La Pasqua e le previsioni

Mai una Pasqua fu così incerta come quella che ci stiamo apprestando a trascorrere. Parrebbe una osservazione attuale, eppure tutti gli anni l'episodio si ripete, quasi scontato, come se volesse rispettare con svizzera puntualità una vera e propria tradizione. Ne consegue che un campo minato come quello delle previsioni meteorologiche, già martoriato di suo, diventa un vero e proprio banco di prova per modelli, previsori e appassionati. Pensate che persino grandi personaggi del calibro di Andrea Baroni, sono inciampati sul tempo delle Pasqua. Erano certamente altri anni, tuttavia le scuse in diretta al TG1 per aver previsto sole anzichè pioggia in una lontana Pasqua degli anni '80, ha fatto di lui un maestro anche in deontologia e classe, oltre che in Meteorologia.

30 anni e più sono passati da allora, la tecnologia ha rivoluzionato la catena previsionale, le comunicazioni, la potenza dei calcolatori, la gittata delle previsioni, è cambiato anche il clima pensate, ma il tempo della Pasqua no; lui rimane sempre là adesso bello, subito dopo brutto, prima mite, poi più freddo, eternamente in bilico sul filo del rasoio, come un alpinista in equilibrio precario sull'abisso, come un surfista nei brevi istanti che gli permettono di cavalcare l'onda.

Ma se le risore messe a disposizione dal progresso tecnologico non sono state proporzionali ai risultati ottenuti in campo previsionale, è per via della nota teoria del caos deterministico firmata da Lorenz, non certo per l'incapacità di chi porta a termine tutti i giorni dell'anno il difficile e poco remunerato mestiere di previsore. Un curriculum annuale di 330 previsioni corrette, al netto di 30 giorni di ferie, fanno 5 giorni l'anno di previsioni sbagliate, dei quali 2 solo nei giorni di Pasqua e Pasquetta.

Vallo a spiegare agli albergatori, vallo a spiegare agli operatori degli sport invernali, vallo a spiegare all'immensa platea di lettori, ascoltatori, telespettatori, magari anche qualche milione, pronta a lanciare uova e pomodori per non aver previsto l'unico temporale sfuggito alle maglie d'indagine dei modelli, ma che magari ha allagato mezza Roma, proprio nel giorno dedicato alla tradizione della grigliata fuori porta.

E allora, cari lettori, ecco che anche noi in qualità di appassionati, siamo chiamati a difendere questa nobile scienza, siamo chiamati nel nostro piccolo a sottrarre i professionisti da questo medievale tiro al Meteorologo, siamo chiamati a fare da anello di congiunzione tra scienza e popolo, da pacieri tra la gente e il tempo. E se non verremo capiti, pazienza; da leggi perfette si cadrà comunque in risultati finali approssimati, con buona pace dei “geni” di ieri, di oggi e di domani.

Buona Pasqua a tutti!

Luca Angelini

23 marzo 2015: la Meteorologia spegne 65 candeline

Cade come ogni anno il giorno 23 marzo è la ricorrenza dell'entrata in vigore dell'Organizzazione Meteorologica Mondiale, internazionalmente nota come WMO, World Meteorological Organization, posta in essere il 23 marzo del 1950. La Meteorologia moderna inizia da qui, 65 anni fa. L'istituzione nasce per diversi obiettivi scientifici, tra i quali spicca la standardizzazione dei rilevamenti meteorologici, allo scopo di rendere uniformi le pubblicazioni statistiche e le osservazioni strumentali. Si tratta di un'organizzazione cui aderiscono al momento 189 Paesi di tutto il Mondo.

Dalla costola della OMM nel 1988 ha visto nascere, come branca dedicata esclusivamente alla raccolta e alla valutazione dei dati relativi all'ambito del cambiamenti climatici, l'Intergovernmental Panel on Climate Change, meglio nota come IPCC.

Come ogni anno la ricorrenza si presta dunque alla sensibilizzazione su argomenti a sfondo climatico. Il 2015 ci invita a prender coscienza sulla necessità di adottare misure importanti e decisive per limitare gli impatti dei cambiamenti climatici. In un messaggio per la Giornata mondiale della Meteorologia, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon ha rassunto questo nuovo atteggiamento con il termine di resilienza. La resilienza è quella capacità di superare un cambiamento importante, onde evitare le conseguenze dannose che ne deriverebbero. E l'uomo è certamente in prima fila nel difficile ma inderogabile compito di adattamento al nuovo assetto climatico.

