La gestione dell'incertezza nelle previsioni meteorologiche

L'esempio di questi ultimi giorni ci offre lo spunto per proporre una importante osservazione riguardo l'incertezza delle previsioni meteorologiche. Le previsioni, tanto per iniziare, non sono tutte uguali, ma variano da situazione a situazione. Guardate quelle per la fine di marzo: quanta incertezza a sole 48 ore di distanza! Non la prendiamo come una sconfitta della scienza, bensì come un'ottima occasione per tastare con mano la componente caotica dell'atmosfera e saperla gestire in modo ottimale.

Osservate le due figure proposte: in alto, 20 previsioni del campo di altezza geopotenziale di 500hPa per venerdì 1 aprile raggruppate con il noto metodo probabilistico di ensemble: la modellistica numerica risolve lo stato futuro dell'atmosfera applicando le leggi della fisica tuttavia, non potendo calcolare la componente caotica (che per definizione non segue un ordine e si esplica in modo del tutto casuale) riesce male dove quest'ultima è più influente, nel tal caso entro il cerchio nero con il punto di domanda.

Guarda caso, quel punto è proprio quello dove dovrebbe staccarsi dalla saccatura nord-atlantica il vortice di bassa pressione destinato ai nostri mari di ponente. Salta subito all'occhio infatti la mancata sovrapposizione degli attrattori (gli spaghetti), come invece avviene negli altri settori della carta.

Questo gap si proietta poi in maniera esponenziale (perchè è questo l'andamento della curva di errore dovuta al procedimento) nella mappa successiva, quella riferita alla giornata di sabato: guardate al momento quante diverse soluzioni calcola il modello: quale sarà quella corretta? La n.1 (nessuna pioggia sull'Italia), oppure la n.2 (qualche pioggia su Piemonte e Ponente ligure). E se fosse la n.3 (piogge in Sardegna) piuttosto che la n.4 (piogge su gran parte del centro-nord?). Oltre a queste 4 ipotesi ce ne sono altre 3 evidenziate in colore (fino alla n.7), poi altre 13 che non ho evidenziato per non appesantire troppo la figura.

Insomma che fare? Chi vincerà? I lettori chiedono lumi (giustamente) ma queste situazioni manterranno sino alla fine un ampio margine di incertezza. 

Ora, chiarito questo, cari amici e lettori, vi anticipo che quella per le giornate di venerdì, sabato e domenica sarà una previsione molto difficile. Sarà una previsione che, seppur condotta nel migliore dei modi, manifesterà comunque un'alta probabilità di errore, soprattutto se intenderemo inoltrarci in dettagli locali. Sarà pertanto una previsione da cogliere con tutte le cautele del caso

Luca Angelini

Il Blizzard e la Corrente del Golfo, importanti correlazioni

Che la costa orientale degli Stati Uniti sia soggetta alle celeberrime tempeste di neve invernali meglio note come Blizzard, è risaputo. Come si innescano queste intense depressioni?

La causa generatrice principale a scala sinottica è l’ondulazione della Corrente a Getto Polare in entrata sul continente nord-americano da ovest. All’impatto contro le Montagne Rocciose, per motivi legati alla forza deviante di Coriolis e dunque alla rotazione terrestre, il Getto prima devia verso sud con rotazione anticiclonica subito a valle delle Rockies e sull’ovest degli USA, poi risale di rimbalzo verso nord andando a generare una bassa pressione sugli Stati Orientali.  Questa depressione, una volta strutturatasi, richiama aria gelida artica e la porta a stretto contatto con quella calda subtropicale pescata dal golfo del Messico attivando così notevoli contrasti termodinamici e quindi maltempo.

Nulla di eccezionale dunque, tuttavia negli ultimi anni è stato notato un rinforzo anche notevole di queste tempeste, soprattutto in termini di precipitazioni. Alcuni ricercatori americani hanno voluto andare a fondo e hanno fatto una scoperta di grande interesse. Partendo dalla distribuzione delle temperature superficiali dell’Atlantico e delle loro anomalie, è stato rilevato una sorta di dipolo, costituito da acque più fredde della norma a sud della Groenlandia e da acque più calde della norma ad est degli Stati Uniti. Incrociando i dati di quest’ultimo settore, con quelli relativi all’andamento della CO2 (Saba et al. (2015), è stato rilevato che al largo della costa est degli USA le acque si sono riscaldate addirittura il triplo rispetto al resto del Pianeta, mentre molto più fredde della norma sono quelle del nord Atlantico.

