono passsati 5 anni e ancora poco si è mosso, ma non demordiamo e spieghiamo ancora riproponendo l’articolo scritto ai tempi da Nicola Bortoletto di Meteo Caprino Veronese

 

Durante ogni stagione estiva i media si sbizzarriscono nel rendere sensazionali le notizie di eventi meteorologici del tutto nella norma: “caldo record”, “temporale tropicale” e “tromba d’aria” sono alcuni esempi eclatanti di termini abusati con frequenza quasi quotidiana. Per nostra fortuna gli eventi tornadici sono piuttosto rari, anche se non impossibili, nel nostro paese; i temporali possono tuttavia produrre venti molto intensi e pericolosi anche in assenza di vere e proprie trombe d’aria.

Figura 1: Schematizzazione del fenomeno del Downburst (Fonte Forum MeteoNetwork)

La quasi totalità delle volte in cui si usa il termine tromba d’aria, lo si usa a sproposito. Spesso il giornalista che si trova ad osservare un fenomeno temporalesco violento in cui improvvisamente non si vede più nulla e si viene investiti da raffiche di vento a volte “esagerate”, è portato a credere di trovarsi di fronte ad un “tornado” quando in realtà è molto probabilmente il fenomeno del Downburst!

In parole semplici, il Downburst è il vento che si forma “davanti” ad un fronte temporalesco che avanza, creato dalla pioggia e dall’aria che con essa scende: più la pioggia scende violentemente, più il vento è forte. Provate a lanciare un sasso in una pozzanghera: se lo lasciate cadere esso schizza, se lo lanciate con violenza lo schizzo è maggiore.

Descrivendo il fenomeno più accuratamente, il Downburst è generato da un forte “Downdraft” ossia una colonna d’aria fredda a piccola scala che scende rapidamente dal cumulonembo accompagnata da forti piogge. Al momento dell’impatto con il suolo la colonna d’aria devia, espandendosi orizzontalmente: in queste condizioni si viene a formare un “vortice” rotante all’interno del quale si sviluppano dei venti di elevata velocità ma soprattutto di direzioni opposte.

Un Downburst è caratterizzato da variazioni improvvise del vento in intensità e direzione (in gergo tecnico “Wind Shear”) sia su linea verticale che orizzontale.

Nella maggior parte dei casi i Downburst sono accompagnati da precipitazioni e sono denominati “Wet Downburst”, in alcuni casi invece non sono accompagnati da precipitazioni e vengono quindi detti “Dry Downburst”; questo secondo tipo si verifica quando le precipitazioni attraversano uno strato di aria secca che fa evaporare la pioggia impedendole di arrivare a terra.

Se la base del cumulonembo si sviluppa ad una quota elevata, molto probabilmente si è in presenza di un’umidità piuttosto bassa e quindi sono probabili precipitazioni scarse e forti Downdraft, con maggior probabilità di formazione di un Dry Downburst. Se invece il cumulonembo si sviluppa ad una quota bassa, probabilmente l’aria è più umida e quindi sono più probabili Wet Downburst.

Il Downburst normalmente è più intenso sul bordo avanzante della stessa cella temporalesca e le raffiche che sviluppa possono causare seri danni alla vegetazione e alle strutture dei centri urbani, a tal punto che spesso possono essere confusi con i danni provocati da una tromba d’aria! Ma il Downburst si differenzia da essa per due motivi fondamentali: si può formare anche in presenza di temporali poco intensi e soprattutto, come abbiamo visto in precedenza, un Downburst produce venti che si muovono in “linea retta” e che non assumono perciò il classico moto rotatorio delle trombe d’aria.

Figura 2: la traiettoria delle precipitazioni di questo temporale sul mare mostra chiaramente la direzione del Downburst

Insomma, sono eventi molto violenti ma sarebbe opportuno non confonderli con un fenomeno meteorologico di ben altro tipo.

Nicola Bortoletto

Weatherness : le mappe con gli indici di disagio

Cinque anni fa annunciavamo il progetto “Wheatherness”, mai come oggi – e come ogni estate – l’argomento della temperatura percepita è sempre esposto alle luce della ribalta. L’Associazione MeteoNetwork in collaborazione scientifica con il dipartimento di Bioclimatologia dell’Università di Milano ha avviato un progetto basato sulla nostra rete di stazioni meteo e il calcolo degli indici di disagio. Vi riproponiamo volentieri l’articolo scritto 5 anni or sono con il buon auspicio che possa di essere di pubblica utilità a tutti.

Con l’arrivo della stagione estiva la nostra penisola, con frequenza statisticamente importante, tende ad essere interessata da anticicloni che, seppur con intensità e durata variabili, determinano specifiche condizioni di caldo-umido che rivestono un significato di particolare rilevanza per la salute umana. Non meno importanti sono le condizioni biometeorologiche invernali ove si estrinsecano situazioni opposte altrettanto significative sotto il profilo sanitario.