Luca Angelini

Eventi meteo anomali o estremi: qual è la differenza?

In questi tempi di “qualunquismo meteorologico” dilagante, diviene sempre più importante sapersi destreggiare nei meandri della terminologia corretta, soprattutto per quanto concerne i fenomeni meteo. Eventi intensi, anomali o estremi: sembra sia tutto sotto uguale, tutto insieme dentro l'occhio del ciclone, passatemi la battuta, quasi a farci credere stia succedendo tutto adesso, dopo decenni o addirittura secoli di (improbabile) quiete meteo-climatica. Il primo passo per esporsi di meno e capirci di più è porre l’accento sulla frequenza con la quale si stanno manifestando in giro per il Mondo eventi meteorologici anomali. Una premessa: cos’è un evento meteorologico anomalo? E’ una qualsiasi evenienza meteo i cui parametri di riferimento numerici oltrepassano il limite medio statistico della rispettiva climatologia.

Esempio: 65 millimetri di pioggia sono la media climatologica della piovosità di febbraio sulla città di Milano. Qualsiasi valore superiore od inferiore ad esso costituisce una anomalia. Se invece questi 65 millimetri cadono tutti in una giornata, piuttosto che nell’intero arco mensile, ci troviamo dinnanzi ad un fenomeno estremo. Altro esempio: 30 centimetri di neve a Bologna accompagnati da giornate di ghiaccio può essere la norma climatologica del mese di gennaio, diventa un evento anomalo a metà marzo, estremo a fine aprile. In questo caso anche la statistica inerente gli anni di ritorno dell'evento può darci un peso numerico alla rispettiva anomalia e dunque quantificarla correttamente per poi classificarla eventualmente quale evento estremo.

Il filo sottile che separa questa terminologia, apparentemente ma erroneamente ritenuta sinonima, è contemplata anche dai Climatologi, i quali prendono come parametro di riferimento l’impatto dei rispettivi eventi sul territorio e in particolare in termini di vite umane. Un evento anomalo per intensità mette a rischio vite umane, un evento estremo per intensità intacca anche la statistica climatologica.

Il cambiamento climatico in atto sta variando la statistica degli eventi estremi, poichè allunga l’ “elastico” climatologico. Si battono record di caldo ma anche di freddo, di piovosità ma anche di siccità. Come i più esperti certamente ricorderanno,ogni fenomeno meteorologico presenta una stretta dipendenza dalle condizioni iniziali, ovvero: cambiando anche di poco le condizioni iniziali di un sistema, l’innesco e la successiva evoluzione dei fenomeni sarà molto diversa. Nella fattispecie: a scala globale l’atmosfera può contare su un maggior quantitativo di energia potenzialmente disponibile. A scala sinottica o locale questo surplus energetico può essere quantificato dall’analisi di particolari indici.

Prendiamo ad esempio un ciclone tropicale: a prima vista nulla sembra essere cambiato dai decenni passati. La frequenza di innesco dei cicloni tropicali risulta immutata, così come la velocità massima dei venti al loro interno (forse anche per limiti alle strumentazioni?). Se però andiamo a fondo utilizzando l‘indice ACE (Accumulated Cyclone Energy Index), velocità del vento + durata, notiamo che i venti massimi nei cicloni tropicali durano più a lungo e non solo:l'indice PDI (velocità del vento + durata + estensione della tempesta) è anch'esso in aumento. Ciò dimostra che l'energia in gioco è evidentemente maggiore rispetto ai decenni precedenti.

E se facessimo uno studio analogo anche sui nostri temporali?

La circolazione generale dell’atmosfera, onde sopperire al mutamento dell’assetto energetico globale a disposizione, tende quindi a mal distribuire le risorse dei fenomeni meteorologici, con il risultato di un aumento degli eventi non solo anomali, di quelli intensi, ma soprattutto di quelli estremi. Nasce dunque l’esigenza di una migliore e più professionale informazione meteo-climatica, affiancata da una maggior cultura della materia da parte di tutti perchè alla fine, davanti al rischio di un evento estremo “back my home”, ognuno sarà sempre il meteorologo di sè stesso.

