Filippo Thiery, favorire il professionismo nella meteorologia

Lavorare perché gli adulti di domani imparino a usare una previsione in modo corretto, Regolamentare un settore che vede svilire i bravi professionisti in favore di bot che propongono previsioni fittizie che sembrano piuttosto degli oroscopi. Da cinque anni il meteorologo Filippo Thiery è presente nella trasmissione «Geo» di Rai Tre, condotta da Sveva Sagramola. Il pubblico apprezza molto le sue previsioni con un taglio sull’impatto degli eventi atmosferici sull’agricoltura, sul dissesto urbano e sulla salute.

 

Filippo Thiery

Thiery si è laureato con lode in Fisica, con indirizzo teorico della materia alla Sapienza di Roma, per avere le basi sul determinismo e i sistemi disordinati e complessi. Si è poi specializzato sulla Fisica dell’atmosfera; ha ottenuto una borsa di studio in Climatologia all’Enea (Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente) e si è poi orientato sulla meteorologia previsionale in ambito operativo, a supporto di enti e istituzioni per l’emergenza e l’allertamento.

Qual è la risposta dell’utenza alla meteorologia spiegata da Thiery? «Le risposte degli utenti di “Geo” sono sempre molto attente, perché spesso sono legate ad attività professionali o di vita collettiva. Se faccio una colata di cemento nel mio vialetto ho interesse a sapere se piove o meno il giorno dopo, perché devo avere almeno 24 ore di bel tempo e non posso buttar via soldi e fatica». E le previsioni generaliste? «Può capitare di prestare un’attenzione “esagerata” a che tempo fa solo per andare a teatro, poi le stesse persone sono distratte se devono fare una scalata o avventurarsi in mare».

Perché è importante una cultura della meteorologia?
«Una cultura della meteorologia è importante soprattutto per l’aspetto emergenziale: bisogna saper leggere una previsione e sapere cosa si può chiedere e cosa no alla meteorologia. Il giorno prima si può dire se una regione viene colpita da un temporale, ma non è possibile determinare precisamente dove il temporale cadrà. La precipitazione ha un carattere di caos deterministico, occorre cautela. E poi l’Italia è un paese geomorfologicamente complesso. Fenomeni meteo ordinari possono avere effetti deflagranti perché, per fare un esempio in ambito urbano, il cemento impermeabile favorisce gli allagamenti. Inoltre bisogna conoscere i comportamenti di autoprotezione. Non tutti sono corretti, la conoscenza a volte non è sufficiente».

Perché tanta diffidenza e comunque tanta morbosità nei confronti di quella che è a tutti gli effetti una scienza? «In altri ambiti, tipo l’astrofisica, non parliamo neanche di previsioni, perché i fenomeni che osserviamo li consideriamo come certezze acquisite. Per quanto riguarda l’atmosfera è esattamente il contrario: l’incertezza domina, per cui ogni tre giorni le previsioni perdono credibilità, anche entro i 5 giorni in caso di alta pressione, ma poi tutto diventa oroscopo».

 

Filippo Thiery, stile divulgativo

I mass media sembrano alimentare, però, una sensazione di rabbia e di impotenza da scaricare sul clima e sulle previsioni. Facciamo ancora una volta l’esempio delle cosiddette bombe d’acqua. Perché? «Il problema del linguaggio è cruciale. Mina alle basi la cultura della meteorologia. Il sensazionalismo distorce l’informazione. Come se, in medicina, ci si abituasse a confondere stomaco, intestino e fegato, perché “tanto è sempre pancia”. La meteo tra tutte le discipline scientifiche subisce questa libertà discriminatoria. Non si può parlare di nubifragio per qualsiasi pioggia. Sarebbe utile capire se l’impatto è amplificato dalle caratteristiche del territorio su cui cade. Pensiamo all’espressione “bomba d’acqua”: è come se chiamassimo bomba in gola una faringite. Il messaggio è fuorviante, perché non sappiamo se una catastrofe si genera perché poi in una città si tombano fiumi o si fanno altre cose rilevanti per questo problema».

La ricetta di Thiery per contrastare questa deriva? «La televisione e i media hanno a che fare con l’immaginario collettivo. Bernacca e Baroni riuscirono a portare al centro del loro linguaggio termini non facili come “isobare”. Questo significa molto. Dovremmo portare queste tematiche anche nelle scuole, dando agli adulti di domani quanto meno le basi per usare una previsione. Non dico introdurre la materia, che può risultare troppo complessa, ma dare le basi. E poi a tutti bisognerebbe far capire di non fidarsi delle previsioni fittizie elaborate da brutti prodotti di previsione automatica, anche perché in Italia il rischio è all’ordine del giorno. Andrebbero proprio evitate».

