La neve ritorna in Lombardia, più abbondante in Val Padana

La stagione invernale, molto avara di precipitazioni per la nostra Regione, nella scorsa settimana ( 5-6 Febbraio) ha “piazzato” questa volta un “punto” a suo favore.

Dopo alcune giornate ventose e terse, un profondo minimo depressionario si è “piazzato” tra Corsica e Liguria, attivando correnti umide e perturbate verso la Lombardia. Il posizionamento del minimo depressionario, ha favorito che le precipitazioni si “concentrassero” tra le province della bassa Lombardia. Così tanta neve tra Pavia, Lodi,  Cremona e Mantova, con  accumuli quasi vicino ai 50cm. Tutto anche grazie alle temperature che si sono mantenute rigide per il periodo preso in esame.

Meno neve sulla fascia pedemontana lombarda, pochissima e quasi assente sul livignasco.

Il fronte atlantico in transito in queste ore, ridarrà un pò di “fiato” alle montagne lombarde, con  accumuli precipiativi nevose “degne” della stagione in corso.

Porro Fabio

Lombardia: Temporali, grandine e neve: Fase invernale molto dinamica

L'Inverno 2015  giunto  al suo secondo mese di cammino stagionale, ci stupisce con effetti “speciali”.

Dopo i venti settentrionali e le giornate con il favonio, la stagione invernale si è risvegliata dal “letargo”, inviando verso la Lombardia correnti più fresche, che trovando temperature ancora troppo elevate, hanno innescato rovesci temporaleschi su alcune province lombarde. L'ingresso di correnti più fredde in quota, hanno favorito la formazione di cellule temporalesche nella giornata di Sabato 17 Gennaio. Strade imbiancate tra le province di Lecco, Como, Bergamo, Varese e Milano. Accumuli anche notevoli, come era successo nella giornata del Ferragosto 2014.

Ma la neve ( anche se poca)  finalmente è giunta nella nottata di ieri sera, portata da un fronte atlantico e da aria di matrice polare.  Una leggera “spolverata” sui colli, pioviggine sulla Pianura. Le condizioni meteo sono cambiate radicalmente in questi giorni. Il vortice polare “disturbato” dai continui attacchi dell'Alta pressione delle Azzorre e dall'Alta del Pacifico, favorirà la discesa di nuclei gelidi verso la Lombardia.

Vi sono buone propettive per rivedere nuovamente un pò di neve anche quota basse nei prossimi giorni. Avremo anche una accentuazione del freddo, con l'ingresso di correnti di matrice continentale.

L'Inverno stavolta non ci dovrebbe “deludere”.

Porro Fabio

USA vs Europa: l'inverno con un piede in due scarpe

Nuova ondata di gelo e neve prevista per domani, venerdì 30 gennaio, sugli stati centro-orientali del nord America, Canada e Stati Uniti. E' già stata diramata un'allerta che prevede oltre al vento forte e alle temperature sotto lo zero, anche la possibilità di ulteriori accumuli nevosi sul suolo nord-americano, in particolare lungo la fascia nord-orientale, così come risulta dalla figura in alto.

Da una parte all'altra dell'oceano, anche in America qualche nota polemica ha accompagnato la precedente allerta, fortunatamente non realizzatasi nella severità dei fenomeni previsti inizialmente. Un shift, un lieve spostamento verso est del perno ciclonico e le grandi nevicate sono finire in mezzo al mare, anzichè seppellire New York.

Poco importa, l'inverno adesso non è solo degli Americani. Giusto per smentire chi vede nel lobo canadese del vortice polare la causa dei mancati inverni in Europa, e rimandare invece ad analisi più complesse come quelle relative alle vicende chiave avvenute da poco in stratosfera, e il “generale” ha ora un piede in due scarpe: l'America da una parte e l'Europa dall'altra.

Questo a causa del disassamento della circolazione circumpolare verso l'emisfero euro-atlantico, anche a causa di un disturbo di fondo dovuto dall'altra parte dell'emisfero, tra il settore asiatico e quello pacifico, ad una serie di riscaldamenti che vanno a spingere verso di noi la vorticità polare. Tecnicamente è andato delineandosi quello che in gergo è noto come “displacement”, ovvero una fuoriuscita del Vortice Polare Stratosferico dall’asse del Polo Nord geografico. 

Va da sè che un tale disegno è avvezzo a trasportare nuclei di vorticità, quindi potenziali situazioni di maltempo, inseriti in un contesto squisitamente invernale.