Prendendo in considerazione il modello di circolazione oceanica in quel settore (Dima e Lohmann 2010), è stata notata una anomalia a carico della cosiddetta AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation), meglio nota come Corrente del Golfo a causa della presenza di un muro di acque molto più fredde della norma proprio al largo della Groenlandia (Blob atlantico), dovuta alle acque dolci di fusione dei rispettivi apparati glaciali.

In altre parole, il calore trasportato dalla AMOC, anzichè spalmarsi lungo l’oceano e completare il suo corso entro il Circolo Polare Artico, tende ad impaludarsi proprio al largo della costa est degli Stati Uniti, dove si è infatti formata una piscina di acqua molto più calda della norma.  Le acque più calde riscaldano gli strati atmosferici sovrastanti che hanno così a disposizione maggiori quantitativi di umidità (legge di Clausius-Clapeyron) e che pertanto possono generare precipitazioni più intense ed abbondanti.

Da qui l’aumentata frequenza delle nevicate estreme e l’abbattimento di numerosi record nevosi in questa parte del nord America.

Luca Angelini

Alte pressioni invadenti? Ecco perchè in Europa partiamo “avvantaggiati”

L'autunno ormai alle spalle, con le sue mostruose anomalie termiche e pluviometriche, ci invita senz'altro ad una riflessione: normalmente tali situazioni, con il tempo che si inceppa, si generano per la presenza dei cosiddetti anticicloni di blocco. Non è però questo il caso.  Attualmente lungo l’emisfero non è in atto alcun blocco atmosferico, tale da giustificare la presenza così persistente dell’anticiclone sul quadro europeo. La vera anomalia risiede infatti nella posizione della cosiddetta “storm track”, ossia l’asse di scorrimento delle correnti perturbate, decisamente più a nord della norma, anche a causa di un vortice polare particolarmente freddo e profondo. Una situazione simile a quella che si prestò ad entrare negli annali della climatologia europea nel lontano “non  inverno” del 1989-90, quando la presenza delle alte pressioni sul suolo europeo durò la bellezza di 100 giorni tra dicembre e marzo.

Ora, al di là di questo raro evento climatico (tempo di ritorno circa 25 anni), spesso ci si chiede perchè le alte pressioni diano l’impressione di essere proiettate verso l’Europa e il Mediterraneo. E’ solo sugestione, una fissazione mentale o un dato di fatto? E se è un fatto reale perchè mai accade così?

Uno studio condotto da Molteni e Tibaldi, che hanno forgiato l’omonimo blocking index, ci viene incontro, fornendo le risposte cercate: per motivi legati alla circolazione generale dell’atmosfera la longitudine di e quella di 180° sono quelle dove con maggior frequenza si verificano situazioni di blocco anticiclonico. Il fenomeno è più frequente nella stagione invernale, quando diventa una vera e propria anomalia climatica. Attenzione quindi a non confondere le consuete circolazioni anticicloniche o cicloniche semi-permanenti (vedi ad esempio alta delle Azzorre o ciclone d’Islanda) con i settori dove si verificano con maggior frequenza i blocchi, che invece sono considerate anomalie.

Guarda caso la longitudine di 0° è quella di Greenwich, con l’Italia subito vicino, leggermente spostata verso est, sono proprio le fette di globo interessate con maggior frequenza da situazioni bloccanti. Come vedete dai grafici, riferiti al trimestre invernale dicembre, gennaio, febbraio, la longitudine del Mediterraneo occidentale alle porte dell’Italia è addirittura una di quelle maggiormente interessate da situazioni di blocco dell’intero Pianeta. L’altra longitudine, quella di 180°, si perde sul bel mezzo del Pacifico, esattamente sulla linea del cambio di data, dove non esistono terre emerse se non atolli sperduti.