Luca Angelini

USA: questo strano inverno a due velocità

L’INVERNO ANOMALO IN AMERICA: America a due velocità, nevicate record nell’East Coast, siccità in California, ma anche inverno primaverile dell’Alaska e gelate anomale in Florida. Son tutti ingranaggi appartenenti allo stesso meccanismo, quello del cambiamento climatico in atto. Qualcuno potrà obiettare, asserendo che la super-neve dell’East Coast è sintomo di un clima che si raffredda, viceversa osservando l’inverno particolarmente mite (compatibilmente con la media climatica del luogo) trascorso in Alaska, si potrebbe intendere il fenomeno opposto. Analogamente sostenere che l’Artico non è mai stato così caldo dall’ultimo grande periodo inter-glaciale, ovvero da 125.000 anni, non dimostra nulla.

ANOMALIE PIU FREQUENTI: se queste anomalie, che finora hanno viaggiato passi di 100 mila anni, si ripresentano ora dopo 100 anni, poi dopo 10 anni, beh allora il discorso cambia. L'approccio corretto per superare l'impasse dovuta al pari planetario tra caldo da una parte e freddo dall'altro, è iniziare a disegnare un trend, una linea di sviluppo proiettata verso una direzione univoca, quella che il cambiamento climatico in atto ci sta effettivamente portando (e in parte ci ha già portato) verso un clima più caldo.

AMPLIFICAZIONE ARTICA: ora, le influenze di questi cambiamenti climatici sull’inverno (sarebbe meglio dire degli ultimi inverni) del nord America attingono la loro origine diretta da un noto fenomeno fisico, l’Amplificazione Artica. Lo abbiamo descritto per esteso in questo articolo di qualche tempo fa: La minor copertura glaciale dell’oceano Artico, ha determinato un maggior assorbimento di energia solare per diminuito effetto albedo e isolamento nivo-glaciale e dunque un aumento della temperatura media che, alle alte latitudini, ha raggiunto valori maggiori rispetto al resto del Pianeta.

IL PROBLEMA DELLA PERSISTENZA: il gradiente di temperatura, e quindi di pressione, tra le latitudini polari e quelle intermedie risulta quindi più lasco e la Corrente a Getto Polare più ondulata in senso meridiano. Ma quando un’onda atmosferica raggiunge una particolare lunghezza (determinata da un numero noto come numero di Rossby) tende a divenire stazionaria, a bloccarsi e dunque a causare situazioni di persistenza.

L’ALASKA RIDGE e la SICCITA IN CALIFORNIA: nel caso del nord America (ma situazioni analoghe sono individuabili anche a livello europeo) l’amplificazione dell’onda avviene a carico del cosiddetto “Alaska Ridge”, che consiste nello sviluppo e nello stazionamento di un campo di alta pressione anomalo tra lo Stretto di Bering e l’Alaska, con coinvolgimento di tutto il comparto occidentale nord-americano. Si pongono così in essere su queste zone le condizioni favorevoli a prolungati periodi siccitosi e più caldi della norma.

LE MAXI NEVICATE NELL’EAST COAST: il Getto in arrivo dal Pacifico poi, sottoposto ad una tipica ondulazione a valle delle Montagne Rocciose (effetto dovuto alla rotazione terrestre) , tende a deviare verso sud a partire della Great Plains (comparto centrale statunitense), per poi risalire verso nord sull’East Coast. Il contrasto tra questo forcing dinamico che porta aria mite e umida a scorrere in quota sopra lo zoccolo gelido che trafila dall’Artico Canadese nei bassi strati, è all’origine delle intense perturbazioni e quindi delle abbondanti nevicate su quei settori.

LO STUDIO: se fino ad oggi quanto descritto faceva parte della sinottica “accademica”, ora è supportato da un recente studio “Evidence for a wavier jet stream in response to rapid Arctic warming”, pubblicato su IOPScience da Jennifer Francis, dell’Institute of Marine and Coastal Sciences della  Rutgers University, e Stephen Vavrus,  del Center for Climatic Research dell’Università del Wisconsin-Madison.

La ricerca è iniziata dopo il disastro dell’uragano Sandy, quando la Corrente a Getto provocò  una brusca virata della tempesta, mandandola a impattare il Jersey e New York City.  Dalla ricerca si evince che “Dagli anni ’90, modelli di jet-stream molto ondulati dovuti all’Amplificazione Artica, si stanno verificando sempre più spesso ed ora stanno interessando anche altre zone dell’emisfero settentrionale, imponendo un forcing attivo lungo tutte le quattro stagioni dell’anno.