Le onde di calore, nella stagione estiva, costituiscono una minaccia per la salute umana e devono quindi essere previste con congruo anticipo di tempo e verificate in tempo reale in modo da consentire alle Strutture Pubbliche Sanitarie, alle strutture facenti capo alla Protezione Civile ed a tutte quelle organizzazioni collaterali di volontariato che operano sul territorio, ivi compresi i singoli operatori sanitari, di predisporre i mezzi idonei per prevenire ed attenuare sensibilmente gli effetti devastanti causati dagli intensi anticicloni caldi. In particolare, l’interesse per questo ambito si è definitivamente profilato con l’estate 2003 che ha posto in via definitiva il problema del caldo estivo e quello delle sue conseguenze epidemiologiche sulle fragilità presenti sul territorio, creando così le premesse per l’elaborazione e l’attuazione, a cura degli Enti istituzionali preposti a vigilare sulla salute umana, di sistemi efficaci per un soddisfacente controllo di situazioni meteo-ambientali a carattere estremo come le onde di calore.

In questa ottica, Il Centro di Ricerche in Bioclimatologia Medica, Biotecnologie e Medicine Naturali dell’Università degli Studi di Milano e l’Associazione Meteonetwork, sulla base di un sistema di osservazione meteorologica basato sul volontariato ed attualmente disponibile, hanno elaborato e formalizzato un progetto di collaborazione tecnico-scientifica denominato Weatherness che ha tra i suoi obiettivi più immediati quello di rendere disponibili al grande pubblico informazioni biomediche sensibili in termini sanitari. L’Associazione Meteonetwork, che opera in questo specifico campo come organizzazione di volontariato, costituisce uno dei tanti esempi di efficienza e dedizione. Non a caso l’Organizzazione Meteorologica Mondiale ebbe già modo di sottolineare l’importanza del volontariato in questo settore dedicando nel 2001 il World Meteorological Day al tema: “Volunteers for weather, climate and water” riconoscendone così l’importanza.

Dopo una lunga fase di tests ed analisi operative preliminari su un parco Stazioni meteorologiche abbastanza importante, il Centro universitario e l’Associazione Meteonetwork hanno deciso di rendere gradualmente disponibili una serie di Indici biometerologici, sia estivi che invernali, che saranno calcolati mediante opportune formule restituendo valori facilmente leggibili dal grande pubblico che potrà così ricavare molte informazioni di fondamentale importanza nella prevenzione e nella gestione degli eventi meteorologici a carattere estremo. Il sistema, che ha una dimensione su scala nazionale, sarà corroborato, gradualmente con molte informazioni, generali e specialistiche in materia.

Si comincerà con gli Indici estivi, precisamente con l’Heat Index (Indice di Calore http://www.biometeolab.unimi.it/index.php/it/indici/hi ) ed con un secondo indice estivo, secondario, denominato NSSI (New Summer Simmer Index http://www.biometeolab.unimi.it/index.php/it/indici/nssi) consentendo così di calcolare in tempo reale differenti classi di benessere/malessere associate agli indici prescelti.

Un’ulteriore conseguenza sarà quella di rendere disponibili informazioni biomediche di fondamentale importanza pratica, non soltanto per la popolazione in generale come precisato in precedenza ma anche per un pubblico più specializzato.

Infine, è degno di menzione l’obiettivo di generare una specifica banca dati che potrà gradualmente essere usata per scopi scientifici dall’Università, dopo opportune e stringenti verifiche.

Marco Giazzi

Vincenzo Condemi

Francesco Leone

Teleconnessioni: una guida in PDF da scaricare per comprendere meglio di cosa si tratta

Ripubblichiamo sulla nostra nuova home un validissimo contributo di Marco Magnani riguardo le teleconnessioni, il cui argomento non è tra i più semplici da affrontare per i meteoappassionati che da tanto tempo seguono il forum di MeteoNetwork.

L’obiettivo di “Teleconnessioni – Introduzione Generale” (la dispensa è qui allegata in formato pdf, clikkate sul link al termine del paragrafo) è quello di fornire le prime nozioni basilari in campo teleconnettivo attraverso una forma semplice e sintetica, illustrando schematicamente tutti quegli elementi che entrano in gioco nel momento in cui si compie un’analisi a scala globale, con particolare focus sull’influenza – diretta e indiretta – di questi, nel condizionare l’evoluzione sinottica e climatica dell’area europea e mediterranea.
Teleconnessioni – Introduzione Generale

Il documento risulta così suddiviso:

1) Parte introduttiva e brevi cenni storici, dai primi studi teleconnettivi ai tempi recenti.
2) Elenco delle principali teleconnessioni atmosferiche (NAO, AO, EA, PNA, SCAND, EA/WR, POL, WP, EP/NP)
3) Teleconnessioni oceaniche (ENSO, PDO, AMO, IOD)
4) Teleconnessioni ibride derivanti dal coupling oceano-atmosfera (MJO)
5) Teleconnessioni stratosferiche (QBO).
6) Link utili e fonti web e bibliografiche.
Buona lettura!
Marco Magnani

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