Lezione di meteorologia dalla ISS

Samantha Cristoforetti non finisce di stupirci.
Continua imperterrita a donarci immagini spettacolari dalla sua finestra privilegiata sulla Stazione Spaziale Internazionale.
E proprio poche ore fa ha fotografato qualcosa di interessante, oltre che affascinante.

Si tratta del tifone Bansi nell'Oceano Indiano, ripreso di notte, con l'occhio illuminato dai lampi che si scatenano nei cumulonembi nei più immediati dintorni.
La particolarità della foto sta nel fatto che – involontariamente – da una lezione di meteorologia molto profonda e particolare. 

I tifoni, come gli uragani, e come tutti gli altri cicloni tropicali di forte intensità, sono enormi macchine che pompano aria calda e molto umida verso l'alto, fino a colmare tutta la colonna della troposfera, fino a 10-13-15 chilometri di altezza. L'unica zona dove l'aria è più asciutta è l'occhio, nel quale le correnti scendono verso il basso dopo aver scaricato tutta l'umidità in nuvole e piogge possenti.
I cicloni più forti registrano – proprio lungo il bordo dell'occhio – una differenza enorme tra l'aria relativamente fresca e asciutta al suo interno e quella estremamente umida e calda appena al di fuori, dove ci sono i cumulonembi che formano lo stretto anello chiamato “Eye wall“, nel quale si scatenano i venti più forti della tempesta.
E questa differenza è più che sufficiente a far sì che le gocce d'acqua e il vapore presenti sul bordo di questi cumulonembi – entrando in contatto con l'aria secca dell'occhio – generino cristalli di ghiaccio e chicchi di grandine in quantità sufficienti affinché le turbolenze presenti nell'aria li spezzettino caricandoli elettricamente e scatenando in ultima analisi dei fulmini.

Nel resto della struttura della tempesta l'aria è troppo umida e calda lungo tutta la colonna affinché si formi grandine sufficiente. L'unica scappatoia sta nel trovare un cumulonembo si trovi appena al di fuori del mulinello, lungo le spire esterne.
Se un ciclone tropicale non è particolarmente intenso questi estremi vengono meno, l'aria è meno uniformemente umida, e i lampi possono vedersi (sempre pochi) dappertutto. Oppure non si vedono per niente proprio per la scarsa attività dei cumulonembi che vi si formano all'interno.

Inverno italiano: lo facciamo un ripassino?

Chi di voi, cari lettori, può definirsi un vero appassionato di Meteorologia, senza coltivare una passione parallela, quella del freddo e della neve? Certamente la minoranza. I forum meteo durante l'inverno si animano, gli argomenti trattati aprono ventagli di sapere tutti nuovi, dal nulla compaiono persino i professionisti stagionali, con trattazione di indici e stratosfera, si riaprono impensabili archivi che riportano alla luce fantastiche immagini del passato, con quella suggestiva patina in bianco e nero, più bianco che nero a dire il vero. Si, perchè gli inverni del passato infondono al nostro Paese quell'atmosfera ovattata da Lapponia perduta. Osservando le immagini di allora l'Italia pare esser stata oggetto di una deriva dei continenti in stile lapse time, trascinata via in malo modo dalle sue “latitudini nordiche” a ora alla deriva di quelle simil-tropicali.

L'impressione che abbiamo dei nostri inverni d'oggi deriva in realtà da una duplice componente: una oggettiva, legata ai mutamenti climatici che negli ultimi decenni hanno comportato un riassetto differente dell'impostazione circolatoria generale, motivo per cui l'inverno italiano ha perso mordente, lasciando addietro negli anni il meglio del suo repertorio. D'altra parte anche la componente soggettiva, intrinseca in ognuno di noi, ha il suo peso: gli inverni del passato, quelli che contano, restano impressi in modo indelebile nella nostra memoria, la quale però, anno dopo anno, fa pulizia di quel che non conta. Rimangono così solo i gelidi ricordi; gli esempi del 1929,1956,1985, 2012 si mettono tutti in fila, uno dietro l'altro fornendo, come in una prospettiva fotografica, una sorta di sovrapposizione, una visione illusionistica della realtà, per via della quale, tutti gli inverni del passato sembrano esser stati gelidi e nevosi. E la realtà della climatologia italiana, quella che riempie gli scaffali degli archivi di dati e numeri, documenta invece che anche in passato ci sono stati inverni si e inverni no.   