COMMENTO FINALE: come possiamo notare, l’impatto dei cambiamenti climatici è molto più vistoso da un punto di osservazione indiretto, ovvero attraverso l’analisi dei fenomeni meteorologici, che direttamente, dalla semplice analisi del campo termico. La sfida più grande nel campo della ricerca scientifica nei prossimi anni, sarà senz’altro quella di individuare in via univoca questa risposta atmosferica e collegarla poi ad una causa particolare, una sorta di processo inverso: capire i cambiamenti climatici partendo dai cambiamenti del tempo e delle sue regole. Il clima andrà ancora avanti per la sua strada, sta a noi imparare a rispettarlo e stargli al passo. Chi si ferma è… perduto.

Luca Angelini

Effetto Albedo: il grande equivoco

Dopo una bella nevicata gli appassionati aspettano poi una notte serena e calma, per vedere se la colonnina di mercurio scende di parecchi gradi sotto lo zero e per poter quindi godere del gelo vero e proprio.
Il ragionamento fila, e ha anche dei riscontri recenti: basta guardare alle zone tra Cremonese e Parmense, che nei giorni scorsi hanno avuto nevicate abbondanti, e poi – dopo nottate calme e limpide – hanno registrato temperature fino a -9/-10°C.

Effetto Albedo

Ok, fin qui ci siamo.
Tuttavia ciò che gli appassionati sbagliano è il considerare questo risultato come frutto del cosidetto Effetto Albedo, un fenomeno fisico riconosciuto e che in presenza di neve raggiunge picchi altrimenti poco evidenti.

L'Effetto Albedo – nell'ambito che ci interessa – è il risultato del fatto che la neve ha un colore bianco, e che quindi riflette completamente (o quasi) la radiazione elettromagnetica – ossia la luce – che gli arriva addosso.
Quindi, già da questo, si capisce che non può avere un ruolo di notte, quando di luce non ce n'è.
E' invece molto importante in presenza del sole, perché con un manto nevoso uniforme a coprire il terreno comporta la riflessione di tutta la luce (e dell'energia!) del sole verso l'alto, e quindi se l'aria è asciutta anche la sua dispersione. Ciò fa sì che le temperature durante il giorno (!) rimangano molto basse, talora anche al di sotto dello zero pure nelle nostre pianure.

Quello che fa calare invece così tanto le temperature notturne è il fatto che con un manto nevoso esteso e spesso il terreno viene completamente isolato dall'atmosfera; quindi ciò che durante la notte perde calore verso lo spazio raffreddando l'aria non è più il terreno, ma direttamente il manto nevoso. E allora la perdita di calore rispetto al terreno nudo è molto più veloce, perché al normale irragiamento si somma anche un altro fenomeno fisico: la sottrazione di calore latente (in grosse quantità) all'atmosfera a causa della veloce e consistente sublimazione dei cristalli di neve e ghiaccio nell'aria secca.
Il calore latente è energia che viene liberata o “imprigionata” da un materiale (nel nostro caso l'acqua) quando subisce un cambiamento di fase da solido a liquido, da solido a gas, o da liquido a gas, e viceversa. Nello specifico quando l'acqua passa dallo stato solido a quello di vapore viene imprigionata una gran quantità di calore; quanto basta per far scendere in maniera consistente la temperatura dell'aria.

Entrambi gli effetti – Effetto Albedo e sottrazione di calore latente – perdono invece importanza quando l'aria è umida o il cielo è nuvoloso; e allora in questi casi il calo della temperatura associato è molto meno marcato.

GELO siberiano, quel grido rimasto inascoltato

L'inverno si avvia verso le sue battute finali, 15 giorni o poco più ci separano dai primi resoconti statistici sulla stagione e la mente corre indietro a quel periodo di grandi aspettative, quando si avvicinavano i giorni del Natale, la luce del giorno era ridotta ai minimi termini, la notte si prendeva la sua rivincita e da più parti ci si chiedeva quali sorti avrebbe avuto l’inverno. In particolare il richiamo si alzava sempre più alto alla spasmodica ricerca del vero, grande, unico protagonista degli inverni da leoni dei decenni passati, l’anticiclone russo-siberiano, ben noto alle schiere di appassionati, come l’Orso.

In realtà una risposta era stata tentata da un gruppo di ricercatori, i quali avevano notato una sorta di correlazione tra l’aumento della copertura nevosa sul continente europeo nel mese di ottobre e la svolta fredda dell’inverno. L’indice in oggetto è l’OPI. Dati alla mano però, e oltretutto con il senno di poi, è ora inopinabile il fatto che la ricerca mostra una importante lacuna, emersa proprio nel corso di questa stagione invernale: e se a partire da novembre, la copertura nevosa arretra nuovamente verso la Russia?