Come avrete notato, non compaiono ipotesi estreme, perchè in stratosfera non si è compiuto ne si va compiendo alcun evento estremo. Diffidate pertanto di chiunque perseveri da mesi nel portare avanti tesi di gelo estremo per l’Italia, rimandando l’evento di volta in volta sino all’eventuale buon fine. In questo caso ci aspetta nel concreto un finale di gennaio e un inizio di febbraio improntati, come detto, ad una spiccata dinamicità invernale, comprendendo con questo anche fenomeni nevosi a bassa quota, occasionalmente di pianura su alcuni settori, pur in un contesto che può essere ascritto tranquillamente alla normalità climatica del nostro Paese.

Detto in altri termini, ci troviamo dinnanzi ad una situazione ciclonica invernale di tutto rispetto, un pattern che solitamente non si risolve in tempi brevi ma che necessita di diversi giorni per smaltirsi. Innescato come deto da forzanti a scala emisferica, con parziale contributo della stratosfera, questo stato dell'arte ha dovuto prender la ricorsa e ora è pronto a correr via per catapultarci verso la probabile, naturale prosecuzione di questa pulsante fase invernale almeno sino a tutta la prima settimana di febbraio. Dovremo attenderci fenomeni estremi? Alla luce dei fatti in Italia no, ma non per questo il periodo che stiamo vivendo non potrà essere chiamato senza remore e, perchè no, anche con un sospiro di sollievo, “vero inverno“.

Luca Angelini

Lombardia: Inverno quasi assente, fohen molto presente!

Anche ad inizio Gennaio la stagione invernale ha deluso nuovamente.

L'invadenza assidua dell'Alta pressione oceanica ha vanificato buona parte dei progetti, messi in atto dalla stagione invernale. Perturbazioni atlantiche “regalate” nel nord Europa, fronti freddi in discesa sul fianco orientale dell'Alta pressione “confinati” alla Regione balcanica.

Lo spostamento verso l'alto Atlantico della cellula di Alta pressione,  ha favorito due episodi corposi di favonio: Il primo a ridosso della Festività dell'Epifania, il secondo lo scorso fine settimana ( Domenica 11 Gennaio).

Nell'  episodio di Domenica 11 Gennaio, il contributo della corrente a getto ( jet stream) ha inasprito notevolmente il rialzo delle temperature. La corrente a getto in uscita dagli Stati Uniti, ha “trascinato” con se masse d'aria tiepide. Le temperature hanno molto risentito anche di questo ultimo elemento, toccando perfino i 14-17°C tra le province di Varese, Como, Lecco, Bergamo e Monza-Brianza. Meno interessate le province ad est, con un divario termico localmente  di almeno 10 gradi.

Il vento ha spazzato buona parte delle province lombarde, con raffiche che ad inizio evento che hanno superato i i 60-70 Km/h, con raffiche anche superiori ai 100 km/h in montagna.

Primavera nel bel mezzo di gennaio? Incredibili analogie

“Gennaio come aprile, nord-ovest come nord-est, regioni settentrionali come regioni meridionali. Un unico comun denominatore ha unito tutta l'Italia sotto le mentite spoglie di una falsa primavera…… ” Stop!

Potrebbe sembrare cronaca attuale ma, se non ve ne siete accorti, abbiamo fatto un salto di ben 7 anni, ripescando quel che successe nel corso di un altro gennaio dal sapore ben poco invernale quello del 2008 e, in particolare di quel fenomenale 28 gennaio. Fino ad oggi si era fermata certamente a quel giorno la corsa al guinness dei primati per l'assalto ben poco deontologico ad acchiappare il record della giornata più mite nella storia dei nostri inverni. Fino ad oggi…

Ma andiamo col rewind e torniamo all'inizio, ripercorrendo quel che accadde allora: …. “Un unico denominatore ha unito tutta l'Italia” – dicevamo- :”la mitezza irreale: Torino 23°C, Cuneo 22°C, Malpensa 20°C, Bolzano 17°C, Milano 16°C. Ma anche Dobbiaco (1.226 metri) 10°C esattamente come Tarvisio (780 metri), e per finire il Monte Paganella 2.130 metri (Tn) ben 8°C. Parrebbe un normalissimo bollettino di metà aprile ma il calendario rimase ottusamente inchiodato su di un mese di gennaio che sembrava non finire mai. La lenta apparente agonia di un inverno che aveva dato tante speranze e anche qualche soddisfazione, in quel giorno di fine gennaio, in quel periodo che tutti conosciamo come “i giorni della merla”, aveva gettato impietosamente lo sconforto, non solo tra gli amanti della neve, ma anche da chi si aspettava una stagione normale”.