Quanto lavoro c’è dietro una buona previsione meteorologica? «Per l’elaborazione delle previsioni esiste uno standard internazionale, metodologie collaudate per i professionisti, a differenza degli appassionati che si improvvisano. E poi occorre grande umiltà, mettersi sempre in dubbio, confrontarsi con i colleghi, studiare lo storico di un fenomeno, non dare mai tutta o troppa la rilevanza agli studi elaborati da modelli numerici, perché sono, appunto, elaborazioni. All’utenza interessa passare dai modelli alla previsione vera e propria. Non si tratta di un passaggio banale. Si usano i computer, con tutti i rischi derivanti da un sistema caotico. Qui interviene il professionista che dà un supporto oggettivo, tira fuori la diagnosi (atmosfera attuale) e la prognosi (previsione più affidabile). Non bisogna diventare schiavi del modello, ma usarlo come un chirurgo usa il bisturi: strumento importante, ma se non lo si maneggia bene…».

E poi bisogna rendere tutto questo lavoro un’attività divulgativa. Come ci si riesce? «L’ultimo miglio della comunicazione è importante: occorre non essere autoreferenziali, fare un uso serio della terminologia, della nomenclatura dove necessaria, senza semplificazioni laddove queste siano imprecise. E comunque il più possibile entro i limiti della complessità che il territorio italiano presenta».

Fino a che punto è possibile creare un’educazione dell’audience, evitare di rispondere sempre alla pancia degli utenti? «Parlo della mia esperienza nella rubrica “Geo”. Abbiamo la grande possibilità che la meteorologia ci dà di aprire continuamente finestre sul territorio – quindi vicine all’esperienza quotidiana della gente nei luoghi in cui vive – traendo spunto dagli eventi atmosferici del giorno tramite webcam, foto e video pescati sui social, immagini inviate dai telespettatori, spezzoni di servizi del telegiornale, per raccontare non solo cosa sta avvenendo dal punto di vista della situazione meteorologica, delle previsioni per l’indomani, degli impatti sul territorio e nelle città, dei rischi associati, delle accortezze da prendere, ma talvolta anche per dedicare qualche minuto a pillole di meteorologia e di fisica dell’atmosfera, spiegando il perché di un fenomeno, dall’arcobaleno alla rugiada ai vari tipi di nubi, e così via».

«Provare poi a spiegare con riferimenti concreti concetti più complessi come la fisica che c’è dietro, cogliendo cioè l’occasione per fare della divulgazione scientifica, in ultima analisi per dare un contributo culturale che vada al di là della finalità pratica della rubrica».

Ci hai inviato due video dalla tua rubrica: il primo di una puntata in cui hai approfittato della foto di un fenomeno di illusione ottica particolare come “l’arco circumorizzontale” per spiegare brevemente cos’è e in quali condizioni si forma, e un secondo dedicato, sempre cogliendo l’occasione di aver reperito alcune fotografie molto affascinanti, a spiegare la differenza fra rugiada congelata, brina e galaverna. Un lavoro non da tutti. «La risposta in termini di audience è stata sempre particolarmente positiva, e questa vuole essere un po’ una risposta alla visione – per fortuna minoritaria – di chi sostiene che in televisione si possa parlare al massimo di “cielo sereno” o “cielo nuvoloso”, e che sia fuori luogo già il solo distinguere le nubi cumuliformi da quelle stratiformi perché “alla gente non gliene importa niente, vuole solo sapere se c’è il sole o no”. Per fortuna al giorno d’oggi siamo in parecchi a non pensarla così, e siamo invece convinti che il grande pubblico sia molto più pronto di quanto non si creda a recepire informazioni serie e approfondite».

Come coltivare questa tendenza? «L’Italia è l’unico paese a non avere un servizio nazionale civile per la meteorologia, esiste solo quello militare, e sono così nati molti servizi privati, tanto da essersi creato un vasto arcipelago. In questo contesto frammentato è difficile fare emergere la percezione reale della professionalità degli operatori, che se poi vanno all’estero sono invece accolti per il loro valore. Bisogna scremare le realtà serie da chi approfitta della scarsa regolamentazione del settore perché in questo momento chiunque può aprirsi un sito e fare previsioni amatoriali».

 

Autore: Andrea Aufieri

 

 

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