31.07.2017 - Didattica
Mario Tozzi: l’Italia e le sue paure fuori luogo

La conoscenza è il primo antidoto alla paura. L’informazione permette di scegliere soluzioni intelligenti per prevenire i problemi che vale la pena affrontare, al di là delle superstizioni e delle prese di posizione ascientifiche. Detta così sembra semplicissima la battaglia di Mario Tozzi contro ogni forma di ignoranza legata al clima e alla natura. Una battaglia che prosegue in ogni suo libro, compreso l’ultimo «Paure fuori luogo. Perché temiamo le catastrofi sbagliate», edito quest’anno da Einaudi.

Mario Tozzi

Mario Tozzi, geologo, è Primo Ricercatore per il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), presidente del Parco regionale dell’Appia Antica e membro del Consiglio scientifico del WWF. È comunque conosciuto dal grande pubblico per la conduzione e la collaborazione in numerosi show televisivi: «Fuori Luogo» è il suo programma attuale, da cui è stato mutuato il titolo del libro, ma ricordiamo anche «Terzo Pianeta» e «Gaia», oltre alla storica presenza nella trasmissione «Kilimangiaro». La sua attività di divulgatore prosegue nelle sue collaborazioni con «La Stampa» e «National Geographic» e con i libri «Italia segreta» (2008), «Pianeta Terra ultimo atto» (2012) e «Tecnobarocco» (2015).

Lo abbiamo raggiunto grazie alla sua partecipazione, nei primi giorni di luglio, al festival «Il Libro Possibile» di Polignano a Mare (Bari), dove il geologo ha presentato la sua ultima pubblicazione, già citata, «Paure fuori luogo».

Cominciamo dalle conclusioni, nelle quali Tozzi esprime stanchezza e quasi fastidio nel dover riproporre ostinatamente la sua capacità informativa e divulgativa contro l’ignoranza “italica” riguardo a temi che dovrebbero essere “incorporati da tempo nella coscienza collettiva nazionale”. Perché qui si fa fatica a divulgare questi concetti, che attecchiscono con difficoltà? «La mancata alfabetizzazione scientifica degli italiani dipende dal fatto che siamo figli del famoso anatema di Benedetto Croce, che descriveva i ricercatori come “raccoglitori di francobolli” e la scienza una “batteria di pseudoconcetti”. Sta ai divulgatori ottenere credibilità spiegando nel modo più semplice possibili concetti anche molto complessi, dovendo lottare, inoltre, contro un’esposizione mediatica non sempre di primo piano e che necessita certamente di molto più spazio».

Anche restando nella visione umanistica di Croce, possiamo dire di esserci scostati dal senso del meraviglioso leopardiano di fronte alla natura? Perché nel libro lei sostiene che tendiamo ad avere paure irrazionali e non ci preoccupiamo, invece, di quello che dovrebbe spaventarci davvero? Di cosa dobbiamo avere davvero paura? «Gli uomini sono caduti in balìa del loro delirio, hanno la pretesa di controllare tutto. Il clima, per esempio: non nevica? Spariamo neve dai cannoni artificiali per poterci assicurare il profitto dalla stagione sciistica. Non solo: perché continuiamo a cementificare ed erodere suolo? E perché continuiamo a costruire lungo i letti dei fiumi per poi lamentarci delle catastrofi legate alla tracimazione dei fiumi o al fango che distrugge interi paesi? Di questo ci preoccupiamo meno, ad esempio, che degli attacchi all’uomo da parte degli squali. Diamo per scontati i contesti in cui viviamo, che sono potenzialmente pericolosi per via dell’incuria, dell’abbandono, della mancata prevenzione e di mille altri motivi, ma ci attrae l’inconosciuto».