Quell'anno la potenza dell'anticiclone aveva messo in crisi perfino la collaudatissima tradizione dei “giorni della merla” , notoriamente i più freddi dell'anno. Ora la domanda sorge spontanea: se il periodo più freddo dell'anno aveva fatto misurare temperature da primavera inoltrata, che ne fu dell'estate successiva? Fortunatamente il ragionamento non è cosi logico come potrebbe sembrare. I grandi pionieri della meteo come i generali Bernacca e Baroni sostenevano che “la stagione nuova è figlia di quella passata“, ma da allora molte cose sono cambiate, è cambiato l'assetto generale della circolazione dell'atmosfera, è cambiato soprattutto il clima.

A differenza di allora adesso, per capire questi cambiamenti, possiamo contare su studi più aggiornati, su tecnologie più sofisticate, su metodi di calcolo più performanti, sugli indici teleconnettivi. E qui tocchiamo un tasto dolente: anche, in quest'ultimo campo ci troviamo di fronte ad una esplorazione pionieristica e dunque i risultati empirici e statistici sul lungo termine possono essere paragonabili a quelli che si potevano ottenere 20-30 anni fa in una previsione ad una settimana. Tra la gente, poco disposta a comprendere ma molto a giudicare, nasce così “il grande bluff”.  In quel “non gennaio” del 2008 il fallimento delle tendenze stagionali aveva portato la malfiducia della gente verso questi importantissimi studi, esattamente in proporzione di come la primavera incipiente aveva soppiantato la neve prevista. Ma il tempo non ha umore, segue le sue leggi, condite da qualche nota stonata, ma pur sempre al di sopra delle parti.

E spesso questo gioca a beffare persino la statistica. Pensate che solo un anno prima, esattamente il 19 gennaio del 2007, si verificò ancora una volta una situazione di mitezza estrema nel bel mezzo dell'inverno, anche se in verità quell'anno di inverno veramente non se ne vide traccia. Una tempesta ben distesa sul nord Europa, tanto feroce che il suo nome, Kyrill, fece la storia della climatologia e viene tutt'ora posto come caso di studio per i Sinottici. Ebbene quel 19 gennaio il Foehn anticiclonico portò temperature record su diverse regioni d'Italia: Torino e Cuneo 27°C, Villaputzu (Sardegna) 25°C, Piacenza 24°C, Milano Malpensa, Parma, Bari e Lecce 23°C, Ancona e Bolzano 22°C, Milano Linate e Bologna Borgo Panigale 20°C.

Ora, al di là di tutto, sorprendente risulta a conti fatti, l'analogia con la giornata odierna. Quel 19 gennaio di otto anni fa, la nostra Penisola si trovò sotto l'azione congiunta di un anticiclone dinamico subtropicale atlantico ben strutturato a tutte le quote e colmo di aria molto calda, unitamente a un effetto favonico indotto a sud delle Alpi dalla rotazione oraria delle correnti in discesa all'interno dell'alta pressione stessa. L'effetto compressione che si verifica in questi casi raddoppia il salto e determina una classica situazione di favonio senza sbarramento, con rialzo delle temperature sottovento (sull'Italia in questo caso) su valori da primato del caldo.

Otto anni dopo ecco un fenomeno del tutto analogo, in un contesto generale che corre in sintonia con il mese più caldo di sempre, con l'anno più caldo di sempre. Una figura analoga e, se vogliamo, dai connotati ancora più “cattivi”, quasi un pesce fuor d'acqua, un pezzo di estate immerso in una stagione che non è la sua. Va da sè che, in otto anni, tre episodi di caldo estremo con abbattimento di record storici nel bel mezzo di gennaio, iniziano a stare un po' stretti, anche per una climatologia temperata come la nostra.

Luca Angelini

Una spettacolare nevicata saluta il 2014 a Cagliari

L’appena trascorsa notte di San Silvestro verrà indubbiamente ricordata dai cagliaritani per la spettacolare e coreografica nevicata che ha accompagnato il cenone ed il veglione. La città del sole, delle palme, dei colli che si affacciano sul mare cristallino, mediterranea ma cosi esotica e dalle forti influenze arabe, per una notte si ricopre di un velo magico che le conferisce un aspetto unico e suggestivo. Per 30 minuti circa, la dama bianca allontana grandi e piccoli dalle tavolate; l’evento, si sa, è raro e con tempo di ritorno pluridecennale pertanto è meritevole di essere immortalato da chiunque con smartphone e macchine fotografiche.