In altre parole l’OPI risulta legato all'andamento dell'Oscillazione Artica e dunque anche alla possibilità di formazione, sviluppo e mantenimento di un campo di alte pressioni di tipo termico sul continente all’inizio del semestre freddo, evento che si manifesta soprattutto grazie alla presenza di vaste distese innevate, anche con l'ausilio dell’albedo. Ad una partenza OK, si è però frapposto l’Atlantico il quale, spinto dalla vivacità del lobo canadese del vortice polare, ha spazzato svariate centinaia di chilometri di territori continentali innevati, inficiando così l’opera intrapresa dall’indice OPI.

Siamo a inizio dicembre, ecco che l’inverno cambia strada ancor prima di entrare nel vivo. Risultato, confermato anche a gennaio e febbraio, sono le episodiche ondate di freddo che si staccano dalla circolazione circumpolare e riescono ad allungarsi sino al Mediterraneo si contano sulle dita di una mano (ad avanzano anche alcune dita…).

Cosa è mancato dunque finora a questa stagione per fare il botto? Certamente lui, l’Orso siberiano. L’alta pressione russo-siberiana non si è spinta fin sull’Europa, sia perchè non ha trovato suoli sufficientemente innevati per consolidarsi (l’alta russa è di natura termica), sia perchè non si sono verificati eventi stratosferici estremi (ESEs) che ne avrebbero potuto favorire la propagazione in catena di trasmissione di concerto con l’alta atlantica (di natura dinamica) in espansione anomala vero le latitudini artiche (alta polare).

Niente gelo sull’Italia quindi, nessun Buran, quantunque da più parti menzionato quasi fosse un ologramma, un specie miraggio in un deserto di ghiaccio che non c’è. Il clima mediterraneo è temperato caldo, il gelo è prerogativa della Siberia o delle regioni artiche, ben lungi dal giungere sul Mediterraneo senza sconvolgimenti a scala almeno continentale. Senza la materia prima, l’Orso siberiano in questo caso, l’inverno italiano sarà sempre una stagione a metà, sarà una coperta sempre troppo corta per accontentare tutti  e il richiamo dei molti appassionati, rimarrà sempre e solo un grido inascoltato.

Luca Angelini

FREDDO e NEVE sbarcano sul medio Adriatico e al Sud

Prendi un nocciolo di aria molto fredda, ben organizzato sulle distese ghiacciate dell’Artico groenlandese, inseriscilo entro il ramo del flusso portante diretto verso l’Europa, che su quel settore si presenta a curvatura ciclonica, e il gioco è fatto. Detto in termini molto semplici, è il meccanismo che sta per originare una nuova fase di maltempo invernale sul nostro Paese, in questo caso sulle regioni centrali adriatiche e su quelle meridionali. Lo schema è quello che si può apprezzare dalla mappa riportata nella figura in alto a sinistra. Si tratta del modello GFS, centrato per le ore 13.00 di ieri, sabato 7 febbraio e che rappresenta l‘avvezione di temperatura in 6 ore sul piano isobarico di 850hPa (1.500 metri).

Si possono ricavare importanti elementi di prognosi: in prima battuta, grazie alla colorazione blu-viola, la posizione attuale del nocciolo di aria fredda (entro il tratteggio bianco) poi, grazie all’isobaratura nera, la traiettoria di spostamento del medesimo (frecce bianche). La seconda mappa (a destra) fornisce gli stessi parametri ma con riferimento alla mezzanotte di lunedì 9. Osservate dove si trova la zona di massimo raffreddamento (tratteggio bianco). Facile notare dunque che non si tratterà di Buran, vento gelido siberiano proveniente da est, che avrebbe necessitato della presenza veicolante dell'alta pressione russo-siberiana, ma di freddo scandinavo proveniente da nord, quindi artico-marittimo, parzialmente continentalizzato.

Ma ecco una breve descrizione sinottica utile per comprendere la cronologia degli eventi.

