29.06.2017 - Didattica
Viaggio nell’immaginario e nel linguaggio della meteorologia – Parte I

Carlo Alberto Augieri è professore ordinario di Critica letteraria e Letterature comparate. I suoi corsi principali sono Critica letteraria ed Ermeneutica del testo e Narratologia all’Università del Salento. Si occupa prevalentemente di teoria e critica letteraria, semiologia, retorica e filosofia del linguaggio. È direttore delle riviste “Symbolon” e “Generazioni di Scritture”. È presidente dell’Osservatorio permanente europeo della Lettura (Università di Siena-Arezzo) e membro della Giunta di Consulta di Critica letteraria e Letterature comparate.

San Vito Chietino (CH) – 17.08.2016 – Angelo Ruggieri

Inauguriamo con una sua intervista in due parti un viaggio nella lingua e nell’immaginario popolare legato alla meteorologia e alla climatologia.

Che cos’è l’immaginario, professore, è perché questo è così legato al tempo, in senso sia cronologico che meteorologico?

Il professor Carlo Alberto Augieri

«L’immaginario parte sempre dalla realtà vissuta, che si trasforma in realtà esistenziale, realtà di desiderio, realtà emozionale. Ecco perché siamo tutti implicati nel tempo, la stessa vita è tempo. Noi pensiamo il tempo e ci pensiamo nel tempo, perché noi siamo tempo. Il tempo non è soltanto esterno, ma interno al nostro vivere. Il nostro modo di agire e pensare è legato alla temporalità. Non saprei vedere un pensiero senza memoria, infatti. Tornando all’immaginario legato alla memoria, il nostro vivere e pensare al mondo è intimamente legato al tempo. Quando uno si pensa, lo fa all’interno di una nostalgia, di un ricordo. Oppure all’interno di una speranza, di un progetto, di un futuro. È temporalità che si fa coscienza».

«Ancora una riflessione sul tempo cronologico. Partiamo da un esempio: l’espressione “perdere tempo” è estremamente legata alla nostra epoca, quando stava nascendo la società mercantile. Prima non si guardava al tempo come qualcosa che si perde o si guadagna. Dobbiamo riflettere sul processo mentale che ha trasformato il tempo come una quantità».

Qual è la differenza con la percezione del tempo meteorologico?

«Il tempo meteorologico era più intrinseco alla vita contadina, dove il lavoro era in stretta connessione con questo. Raccolti e semina erano legati al clima. Vi era una relazione stretta tra natura e cultura, lavoro e produzione agricola. Possiamo dire che la società industriale pian piano ci emancipa dalla dipendenza dal clima. Ora è più in rapporto alla vacanza, lo abbiamo turistizzato o sportivizzato. L’andare o meno in un posto è legato al clima».

Eppure gli italiani hanno un rapporto morboso con la meteorologia. Tra le parole più cliccate negli ultimi anni, Google ha mostrato che le ricerche sulle previsioni meteo da noi superano addirittura la pornografia, regina incontrastata negli altri paesi.

Google Trend: Comparazione tra le ricerche su Meteo e Pornografia

«Mi piace cogliere quello che c’è dentro l’espressività che denota il significato dei parlanti. Molta meteo e meno porno può stare in questa varietà: il tempo di fuori è controllabile e ci fa stare bene nel mondo di dentro; d’estate ci preoccupa la possibilità di passare una giornata di vacanza al sole. Esprimiamo un senso di comodità e arroganza nei confronti del tempo, che deve conformarsi alle nostre abitudini, per cui essere discordanti rispetto al tempo denota squilibri emozionali tra i concetti, per esempio, di famiglia, abitudine, vacanze».

Come si spiega, quindi, questa morbosità?

«Siamo diventati così comodi che la pioggia ci dà fastidio perché ci rovina un’uscita. Si denota una crescita del sentimento accasante che vede appunto le nostre mura domestiche come una protezione dall’esterno, Uscire, trovare, osservare, prevedere la pioggia può in qualche modo estendere questa mentalità troppo domestica e addomesticata, così accogliamo la prevenzione del tempo. Il traffico va in tilt, l’umidità ci mette in crisi, e ci siamo imposti il dovere di star bene, di essere sempre funzionali. La pretesa di essere funzionali ci lega alla schiavitù, al circolo vizioso salute-tempo-lavoro».

Ritornando all’immaginario, lei si sente vittima dei proverbi popolari? “Rosso di sera, bel tempo si spera. Rosso di mattina, la pioggia si avvicina”; “Cielo a pecorelle, pioggia a catinelle”; eccetera…

«Non mi sento vittima, ma mi danno gioia, perché colgo il rapporto soggetto-mondo. E mi ricordo di quella visione della natura come formata non da oggetti, ma da segni. Ne colgo i segnali premonitori, preveggenti dell’immediato futuro. I proverbi sono gli effetti di una mentalità interessante, direi antropo-semiologica nel trasformare i fenomeni della natura in segni temporali. Non solo riguardo al tempo ma nella temporalità dentro al tempo. “Rosso di sera…” segna tempo del futuro attraverso il tempo. “Pioggia a catinelle”: simultaneità. Una lettura bivoca come succedente e come significante di segni che contengono un significato temporale legato al futuro e alla sincronia».

«La capacità di leggere la natura come temporalità mi interessa, perché legata non artificialmente alla natura. Una qualità che l’uomo aveva senza dover ricorrere all’ elemento misuratore. Una mentalità diretta tra uomo e natura che si è persa perché è intercorsa la tecnica. Un rapporto non mediato che possedeva la capacità ermeneutica di significare i segni temporali della natura».

Qualcosa di questo legame è rimasto. Penso al trasferimento sul clima di emozioni umane: la parola “perturbazione”, per esempio.

«Abbiamo trasferito il perturbante, l’animo perturbato, un vocabolo riguardante il sentimento, la condizione psicologica alla natura, al clima. Dire “perturbante” assume una concettualità metaforica che esprime in modo condensativo un’intersecazione traslitterativa tra uomo e natura. In parole semplici: parole come questa sono il sintomo di una intimità tra vita interiore e mondo naturale esterno. Il tempo rappresenta sempre uno scambio tra intimo ed esterno, tra dentro e fuori. Il termine “perturbazione” ne è il sintomo semantico che noi proiettiamo nel tempo meteorologico».

Nel mondo contemporaneo siamo arrivati secondo lei a una specie di esasperazione di questa trasposizione morbosa tra clima e sentimenti umani?

«Più in generale, la terminologia e la semantica riguardante il clima riflettono anche l’epoca storica. Noi oggi vi proiettiamo un senso di paura, quasi di apocalisse. Viviamo, insomma, in un’ epoca del clima impazzito, schizofrenico, che non ha più naturalità di espressione, che ha perduto i segni premonitori, che ha perduto la dimensione causa-effetto in rapporto a ciò che esprime e sarà come tempo atmosferico. Questa schizofrenia ci mette paura, ci sembra che il tempo non è più fatto per l’uomo, la pioggia non è più fatta per l’uomo. Non dimentichiamo un altro aspetto, quale la presenza e l’invocazione dell’elemento divino in rapporto al tempo fisico. Datore del tempo buono e fecondo era sempre il santo patrono o il dio: “Volendo dio che piova”».

Continua nella Parte II

Autore Andrea Aufieri

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