I fiocchi, di grosse dimensioni, vengono osservati in ogni punto della città fino al lungomare Poetto. In alcuni quartieri, complici le temperature al suolo oscillanti tra 0°C e 1°C ed i bassi valori di umidità, la neve attacca pure, come non avveniva dal 3 gennaio 1993, creando un leggerissimo velo bianco sui prati e sulle auto. Nel circondario del capoluogo sardo la neve resiste al suolo per tutta la nottata e fino alle prime luce del 2015. L’evento, sia per durata che per estensione, è sicuramente superiore ai precedenti e recenti 12 febbraio 2010, di cui si rimanda al report pubblicato su meteonetwork http://www.meteonetwork.it/sites/default/files/neve_Cagliari.pdf , e 11 febbraio 2012. In entrambe le occasioni i fiocchi vennero avvistati in più punti della città senza però attaccare. Per le nevicate con accumulo bisogna tornare indietro al 3 gennaio 1993 e al famoso gennaio 1985.

Le potenzialità per la nevicata erano comunque già presenti il 30 dicembre. Fiocchi sporadici avevano fatto una fugace comparsa, nelle ore notturne, nei settori occidentali del capoluogo.

La nevicata è da imputarsi alla forte avvezione fredda di matrice continentale che ha interessato maggiormente la Sicilia ed il sud peninsulare, dove le nevicate hanno assunto diffusamente caratteristiche da record. La Sardegna, in questa occasione, si è trovata ai margini del canale freddo. Sicuramente non un’ondata fredda record per la nostra isola ma comunque degna di essere ricordata per le nevicate che hanno raggiunto il mare in più punti sui settori orientali e meridionali, e per le temperature minime, spesso prossime o sotto lo zero anche lungo le coste.

L’assetto sinottico, come si evince dall’elaborazione grafica, è da manuale per l’ingresso veemente di correnti gelide nord orientali sul bacino del Mediterraneo: alta pressione delle Azzorre sospinta dall’affondo meridiano del getto in uscita dagli States nord orientali verso le alte latitudini europee in direzione della penisola scandinava e Russia orientale e minimo di bassa pressione sull’Italia meridionale a richiamare, lungo i settori meridionali del campo anticiclonico, correnti fredde di estrazione continentale sul Mare Nostrum. Il minimo di pressione sull’Italia meridionale garantisce il perfetto mix tra aria fredda ed umidità per copiose nevicate sino alle coste sul medio basso versante adriatico, la Sicilia settentrionale ed orientale e localmente il basso versante tirrenico. La Sardegna è invece interessata da forti correnti nord orientali e fenomeni da stau sui versanti orientali, dove le nevicate arrivano fino alla pianura e localmente lungo le coste. Nel corso della notte di San Silvestro il minimo di pressione conosce un temporaneo rinforzo, tale da accentuare la nuvolosità in ingresso sulla Sardegna dal Tirreno. Le termiche superficiali dei Tirreno, attorno ai 18°C e quindi sopra la media del periodo, hanno accentuato il gradiente termico verticale incentivando lo sviluppo di fenomeni convettivi (Tirreno effect). Questi gli elementi chiave che hanno permesso ai rovesci in ingresso dal mare di non perdere tutta l’energia lungo la costa orientale sarda ma di proseguire il loro cammino verso il capoluogo sardo regalando uno spettacolo unico immortalato nelle foto che seguono (fonte www.sardegna-clima.it).

 

 

 

 

 

 

Lombardia: L'Inverno riparte dopo Santo Stefano

La stagione invernale dopo settimane di “latitanza”, ha fatto la sua ricomparsa sulla Lombardia subito dopo le Festività di Santo Stefano.

Un primo “assaggio” invernale lo abbiamo avuto a ridosso dell'8 Dicembre, con freddo moderato e neve a quote collinari.

Ma successivamente l'estensione dell'Alta oceanica verso le nostre regioni settentrionali, non ha contribuito certamente ad una evoluzione meteo sotto i canoni stagionali. Le temperature con il “contributo” oceanico hanno subìto una forte accelerrazione anche in quota, “consegnandoci” un Santo Natale mite oltre le medie stagionali e ben soleggiato. Nella stessa giornata un fronte freddo ha valicato  le Valli alpine, con un “contributo” favonico non indifferente.  Le  temperature massime  localmente hanno “sfiorato” anche i 10°C, tra le province occidentali della Regione.