SITUAZIONE: lungo il bordo orientale dell’anticiclone atlantico, in via di rinforzo ed elongazione verso la Groenlandia, scorre un nucleo di aria molto fredda di origine artico-marittima, pilotato da una anomalia della tropopausa che si va aprendo un canale verso l’Europa orientale, con destinazione Balcani. La massa d’aria fredda,  dopo aver superato nella notte la regione scandinava e questa mattina la Polonia, si trova ora tra Austria e Repubblica Ceca, in procinto di doppiare l’arco alpino orientale.

EVOLUZIONE: la presenza di un minimo residuo sul basso Tirreno (è quello che ha portato le recenti nevicate al nord) fungerà da esca e aggancerà la vorticità in arrivo dal nord Europa tanto da deviare parte della colata fredda verso le nostre regioni meridionali. L’impatto della nuova massa d’aria avverrà in due successive pulsazioni: una prima, dovuta al contraccolpo freddo che inizia a premere dall’altra parte dell’Adriatico, sino a domenica pomeriggio, un secondo con l’inserimento della lama fredda vera e propria a partire dalla serata.

L’IRRUZIONE FREDDA: domenica sera irrompe la coda del fronte freddo, che genererà una brusca rotazione del vento da nord, un sensibile calo delle temperature e un calo del limite delle nevicate fin su pianura e sulla fascia costiera compresa tra le Marche meridionali e il Molise. Nella notte e per l’intera giornata di lunedì, la neve raggiungerà anche le quote pianeggianti della Puglia, della Basilicata e della Calabria settentrionale, mentre si attesterà intorno a 300 metri sulla Calabria meridionale (dove i fenomeni saranno comunque più occasionali) e a 400 metri sul nord della Sicilia. Possibili temporanei sconfinamenti su Sannio ma soprattutto Irpinia. Potrebbero dunque svegliarsi imbiancate città costiere come Pescara, Termoli, Foggia, Brindisi, Bari, Lecce e Taranto. Neve anche a L’Aquila, Campobasso, Isernia, Potenza, Matera e Cosenza. Possibili spruzzate anche ad Avellino, Benevento, Crotone e Catanzaro e in collina su Reggino, Messinese tirrenico e Palermitano. Nella seconda parte della giornata ancora rovesci sparsi, con limite delle nevicate previsto in rialzo a 300-400 metri sui settori peninsulari, fino a 500-600 metri in Sicilia.

TENDENZA PER MARTEDI: al mattino ancora un po’ di instabilità, con nuvolaglia e residue brevi nevicate a partire da 500 e 600 metri, cui seguirà una raduale cessazione delle precipitazioni e un indebolimento del vento che ruoterà nuovamente a nord-ovest. Ancora freddo con temperature sotto la media, ma il leggero rialzo rispetto a lunedì.

Luca Angelini

La NEVE di giovedì e venerdì: bassa Padana sempre favorita

Un piccolo errore nelle condizioni iniziali può generare un processo a cascata fonte di errori anche vistosi nella prognosi futura. Questa regola d’oro, ben nota a chi da anni mastica come pane quotidiano carte e previsioni, ci pone ancora una volta quali ancelle guardinghe, persino a meno di 24 dall’arrivo della perturbazione dispensatrice di neve, programmata, per così dire, tra questa sera e la mattina di venerdì. Il discorso vuole essere la logica continuazione di quanto premesso nel precedente intervento.

 Facciamo un rapido excursus che ci porterà a comprendere insieme, cari lettori, quale sarà l’evoluzione.

IMMAGINE SATELLITE: si nota sui Balcani la nuvolosità legata alla perturbazione giunta ieri (martedì) e che ora si allontana verso est, non senza aver prima preparato la strada alla seconda perturbazione, quella legata al minimo n.2, che vediamo in avvicinamento dalla Spagna, con gli avamposti legati al fronte caldo che già hanno in parte coinvolto le nostre regioni di nord-ovest. Il sud, sotto l’influenza di aria più temperata che confluisce dal nord Africa, si presenta con cieli più aperti, specie sui versanti adriatici e ionici.

CARTA A 1.500 METRI (figura a destra): fisica conseguenza di quanto descritto in questo articolo, si riferisce alle ore 12.00 UTC di domani (giovedì) e permette di apprezzare il centro di bassa pressione che dalle Baleari si è portato tra la Corsica e la Sardegna. Da questa posizione richiamerà aria fredda dal nord Europa e aria più mite dal nord Africa. A separare le due masse d’aria (tre se consideriamo la componente continentale che comunque pare limiterà la sua portata a solo il 30%) un complesso sistema frontale che vediamo riprodotto nella successiva immagine sulla carta al livello del mare con isobare e fronti.