Tecnicamente per conoscere se ci si trova in situazioni di blocco si valutano indici dal nome impossibile come GHGN (Gradiente dell’Altezza Geopotenziale Nord) e GHGS (Gradiente dell’Altezza Geopotenziale Sud). In buona sostanza, semplificando, si calcola con opportune equazioni lo scarto tra l’altezza media del geopotenziale di 500hPa (5.500 metri) alle latitudini di 40°N, 60°N e 80°N. Se tale differenza (gradiente) è superiore a 10 metri geopotenziali, ci troviamo in condizioni di blocco totale o parziale. Confrontando poi questo dato con il valore medio del periodo 1950-2000, si possono trarre importanti informazioni di utilità statistica e climatologica.

E’ bene ricordare anche che tali anomalie persistono in media 2-3 settimane, ma dobbiamo considerare che reiterate condizioni di blocco possono determinare la rigenerazione continua dell’onda anticiclonica con un protrarsi dell’anomalia anche per qualche mese.

E’ stato rilevato inoltre che la frequenza e l’intensità dei blocchi atmosferici subisce alcune modifiche in relazione al ciclo dell’ENSO e risulta più tenace in caso di El Nino (la situazione attuale), meno nei casi neutri o di La Nina. Questo perchè tale ciclo modifica la distribuzione della pressione sul comparto pacifico e indiano portando allo sviluppo di onde atmosferiche (alte e basse pressioni) di lunghezza e parametri appropriati al rallentamento e al blocco.

Luca Angelini

Il gelo fresco della ghigliottina artica

In attesa di un cambiamento esteso del tempo spuntano, come al solito, aggettivi e sostantivi che farebbero arrossire uno scrittore di favole di fantascienza per bambini. Il tutto per guadagnare click, pubblicità e tutto quello che ne consegue.
E allora anch'io mi presto al gioco (vedi titolo), giusto per provare il brivido della trasgressione in un mondo sempre più popolato da artisti dell'eloquio tentatore.

Ok, bene. Il brivido non è arrivato; quindi possiamo andare avanti passare a quello che succederà parlandone con l'animo più leggero.

La sostanza è questa: stiamo per passare da un periodo di 15-20 giorni troppo caldo e siccitoso ad alcune giornate dapprima ventose, poi piuttosto fredde e a tratti piovose.
Non sta arrivando niente di particolare o eccezionale, ma solo qualche giornata fredda, magari condita dalle prime nevicate decenti sull'Appennino e preceduta da una Libecciata. Stop.

Il tutto arriva all'improvviso perché l'alta pressione ha insistito troppo, nel tempo; non solo da noi, ma su tutto il Mediterraneo e anche sull'Atlantico Centrale, mantenendo temperature esageratamente alte alle medie latitudini mentre in zona artica stava proseguendo il normale raffreddamento e la costruzione dei ghiacci e della banchisa stagionali.
Le ventate dalla Groenlandia hanno già cominciato il loro cammino, e velocemente passeranno tra l'Islanda, il Mare del Nord, l'Europa centrale e la Francia, per poi arrivare da noi ancora con una certa velocità; tanto che il contrasto con l'aria calda ancora presente in Italia scatenerà venti particolarmente forti, con punte superiori ai 100 chilometri orari in diverse zone.
Seguirà qualche ora di vento più fresco, asciutto e turbolento, spazzando finalmente via le nebbie, lo smog e gli inquinanti in genere dalla Pianura Padana e le vallate più strette del Centro-Sud. Poi arriverà una calma relativa, che ci farà assaggiare le prime temperature notturne attorno allo zero (o sotto) sia in pianura che in montagna che nelle valli, già nella notte tra domenica e lunedì.

A seguire – secondo uno schema classico di questi peggioramenti – passerà un'altra perturbazione nata proprio sul Mediterraneo, a scorrere sul cuscino fresco e asciutto nato nel frattempo sulle nostre regioni, con maggiore impatto probabilmente sulle regioni centrali. Ma è presto per parlare di quote delle nevicate.
Intanto prepariamoci al ricambio d'aria, sicuramente più salubre di quanto potremmo pensare ad un primo impatto.