Finalmente tra la notte del 26 ed il primo mattino del 27 Dicembre, un fronte atlantico è riuscito ad “infilarsi” nel Mediterraneo, per poi “puntare” verso la Lombardia. Il calo termico notturno e le correnti umide atlantiche, hanno contribuito finalmente al primo evento nevoso. Neve più copiosa sui settori orientali della Regione, specie tra Bergamo e Brescia, un “assaggio” tra le Province di Lecco e Como, “coreografica” su alcune zone del varesotto, debole a Milano.

L'aflusso successivamente delle correnti gelide da nord-est ha riportato le temperature nei “parametri” invernali. Le minime in questi giorni sono scesi di alcuni gradi sotto lo zero positivo, e le massime hanno subìto un brusco abbassamento, con valori positivi solo di alcuni gradi.

La stagione invernale ha ripreso il suo “corso” stagionale, ma stando alle ultime proiezioni dei  maggiori modelli previsionali, sarà nuovamente l'Alta pressione oceanica nei prossimi giorni a “regnare” su tutti.

 

Primi freddi in Lombardia, ma solo per un breve periodo

La stagione autunnale in Lombardia si è conclusa con un carico precipitativo notevole, ma anche con un surplus termico sempre sopra le medie stagionali.

L'attiva presenza di un profondo vortice depressionario al largo delle Isole Britanniche, ha favorito l'ingresso di innumerevoli fronti atlantici verso la Regione. Questa situazione si è “trascinata” anche per primi giorni della stagione invernale ( 1° Dicembre) con ulteriori accumuli precipitativi e clima ancora mite.

Le temperature alte non hanno “concesso” nevicate a quote basse, solo nell'unico episodio freddo della scorsa settimana. L'ennesimo fronte perturbato questa volta è stato accompagnato da aria di estrazione artico-marittima.

Il calo termico giunto dopo l'Immacolata, ha ridimensionato le termiche ovunque, favorendo finalmente le nevicate a quote collinari tra 700-800 metri.

L'ulteriore calo termico seguito al veloce impulso perturbato, ha fatto registrare le prime gelate su  buona parte del territorio lombardo. Minime tra -1°/-3°C in provincia di Como specie nelle brughiere,

attorno a 0°C nell'hinterland milanese.

Il ritorno nei prossimi giorni delle correnti atlantiche, riporterà nuovamente la neve a quote medio alte, e termiche ancora sopra le medie stagionali.

Fenomeni estremi, sono davvero aumentati?

Clima e tempo atmosferico sono i nostri compagni di viaggio quotidiani, una sorta di vestito cucito addosso del quale però, il più delle volte, stentiamo a percepirne il perenne mutamento. Un mondo silenzioso ma inesorabile, che scorre dentro e fuori dalle nostre vite e che si fa sentire solo in occasione di eventi estremi.  Cambiamenti climatici ed eventi estremi: c'è dunque un nesso? Gli eventi estremi stanno davvero aumentando in proporzione alle temperature del Pianeta? La percezione collettiva è quella, tuttavia l’approccio scientifico, pur confermando grossomodo le nostre percezioni, non corre proprio in parallelo. Il dato più saliente, al di là della fredda correlazione matematica tra cambiamenti climatici ed aumento dei disastri, è una evidente modifica a livello statistico della distribuzione temporale dei fenomeni . Cosa significa tutto ciò?

I cambiamenti climatici nell'era post PEG (Piccola Glaciazione 1500-1850 circa), hanno apportato l’impatto più rilevante a carico dell’oceano Artico, dove la banchisa glaciale ha subito evidenti arretramenti, lasciando sempre più spazio alle acque dell’oceano: dove prima c’era una superficie bianca che rifletteva quasi completamente la luce solare (effetto albedo 85%), ora c’è la superficie dell’oceano che ne assorbe il 93%, riscaldandosi e riscaldando l’aria circostante (effetto albedo 7%).

Ma un cambiamento iniziale in un sistema climatico, indotto da una forzante esterna (antropica o naturale che sia), dà inizio ad una catena di eventi che amplificano il cambiamento iniziale stesso. Ciò significa che l’aumento di temperatura non viene solo da cause esterne: la fusione ora diventa a sua volta una causa per il cambiamento di temperatura, che viene indotta ad aumentare ulteriormente: si parla di feedback positivo. Il fenomeno prende il nome di “amplificazione artica“.

Ed eccoci al punto: per il fenomeno dell’amplificazione artica negli ultimi anni è andato diminuendo il delta (la differenza) di temperatura tra l’Artico e le medie latitudini. Ne consegue un rallentamento della velocità media del Getto Polare, ossia di quella cintura di vento che scorre ad alta quota col compito di riequilibrare proprio questo delta termico, con proporzionale amplificazione delle onde planetarie (alte e basse pressioni) a discapito della lunghezza d'onda. 