Nel suo libro, in effetti, apprendiamo quanto sia interessante seguire trasmissioni che presentano in modo accattivante gli attacchi degli squali agli umani. Eppure le statistiche ci dicono che muoiono molte più persone per le conseguenze delle cadute dei cocchi dagli alberi sui crani inermi di persone che si seggono a riposare sotto una palma. Un servizio di questo tipo sarebbe molto meno attrattivo della misteriosa vita dello squalo bianco. Qual è il meccanismo che sta dietro tutto questo? «Abbiamo paura delle cose che conosciamo poco. Memoria e conoscenza sono il binomio fondamentale. Ma non apprezziamo il quotidiano e il territorio che ci circondano. Non vediamo l’importanza di averne cura finché non accadono le catastrofi. E l’assenza o lo spazio minimo dedicato a un’informazione corretta non aiutano. Si preferisce alimentare la paura profonda delle persone».

C’è qualcosa di distorto, come lei scrive, nel rapporto tra i mezzi di comunicazione di massa e le catastrofi. Cos’è? «Non dico che il fine siano la strumentalizzazione e l’audience. Piuttosto penso a un’amplificazione mediatica delle paure legata alla presentazione della reale o presunta incertezza della scienza. Di fronte ai terremoti, ad esempio, noi geologi non possiamo che rimarcarne l’imprevedibilità. Eppure alcuni media non si arrendono a questa risposta».

Tra gli argomenti che lei ritiene come degni di una maggiore attenzione c’è la climatologia. Proprio sul linguaggio legato al tempo atmosferico sembra essere iniziata da qualche anno una battaglia che ha come obiettivo proprio l’alimentare paure profonde degli italiani. Penso a un termine come «bomba d’acqua», al quale lei dedica un certo spazio nel libro. «Certo, credo che il primo uso di questo termine sia dovuto a Giampiero Maracchi (professore emerito di Climatologia all’Università degli Studi di Firenze, ndr), che spesso ospitiamo nella trasmissione “Fuori Luogo”, usato come unica somiglianza circostanziata del cloudbrust (letteralmente un’esplosione di nuvola). Poteva aiutare a comprendere meglio il fenomeno dei flash floods, le alluvioni improvvise. È stato poi usato in modo in proprio ed è dilagato in qualsiasi altro campo».

Lo stesso è accaduto al termine tsunami, la cui storia mediatica è usata nel suo libro per illuminare proprio la differenza tra la nostra cultura e quella orientale rispetto alla comprensione e all’accettazione dei fenomeni violenti. Cosa possiamo imparare dal Giappone, per esempio? «Si può fare un’analogia tra la frequenza di eventi catastrofici in Giappone e alla morfologia del territorio italiano. L’Italia ha zone alluvionali, fiumi, lava fredda (la famosa calata di fango). Costruire caseggiati sul letto dei fiumi porta a delle conseguenze, come anche stare alle pendici del Vesuvio, o disboscare senza criterio. Di fronte a tragedie, prevedibili o meno, è sconsigliabile usare aggettivi come “faglia crudele”».

Lei predica una specie di sobrietà che sarebbe molto utile nell’affrontare, nel manutenere, nel prevedere, dove possibile, eventi catastrofici. Proprio il clima è uno dei temi sui quali si sofferma per tenere alta l’attenzione. «Trovo francamente svilente la subalternità cui è stata portata la meteorologia come mera previsione del buono o cattivo tempo. Devo constatare che spesso non differenziano nemmeno i termini climatologia e meteorologia. Queste materie non si esauriscono semplicemente rappresentando una mappa con le nuvole. Pensiamo per esempio al climatologo Alfred Wegener, che elaborò la teoria della deriva dei continenti e la conseguente teoria della tettonica a placche».

Cosa dovrebbero fare concretamente gli italiani per uscire dalle loro paure e riprendere in mano la cura del territorio? «È difficile fare prevenzione se hai costruito un paese sul letto di un fiume, devi semplicemente smettere di costruire lì. A proposito del rispetto per i fiumi, direi che bisognerebbe puntare un faro sulla scarsa cura per le acque, oggi deturpate. Prima esse si identificavano con il nume, il dio: la Bocca della Verità, a Roma, era un tombino, ma realizzato con materiali di prima qualità come marmi pregiati. Cos’è successo ai sapiens dall’epoca romana a oggi?».

Autore: Andrea Aufieri

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