Eventi estremi, uragani verso la categoria 6?

Con lo sviluppo dell'uragano Patricia, l'ultimo di una lunga serie di cicloni tropicali al limite delle scale attualmente in vigore (la Saffir-Simpson), si propone l'interrogativo se sia possibile adottare una revisione ed allargare la scala alla categoria 6.

In realtà, nonostante i potenziali energetici messi a disposizione dal cambiamento climatico in atto e dunque il rischio di fenomeni che vadano oltre l'attuale classificazione, gli enti americani preposti al monitoraggio, sia il National Hurricane Center, la NOAA, che il National Weather Service fanno sapere di non essere d'accordo.

Sarebbe un lavoro lungo e poco produttivo, soprattutto in virtù del fatto che tali fenomeni estremi sono al momento molto rari e comunque non facilmente rilevabili sul campo. Una tempesta come l'uragano Patricia, giusto per fare un esempio, si verificano solo un paio di volte in un secolo. Troppo poco per modificare una scala che fa riferimento ad eventi di tale portata.

In conclusione: per quanto aggiornare modelli di simulazione e riferimenti di monitoraggio, creando una nuova classificazione, possa sembrare una buona idea, il gioco non varrebbe la candela. Secondo la WMO l'estensione alla categoria 6 sarebbe poco utile  per migliorare il sistema di classificazione corrente, e potrebbe anche confondere gli attuali sistemi di allerta e di pericolo, quasi al pari di una delle tante bufale che girano in rete.

E' stato comunque posto in essere un sondaggio tra gli Americani, i quali avranno l'ultima parola in merito a questo delicato argomento.

Luca Angelini

Viaggio nel fantastico mondo delle ciclogenesi

Analizzando la situazione meteorologica contingente, non possiamo non cogliere al volo l’occasione che la natura ci offre in queste ultime ore nell’evoluzione sinottica sullo scenario europeo.

La figura che abbiamo allegato è un estratto dal set di immagini pervenute dal satellite Meteosat alle ore 12.00 UTC di oggi, mercoledì 21 ottobre e rielaborate da EumeTrain. Il radiometro utilizzato, quello che lavora nella banda di assorbimento del vapore acqueo (lunghezza d’onda 6.2µm), ci permette di individuare lungo le aree più scure l’asse delle correnti a getto, dove intrude aria secca dalle alte quote della troposfera se non addirittura dalla stratosfera. Le zone in bianco identificano aree nuvolose e/o letti di aria umida.

La sovrapposizione dei massimi di vento (isotachie colore giallo) mette in bell’evidenza che le zone di massima vorticità si trovano in corrispondenza dell’uscita di sinistra dei massimi di vento (tecnicamente left exit region), in corrispondenza dei due pallini bianchi. In altre parole, il vuoto che si viene a creare in quota per la rimozione dell’aria operata proprio dai massimi di vento, innesca la risalita di aria dal basso, che poi viene catturata dalla vorticità e dà luogo alla nascita delle depressioni.

Nel caso fosse già presente nei bassi strati una qualche discontinuità termica ( e in effetti, come possiamo vedere, c’è e si trova a cavallo dell’ammasso nuvoloso che vediamo lungo l’intero bacino mediterraneo) questa vorticità va a distorcere le masse d’aria già in contatto tra loro e dà vita al processo di ciclogenesi, ossia costruzione di cicloni. E’ quello che è già accaduto sulla verticale delle Baleari (pallino bianco pieno) ed è anche quello che si completerà nelle prossime ore sul Tirreno meridionale (pallino bianco vuoto).

Insomma, tanti ingredienti per un solo risultato: maltempo, in questo caso, come purtroppo abbiamo già avuto modo di constatare, già attivo sulle nostre regioni meridionali.