Ma alte e basse pressioni che rallentano significa che le condizioni atmosferiche ad esse associate tendono a persistere sulle stesse zone per periodi più lunghi (mutamento dei regimi di persistenza). Ecco che lunghi periodi piovosi si alternano ad altrettanto lunghi periodi anticiclonici. Ecco che lunghi periodi più caldi della norma si alternano a periodi più freddi della norma( questi ultimi complessivamente meno frequenti).

Questo nuovo assetto atmosferico,e qui rispondiamo al nostro quesito iniziale, aumenta pertanto il rischio di fenomeni estremi, non tanto per intensità, quanto per la persistenza sui medesimi luoghi per diversi giorni o addirittura settimane. Un nuovo assetto meteo-climatico che implica una presa di coscienza da parte di chi gestisce il territorio. La consapevolezza di doversi adattare sarebbe già un primo passo per dovere temere l’evento estremo ad ogni cambiamento del tempo.

 

Luca Angelini

Analisi meteorologica dell’evento alluvionale del 18 novembre 2013 in Sardegna: report tecnico

Il semestre autunno inverno 2013/2014 verrà ricordato da tutti per l’elevata frequenza di eventi di dissesto idrogeologico legati a piogge torrenziali che hanno interessato quasi tutte le regioni italiane. Eventi calamitosi che, complice il particolare assetto teleconnettivo, si sono manifestati a più riprese anche durante la stagione invernale a causa della perseveranza del flusso umido atlantico in ingresso sul bacino del Mediterraneo. Come sovente accade nei mesi autunnali, la Sardegna è stata interessata da nubifragi e conseguenti flash floods. Le potenzialità di un mare molto più caldo della norma si erano manifestate preliminarmente il 31 agosto nel capoluogo, come già riportato tecnicamente nel seguente report http://www.meteonetwork.it/cronaca-meteo/violento-mcs-investe-cagliari-3… , e 5 giorni dopo a una decina di chilometri a sud ovest di Cagliari (Pula-Sarroch) come riportato in quest’ altro report, http://www.sardegna-clima.it/index.php/home/previsioni-meteo-sardegna-te… , per poi scaturire nell’incredibile, per intensità e soprattutto per area alluvionata e numero di decessi, evento alluvionale del 18 novembre.
La situazione sinottica all’origine dell’evento calamitoso è molto simile a quella che ha caratterizzato i precedenti drammatici flash floods isolani dell’ultimo decennio. Come si evince dall’elaborazione grafica fonte Globo e, nel dettaglio, Bolam, l’Europa centro occidentale è impegnata da una pronunciata ondulazione di Rossby in pieno stadio di maturità con veloce ed approfondita ciclogenesi, ribattezzata ufficialmente Ruven dall’istituto di meteorologia di Berlino e non Cleopatra, in prossimità delle Baleari con pressione al suolo che raggiunge nel pomeriggio di venerdì i 994hPa. Il forte gradiente barico orizzontale e il veloce approfondimento del minimo, componente isallobarica, determinano un notevole rafforzamento della ventilazione da scirocco sull’isola con raffiche fino a 90km/h e conseguenti forti mareggiate. La non perfetta corrispondenza in asse verticale tra il minimo al suolo ed il minimo in quota, che risulta essere a sud ovest di quello al suolo, determina una circolazione di tipo baroclino, caratterizzata da maggiori contrasti termici e termo dinamicamente più incline alla fenomenologia violenta. Sulla Sardegna viene inoltre veicolata un importante avvezione di aria calda d’estrazione sahariana con isoterme alla quota di 850hPa fino a 10°C/11°C. Aria calda che perde le sue caratteristiche igrometriche originarie attraversando il canale di Sardegna e si carica notevolmente di umidità come si evince dagli elevati valori di Theta E.

Il deciso affondo di aria fredda nord atlantica ad ovest del minimo depressionario, fino all’entroterra marocchino, va a pescare e muovere in direzione del bacino occidentale Mediterraneo una forte jet streaks sub tropicale con i massimi di velocità a 80m/s sull’Algeria. Nel settore anteriore della Jet streaks, dove le isoipse tendono ad aprirsi, diffluenza, viene meno la forza di gradiente e prevale quella deviante di Coriolis. In questo settore, tra canale di Sardegna e Sardegna, è possibile localizzare una forte divergenza in quota con fuoriuscita orizzontale di massa. Per la legge di conservazione della massa, tale fuoriuscita viene compensata con il richiamo di aria dai bassi strati troposferici, convergenza al suolo.