CARTA AL LIVELLO DEL MARE (sotto): prevista per le ore 12.00 UTC di domani, mette in evidenza la perturbazione descritta sopra, il cui ramo occluso andrà a interessare le nostre regioni settentrionali, apportando precipitazioni diffuse e le nevicate che tra un attimo andremo ad analizzare, e la Sardegna.

Il ramo caldo sfilerà verso il centro, dove è atteso pertanto un rialzo della neve a quote di montagna, e il ramo freddo che si porterà nella seconda parte della giornata verso il sud, dove potrà generare un rapido passaggio di rovesci , anche a sfondo temporalesco. Nevicate essenzialmente in Appennino e sulle cime dei monti siculi.

CARTA DELLE NEVICATE (in fondo a destra): grazie al modello messo a disposizione dal Consorzio LAMMA Toscana, notiamo la distribuzione prevista delle nevicate nella giornata di domani, giovedì. L’accumulo di aria fredda per venti da nord-est, si conferma favorevole a nevicate di una certa intensità lungo l’asse emiliano e sul basso Piemonte, sino a quote pianeggianti.

La neve potrà raggiungere quote di pianura o di fondovalle per quanto riguarda i settori montani, anche su Triveneto e Lombardia,  ma alternata a pioggia, quote collinari sul settore d’entroterra ligure centrale, con locali episodi corografici anche verso la fascia costiera di Genovese e Savonese. La pioggia invece dominerà la scena su Romagna, fasce costiere friulane, venete e liguri, oltre a tutto il centro, dove, per via del richiamo mite che vi abbiamo descritto, il limite delle nevicate salirà a quote montane.

Luca Angelini

Le premesse sinottiche che giovedì porteranno la NEVE in val Padana

Una panoramica a scala sinottica ci permette di fare il punto della situazione e di porre le basi per inquadrare correttamente la fase apicale di questo guasto invernale, che ormai sta per entrare nel vivo.  In figura è rappresentata la mappa relativa al campo di geopotenziale a 850hpa, isoipse colore nero (circa 1.500 metri di quota) e il relativo campo di temperatura, isoterme colore bianco, prevista per le ore 06 UTC di domani dal modello americano GFS.

Nella figura n.1, pubblicata in alto, si nota la grande ruota depressionaria centrata sull'Europa, che si spinge fin sul nord Africa e che costringe le correnti perturbate a scendere di latitudine lungo i meridiani occidentali europei, sotto la pressione imposta dall’asse anticiclonico atlantico, in fase di sviluppo contrapposto fin sull’Islanda. Seguendo il percorso delle isoipse ( e le frecce nere) si evince che gli impulsi di aria polare marittima partono proprio da alte latitudini atlantiche e finiscono per confluire entro il centro motore della depressione, un minimo a occhiale posto al traverso dei golfi del Leone e Ligure.

Il minimo ligure-tirrenico (n.1 in figura) è legato alla perturbazione giunta oggi, martedì, quello che vedete sul golfo del Leone (n.2), in procinto di completare un processo di ciclogenesi, andrà in fase con il primo, attivando la perturbazione che risulterà determinante nel generare il nuovo peggioramento, quello che domani pomeriggio (mercoledì) prenderà il via sulle nostre regioni centro-settentrionali.  Come potete notare, il richiamo temperato sud-occidentale non permetterà ancora alla neve di raggiungere quote di pianura in modo organizzato ed esteso, ma solo temporaneo e localizzato.

Attenzione però: nelle prossime 24-36 ore, l’asse dell’alta atlantica, stirato verso est dalla ripresa del flusso occidentale alle alte latitudini, finirà per coricarsi verso la penisola Scandinava, causando una spinta retrograda delle correnti fredde. Queste ultime, dall’Europa settentrionale, finiranno per confluire entro il minimo destinato al golfo Ligure attraverso la via franco-iberica, portandosi dietro in testa quella lingua di aria molto fredda che vedete distesa tra Svezia e Danimarca (n.3) e in coda aria ugualmente fredda di natura via via più continentale (n.4), che invece vediamo giacere sulla Russia e che perverrà sull'Italia a mezzo di freddi venti da nord-est.