Luca Angelini

A proposito di Cicloni Tropicali Mediterranei…

Le vicende meteorologiche degli ultimi giorni sono state contraddistinte dalla genesi di una struttura di bassa pressione del tutto particolare che è nata e si è evoluta per intero su Mediterraneo. Come è noto, il Mare Nostrum nella stagione autunnale e nella prima parte di quella invernale, ben si presta a generare questi soggetti sinottici che a volte possono persino trasformarsi in strutture del tutto analoghe a quelle ciclonche tropicali. Ma allora, come possiamo fare per esaminare con rigore scientifico questi vortici e trarre le dovute conseguenza dal punto di vista analitico, se non addirittura da quello previsionale? 

Una prima indagine può essere condotta con l'ausilio dei prodotti satellitari ad alta risoluzione, che ci consentono di individuare se la struttura nuvolosa che si accompagna al vortice si estenda a scala sinottica (quasi tutti i cicloni extra-tropicali) o evidenzi dimensioni del diametro rilevabili alla mesoscala (sotto i 300km, cicloni mediterranei tropicali). Eventuale presenza di “occhio centrale” e di struttura nuvolosa simmetrica attorno a quest'ultimo, può suggerirci che siamo in presenza di un sospetto ciclone di tipo tropicale, mediterraneo naturalmente. Questo procedimento è stato messo a punto da M. Tous e R. Romero e reso pubblico sul volume n.33 dell'International Journal of Climatology, nel gennaio del 2013.

Ma l'indagine visiva spesso non è sufficiente e allora ecco che occorrerà appoggiarci su un particolare prodotto numerico noto come “Diagramma di Fase”, nella fattispecie quello già in uso dal 2003 ed elaborato da Robert Hart, docente di Meteorologia al  Department of Erth, Ocean, and Atmospheric Science dell'Università della Florida. Trattasi di una sorta di diagramma cartesiano, consistente in quattro quadranti (vedi figure). Sull'asse delle ascisse è rappresentato l'andamento del vento termico attraverso lo spessore compreso tra 900 e 600hPa (bassa troposfera) e su quello delle ordinate la stessa grandezza, ma riferita allo spessore atmosferico compreso tra 600 e 300hPa (media e alta troposfera). L'analisi viene condotta in due parti, utilizzando prima il diagramma raffigurato sopra e poi quello raffigurato sotto. Nella prima viene rilevata la struttura geometrica del ciclone (simmetria, fig n. 1 qui sopra).

Essendo il vento termico una grandezza che scaturisce dalla differenza vettoriale del vento geostrofico a diverse altezze di geopotenziale, ne consegue che questo parametro torna utile per accertare se la struttura ciclonica sia simmetrica (frequente soprattutto nei cicloni extra-tropicali in fase di occlusione) o asimmetrica (cicloni in fase di sviluppo). Il modello traccia allora un percorso da “A” (partenza del ciclone) a “Z” (arrivo del ciclone), lungo il quale si possono individuare le caratteristiche richieste.  Ad esempio: se la traccia occupa il quadrante in alto a sinistra indica una struttura ciclonica asimmetrica (temporali che si sviluppano soprattutto su un quadrante, se trovasi in basso a sinistra, invece simmetria della convezione e quindi del cicloneMa questi dati ancora non bastano: occorre a questo punto accertarci se il nostro ciclone sia a cuore freddo (cicloni extra-tropicali) o caldo (cicloni tropicali). Ebbene ecco che il nostro diagramma ancora una volta ci viene in aiuto, mostrandoci nella seconda versione studiata da Hart questi importanti parametri (fig n.2).  Il modello traccia allora un percorso da “A” (partenza del ciclone) a “Z” (arrivo del ciclone), lungo il quale si può individuare le caratteristiche fisiche ed eventuali transizioni tra un tipo di soggetto all'altro. Ad esempio: se la traiettoria del nostro ciclone rientra nei due quadranti di sinistra, certamente apparterrà alla famiglia dei cicloni extra-tropicali, viceversa se trovasi a destra, certamente sarà una struttura di tipo tropicale (o ibrida). Se tale analisi è condotta su un soggetto mediterraneo sarà rispettivamente un ciclone extra-tropicale o tropicale mediterraneo. 