Tutta la colonna troposferica è inoltre caratterizzata da forte wind shear verticale positivo, sia in direzione che intensità, con rotazione dei venti in senso orario salendo di quota a partire dal scirocco al suolo. Condizione questa che favorisce una maggiore durata delle correnti ascensionali, updrafts, all’interno del temporale ed una potenziale loro rotazione mesociclonica. Ad alimentare dal basso le potenziali celle temporalesche, anche il mar Mediterraneo con temperature attorno alla Sardegna fino a 27°C, 3°C oltre la media, a costituire un immenso serbatoio di calore latente.
L’input termodinamico è quindi particolarmente favorevole all’instaurarsi di intensa attività convettiva dalle caratteristiche autorigeneranti e infatti, dalla mattina del 18 novembre, in seno al forte flusso sciroccale, come si evince dalle 2 successive elaborazioni grafiche, prendono due vita due stazionarie aree di convergenza al suolo influenzate dalla topografia isolana: la prima sul Medio Campidano e la seconda, più estesa, sul Sarrabus-Barbagia-Ogliastra-Baronia e Gallura (Sardegna orientale) in azione contemporanea.
Tale aree di convergenza di origine topografica non sono segnalate dal Lam ma è possibile notare l’estesa convergenza al suolo in azione ad ovest della Sardegna, seguite da aria molto secca di libeccio, che nel corso del pomeriggio attraversa l’intera isola apportando un grave peggioramento su tutta la regione ma in particolar modo nelle aree dove nelle ore del mattino erano attive le celle autorigeneranti.

E’ importante sottolineare, ai fini previsionali di eventi estremi, l’ottima performance di WRF 3km che nell’uscita domenicale delle 00, ossia 24 ore prima del fenomeno, indicava chiaramente le due aree interessate da fenomenologia violenta e stazionaria.

La successiva immagine riporta la scansione satellitare nel campo del visibile relativa alle ore 13 circa nella quale sono ben evidenti gli elementi temporalesca sopra presentati: le due linee temporalesche autorigeneranti V-shaped sul Medio campidano e sulla Sardegna orientale e l’esteso fronte temporalesco, originato dalla più importante linea di convergenza al suolo tra le correnti umide di scirocco e le correnti secche di libeccio, ad ovest della Sardegna ed in moto verso est nord est.

Per meglio presentare la dinamica temporalesca che ha interessato la Sardegna il 18 novembre viene riproposta la moviola radar dal mattino alla sera, pubblicata successivamente su www.sardegna-clima.it, dalla quale appare ben chiaro come estese aree isolane siano state interessate da fenomenologia alluvionale, più duratura ed estesa, per merito del transito della linea di convergenza principale, sulla Sardegna nord orientale dove si sono registrati effettivamente i danni maggiori sia in termini economici che di perdita di vite umane.

http://www.youtube.com/watch?v=lOJ2xh295jg

Purtroppo manca il radiosondaggio di Cagliari delle 12, il quale avrebbe reso sicuramente ancora più interessante l’analisi termodinamica della colonna troposferica presente poco prima del transito della linea di convergenza. Tuttavia per completezza di analisi si riporta la carta, fonte Bolam, del CAPE. Valori notevolmente elevati abbracciano la Sardegna con punte fino a 2000j/kg sui settori meridionale ed occidentali.

Secondo la rete di pluviometri del Servizio Agrometeorologico Regionale (SAR) della Sardegna i massimi di precipitazione si sono collocati nell'immediato entroterra del Golfo di Orosei (Nuoro), con valori di 385.6 mm a Dorgali-Filitta e 378.2 mm a Oliena. Si riportano anche i 370mm di Bau Mandata, i 316 mm di Villanova Strisaili, i 305mm di Onanì, i 266mm di Padru, i 246mm di Seui ed Escalaplano, i 197mm di Villacidro ed i 187mm di Vallermosa. Assai anomala, benché inferiore, la quantità di 151.6 mm rilevata a Palmas Arborea, alle porte di Oristano, zona solitamente molto asciutta (media di circa 600 mm/anno) il cui reticolo idrografico non è dimensionato per smaltire senza gravi effetti simili quantità di pioggia. Oltre all’elevata quantità di pioggia caduta in 24 ore colpisce l’estensione areale delle aree alluvionate che si estendono dal campidano centrale all’oristanese e dall’Oglistra-Nuorese fino alla Gallura dove la città di Olbia subisce un gravissimo fenomeno di flash flood che causa la morte di 13 persone. In totale saranno 16 le vittime, un disperso, 2300 sfollati e 43 feriti. Un vero e proprio bollettino di guerra che è andato aggravandosi successivamente con la morte di altre due persone legate all’evento. Di seguito si riporta un video testimonianza prodotto durante la collaborazione con ClassMeteo.