Ne deriverà un ulteriore approfondimento del minimo ligure con conseguente sviluppo di un articolato sistema frontale, il cui ramo caldo, scorrendo al di sopra dell’aria fredda inseritasi da nord-est, darà luogo nella giornata di giovedì ( e forse anche nella prima parte di venerdì) a diffuse nevicate anche in pianura sulle nostre regioni settentrionali. Per motivi legati all'orografia, il flusso freddo da est si accumulerà in due settori ben precisi: il primo a ridosso della pedemonana emiliana e il secondo entro la conca del basso Piemonte. Questi saranno pertanto i settori che potranno beneficiare (se così si può dire) nelle nevicate più consistenti. La neve arriverà comunque anche sul resto del Piemonte e su gran parte della pianura lombardo-veneta, nonchè sull'entroterra ligure centrale, con eventuali sconfinamenti possibili sino a quote costiere tra Genovese e Savonese (figura n.2).  

Luca Angelini

Temporali in inverno: sono davvero così rari?

Interrompe il ticchettio regolare della pioggia che batte sui balconi con il suo “woom” sordo e profondo. Sembra lontano, o forse no. Ma cos'era un tuono? A gennaio? E' quanto avranno esclamato in questi giorni molti di voi, e non solo al centro-sud, ma anche in zone del nostro settentrione dove solitamente tutto tace in questa stagione, quasi imbalsamato dal letargo invernale, come in Piemonte. Eppure nell'Alessandrino le recenti nevicate si sono presentate anche sotto forma di precipitazione convettia, accompagnandosi a lampi e tuoni. Beh, in questo caso è facile intuire lo sconfinamento delle masse temporalesche attivatesi lungo la classica linea di confluenza che in determinate circostanze si sviluppa sul mar Ligure, in direzione dell'Appennino genovese e quindi inoltratesi sugli adiacenti settori padani. Certo non è cosa comune in val Padana, dove si è abituati al fragore dei tuoni essenzialmente nel semestre estivo.

Qualcuno punta il dito sui cambiamenti climatici, qualcun altro spara sul detto ormai super-inflazionato “non ci sono più le mezze stagioni”. In via statistica, se facciamo la doverosa eccezione della Liguria e del Friuli Venezia Giulia, il nord Italia raramente si trova ad assistere a fenomeni temporaleschi durante l'autunno e l'inverno. In via sinottica alcune circostanze possono produrre precipitazioni convettive, magari accompagnate da attività elettrica ma trattsi di una eccezione, non certo di una regola.

E il centro-sud? Pur se la massima frequenza temporalesca anche su queste regioni è da ascrivere al semestre estivo, dobbiamo osservare che anche l'inverno può dire la sua. Il rilascio di energia da parte dei nostri mari, sotto forma di calore latente (immissione di umidità) e di calore sensibile (riscaldamento dell'aria dal basso) tende ad instabilizzare le masse d'aria più fredde che sopraggiungono dalle alte latitudini. L'aria fredda, più densa e pesante, che si inserisce solitamente in campo depressionario, giunge sull'Italia dopo aver superato le asperità orografiche di Alpi
e Appennini e si immette sul nostro Paese a partire dalle quote superiori, Trovandosi però sbilanciata, senza uno sgabello sotto i piedi, tende a cadere e ad aprirsi un varco verso il basso a scapito dell'aria calda e umida che è così costretta a salire al suo posto, generando un processo noto come “convezione”.

A causa della convezione, processo che ricordiamo, insieme a conduzione e irraggiamento, assicura la redistribuzione del calore attraverso la colonna d'aria, le masse d'aria giunte sull'Italia si rimescolano, il freddo si smorza e l'inverno assume le tipiche caratteristiche temperate calde del Mediterraneo, ma il prezzo da pagare, se così si può dire, per questa sorta di mitigazione climatica tutta italiana sono appunto i temporali. Se due indizi fanno una prova, allora temporali a gennaio e inverno che stenta a dare il meglio possono pertanto essere considerati segnali tangibili di un clima che è cambiato e che, trovandosi ancora in fase dinamica, non ha ancora assunto uno determinato stato di equilibrio. Non ci son più le mezze stagioni? Il 2014 ha dimostrato che invece le mezze stagioni hanno dominato alla grande, demandando alla primavera un'estate sotto tono (almeno sul nostro centro-nord) e all'autunno un inverno che, alla bellezza del 22 gennaio, non ha ancora trovato la chiave per spalancare la porta sul nostro Paese.

Luca Angelini

Associazione MeteoNetwork OdV
Via Cascina Bianca 9/5
20142 Milano
Codice Fiscale 03968320964