Un ultimo appunto: come i cicloni delle zone tropicali, anche quelli mediterranei a cuore caldo (cicloni tropicali mediterranei) hanno una loro classificazione in base all'intensità dei venti che vi si producono. Si va infatti dalla Depressione Tropicale Mediterranea (la meno potente), alla Tempesta Tropicale Mediterranea (media intensità), per finire al Medicane (Mediterranean Hurricane, il più potente dove i venti soffiano con forza di uragano, quindi al massimo della scala Beaufort).

Insomma, cari amici e lettori: mi auguro di non avervi tediati e di aver invece gettato un appiglio di interesse su questa affascinante materia di studio, sperando che di qui a poco, nessun ciclone che passi da queste parti possa aver più segreti per tutti noi.  

Luca Angelini

Meteo a lungo termine: ti piace vincere facile?

Quando, alcuni anni fa, il mondo dell'economia decise di cambiare le regole della concorrenza e introdurre la liberalizzazione delle tariffe, lo scopo era quello di abbattere i prezzi a favore del consumatore. Ma quale è stato il risultato concreto? L'esatto contrario: la concorrenza è diventata sleale nei confronti proprio del consumatore, costretto a decidere di stare sulla padella o di passare direttamente alla brace. Ebbene, anche in campo meteorologico a metà degli anni '90, con la diffusione esponenziale di internet, l'informazione è sta per così dire, “liberalizzata”.

Non più appannaggio esclusivo dell'Aeronautica Militare, i prodotti meteorologici sono passati in mano anche ad aziende private, alcune qualificate e capaci, altre meno. E, proprio come la storia dei prezzi, anche la diffusione smodata della comunicazione meteorologica, anzichè portare benefici, ha prodotto effetti esattamente contrari, proiettandoci quotidianamente entro una vera e propria giunla di disinformazione. Capita ad esempio di leggere e sentire previsioni dettagliate al chilometro, alla ragguardevole distanza temporale di 360 ore (che sono 15 giorni), diffuse dopo aver dato una semplice occhiata alla corsa deterministica di questo o di quel modello fisico-matematico. Ma questa è la meteo di chi pensa di vincere facile, di chi, in altre parole, la meteo proprio non la conosce. 

Soffermiamoci qualche istante sulla figura che vi abbiamo proposto in allegato a questo articolo: si tratta di un prodotto di ensemble elaborato dal modello americano GFS (uno solo tra i 5-6 modelli sviluppati dai rispettivi Centri di Calcolo Internazionali), riferito ai prossimi 9 giorni (termine 3 ottobre 2015). Ogni attrattore, o spaghetto che dir si voglia, rappresenta l'andamento previsto di una certa superficie isobarica. Cosa possiamo ricavare da queste informazioni? Certamente che i primi tre giorni mostrano un andamento attendibile, mentre guardate cosa accade ai giorni successivi…

Insomma, a qualcuno piace vincere facile. Ma la Meteorologia non si presta a tali banalizzazioni. Ricordiamocelo sempre, ma ancor di più ora che arriverà la stagione fredda.

Luca Angelini

Edmondo Bernacca 22 anni dopo: ricordi e insegnamenti

Se un grande viaggio inizia sempre con un piccolo passo, il Generale Edmondo Bernacca può essere considerato un maratoneta. Da quella fredda mattina del 1948, quando il giovane Edmondo, pioniere della Meteorologia in Italia, iniziò la sua scalata alla popolarità dai microfoni della radio, di passi ne sono stati fatti.

A 22 anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 15 settembre 1993, il grande Edmondo Bernacca, che può certamente essere considerato il padre assoluto della divulgazione meteorologica in Italia, rivive in quei quattro minuti di trasmissione che lui stesso aveva ideato. Quattro minuti che col passare degli anni, pur quasi dimezzati dai tempi frenetici della TV commerciale, avevano pian piano gettato il seme e concepito molti bravi e seri Meteorologi, forse la maggior parte di quelli attualmente in attività.