http://www.youtube.com/watch?v=dMNJsTwuAhs

Gli eventi idro meteorologici estremi si sono sempre verificati nel nostro paese: testimonianze geologiche per gli eventi più remoti, fino alle documentazioni cartacee sempre più approfondite con il passare degli anni ne sono una prova tangibile. Ma l’uomo spesso tende, volente o nolente, a dimenticare, a progettare strutture ed infrastrutture in aree che un tempo erano attraversate da corsi d’acqua, in aree ai piedi di versanti montuosi instabili, a canalizzare e deviare fiumi e, ancora peggio, a tombare corsi d’acqua per far crescere la città sopra; in sostanza a non prendersi cura dell’ambiente in cui vive. Gli ultimi eventi alluvionali verificatisi in Italia – cagliaritano 2008, Giampilieri 2009, Genova e levante ligure 2011, Gallura e nuorese 2013 – alla luce di dettagliate analisi ed ispezioni sul territorio pre e post evento dimostrano che l’evento precipitativo altro non è che la goccia che fa traboccare il vaso. La quantità di acqua che può cadere in queste occasioni eccezionali va ad interessare territori molto predisposti ad eventi alluvionali per via dell’inefficienza delle costruzioni e dell’incuria.
Il nostro paese presenta delle caratteristiche geomorfologiche e geologiche di base che incrementano il rischio che si verifichino frane ed alluvioni, in molti casi di portata distruttiva.
Il 66% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico. Ciò significa che due comuni su tre sono soggetti a potenziali dissesti idrogeologici in occasioni di eventi idrometeorici intensi, come quello avvenuto lunedì in Sardegna. Dalle ultime analisi richieste dal ministro dell’ambiente, Orlando, si stima che siano necessari 11 miliardi di euro per mettere in sicurezza il territorio italiano. Nei 50 anni trascorsi dal 1963 al 2012 tutte le regioni italiane hanno subito eventi con vittime: le frane avvenute hanno prodotto 3.302 morti, 17 dispersi, 1.873 feriti mentre a causa delle inondazioni si contano 692 morti, 66 dispersi, 805 feriti. Per quanto riguarda il tasso di mortalità a causa di inondazioni nello stesso intervallo di tempo, il triste primato spetta alla Sardegna, con un valore più alto della media delle altre regioni italiane. Dal 1963 a oggi secondo l’Irpi-Cnr in Sardegna ci sono state 92 vittime (dispersi, deceduti e feriti): 50 a causa di fenomeni idrici e 42 geologici. E i valori hanno avuto una drastica impennata proprio a causa dell’ultima tragica alluvione.
Il caso di Olbia è emblematico: negli ultimi 50 anni la città ha conosciuto un importante ed incontrollata espansione urbanistica Aree che prima erano verdi ora sono cementate, corsi d’acqua che prima avevano libero sfogo orizzontale nella piana alluvionale ed in mare si trovano attualmente vincolati da costruzioni all’interno degli argini, da impedimenti infrastrutturali (ponti con insufficiente luce), da deviazioni artificiali e da canalizzazione cementate. La mano dell’uomo, più che mai, in questa alluvione è importantissima. L’opera dell’uomo in questi anni ha notevolmente aumentato l’estensione delle aree impermeabili mutando i tempi di corrivazione dei bacini. La pioggia che cade a monte trova poco spazio per l’infiltrazione, restando in superficie e scorrendo in pochissimo tempo verso valle e questo spiega le dichiarazioni di numerosi abitanti di Olbia che hanno visto aumentare il livello delle acque fino a 2 metri in pochissimi minuti.
E’ necessario attuare una politica di prevenzione, sconosciuta in Italia, per l’attivazione dei cosiddetti interventi “non strutturali”(avvisi di allerta meteo, sorveglianza dei livelli di piena degli alvei, attivazione e movimentazione delle strutture di soccorso, chiusura al traffico di strade, evacuazione di  aree etc) mitigando notevolmente le perdite economiche e di vite umane e diffondere una migliore informazione meteo sia prima che durante l’evento. E’ inoltre necessario migliore la comunicazione meteo con la popolazione, spesso e volentieri “non istruita” in queste occasioni.

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