L’imperdibile sequenza che vi proponiamo a piè di pagina, datato 1979 ovvero poco prima del suo pensionamento, ci mostra un Bernacca in gran forma, impugnare il gessetto e tracciare su una semplice lavagnetta vita, morte e miracoli di un ciclone tropicale. Un siparietto leggero ma mai banale, sempre infarcito di importanti informazioni e allo stesso tempo carico di didattica e curiosità.

Da grande professionista, Bernacca semplifica ma non banalizza, sintetizza ma non trascura. Erano gli anni in cui pagare il canone per la televisione di Stato non pesava, perchè la RAI poteva contare su diversi programmi che assolvevano pienamente al compito di fornire un adeguato servizio pubblico. Questa era meteorologia, questa era televisione, questa era divulgazione.

E la rubrica “Che Tempo Fa”, che fece di Edmondo un vero pioniere della Meteorologia in Italia, centrò sicuramente i suoi obiettivi per oltre 30 anni, introducendo un nuovo modo di fare scienza nel nostro Paese. Edmondo fu il primo a rendere fruibile a tutti una materia fino ad allora appartata negli ambienti d’elite dell’Aeronautica Militare. Dopo di lui, Andrea Baroni prima e Guido Caroselli poi, riuscirono a portare il testimone della prestigiosa trasmissione fin quasi ai giorni nostri.

Luca Angelini

 

Autunno: primo fronte, primi timori

Finora abbiamo scherzato.
L'estate meteorologica è finita con la fine di agosto, ma già da tempo sul territorio italiano abbiamo degli assaggi di un brusco cambiamento del tempo, con temporali forti e grandinate. Il tutto ad opera di piccole gocce fredde, di perturbazioni poco estese di passaggio nei dintorni dell'Italia; niente di incisivo, esteso, pesante.
Questo ha permesso di capire quale fosse il potenziale a disposizione di cumuli e cumulonembi, una volta di passaggio sui nostri mari surriscaldati da un luglio esageratamente anomalo, e da un agosto che si è messo in scia con una moderazione solo apparente.

Ma adesso tocca a loro, a quelle perturbazioni atlantiche che sono da sempre protagoniste dell'autunno italiano. 
Sono perturbazioni ampie, organizzate su più fronti, che dragano dinnanzi a sé grosse quantità di aria umida e mite per poi rimescolarla con colate di aria più fredda e asciutta rovesciata dall'alto in coda, nel vano – eterno – tentativo di riportare un po' di equilibrio.
La prima è attesa tra domani e lunedì, e sarà subito problematica.

Come da tradizione, infatti, lo Scirocco costruirà nuvole dense ed estese in particolare sul Mar Ligure (e in seguito anche sulle coste dell'alto Adriatico), per poi spingerle – gonfie di pioggia – verso i litorali e le montagne che si trovano più a nord, portando tempo particolarmente piovoso per alcune aree, più o meno sempre le stesse.
Parliamo della Liguria, in particolare tra Genova e La Spezia; dell'alta Toscana, il crinale emiliano, l'alto Piemonte, il Friuli, forse parte del basso Piemonte e della Lombardia. Qui sono possibili piogge insistenti, e in alcuni casi pesanti da digerire per i corsi d'acqua ormai asciutti per la lunga siccità pregressa.

Per fortuna che però – almeno in questa occasione – mancherà ancora uno degli elementi più importanti per sfruttare appieno questo potenziale di pioggia: un'alta pressione sui Balcani che blocchi la perturbazione sull'Italia, facendola sfogare oltremodo su aree limitate.
Il tutto, quindi, si risolverà pressoché subito, tra lunedì pomeriggio e martedì; poi sull'Italia seguirà il veloce ritorno – per qualche giorno – di aria più umida e calda, che riporterà condizioni estive nel Meridione, sul versante adriatico in genere (almeno a Sud del Po) e in Sardegna.
Altrove porterà sì temperature piuttosto alte, ma anche banchi di nuvole di passaggio, aria afosa, vento, a tratti instabilità … il tutto perché ormai c'è da fare i conti con l'avanzare della stagione, una estate astronomica che sta per chiudere i battenti, dopo aver fatto gran furore nella parte centrale, rispettando quantomeno la tempistica degli eventi sia nella fase di crescita che in quella di decadimento.

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