La nostra stagione non parte? Non c'è più il freddo di una volta, non ci sono più le nevicate di un tempo? La climatologia ci dà in parte ragione, tuttavia la cassa di risonanza offerta dall'utilizzo smodato di internet, e in particolare dei social network, senza l'accertamento delle fonti, amplifica l'onda anomala di quel pensiero ancestrale assimilato nei meandri della nostra materia grigia, secondo il quale, l'inverno italiano è fatto a immagine e somiglianza di quello russo o finlandese, ossia tutto gelo e neve. Signori, non è così. Milano non è Mosca, Roma non è Helsinki, Napoli non è Ulaanbator. L'Italia beneficia di un clima temperato caldo di tipo mediterraneo, con diverse sfaccettature microclimatiche che vanno dal continentale (Alpi e val Padana) a quello marittimo (fasce costiere e sub-costiere di sud e Isole Maggiori). Un clima tra i più celebri al mondo, certamente uno dei più graditi, fatto di estati calde e asciutte, ma piovose in montagna, inverni miti e piovosi, ma nevosi in montagna.

Un clima tra i più celebri al mondo, certamente uno dei più graditi, fatto di estati calde e asciutte, ma piovose in montagna, inverni miti e piovosi, ma nevosi in montagna. L’inverno italiano, giusto per rimanere in tema, prevede nella sua “normalità climatologica” appena descritta, anche 3-4 ondate di freddo intenso, più frequenti al nord e lungo le regioni adriatiche, durante le quali le temperature si portano al di sotto della media e nel corso delle quali sono possibili episodi nevosi fino a quote di pianura o prossime ai litorali. Il gelo e la neve in Italia costituiscono pertanto un’eccezione, non la regola.

Vi tornano i conti? Non ancora? La figura qui sopra fugherà ogni dubbio.

Luca Angelini

 

Furia, getto del West


Quattrocento (400) chilometr
i l'ora.
Questa è la velocità che raggiungerà (e magari supererà) la Corrente a Getto sull'Oceano Atlantico nella notte tra giovedì e venerdì prossimi.

Una furia, insomma, ben prevista da giorni dai modelli numerici più elaborati. 

Velocità del genere sono raggiungibili solo in pieno inverno, quando l'aria fredda artica spinge verso le medie latitudini, dove l'aria umida e mite dal Tropico non è ancora stata spazzata via.
E anche stavolta le premesse non sono diverse: al largo sull'Oceano le temperature sono ancora alte, e dall'Artico Canadese si sta preparando una sorta di schiaffo a mano aperta verso le coste atlantiche statunitensi, un treno veloce e carico di -30/-35 gradi pronti a strizzare 35-40 gradi di differenza di temperatura (tra terraferma e oceano) in poco più di 1000 chilometri, portando alla risposta – normale e proporzionata agli ingredienti – dei venti d'alta quota.

Le conseguenze sono sempre le stesse: a nord del Getto le depressioni diverranno particolarmente profonde, a sud del Getto gli anticicloni saranno particolarmente robusti.
Sarà comunque una frustata, veloce e di breve durata, seguita da nuovi ondeggiamenti ad alta velocità, meno ampi e violenti nel tentativo di smaltire definitivamente l'esasperata differenza di temperatura tra continente americano e aperto oceano.

La sfuriata che risultato porterà in Europa?
In sostanza lo abbiamo già detto: tempeste di passaggio nella parte settentrionale del Continente, con venti molto forti fino a sfiorare il cuore dell'Europa; alta pressione robusta tra Azzorre e Spagna, fino a sfiorare Francia e Italia.
Ma la nostra Penisola si troverà sabato proprio sulla traiettoria del getto di passaggio, per fortuna già un po' smorzato. I venti d'alta quota passeranno sulle Alpi spremendo l'aria umida oceanica dal versante estero attraverso le vallate, e costringendola anche a scavalcare le cime più alte per poi farla ruzzolare sul nostro versante. 
Il risultato sarà dato da venti di Tramontana e Foehn, molto forti e freddi sulle cime. Le raffiche invece saranno decisamente più calde in numerose zone della Pianura Padana, con punte fin verso i 25 gradi; ma il tepore – attenuato – arriverà anche nelle regioni del Centro portandoci una giornata dai toni più primaverili che invernali.

E' un evento che fa parte della variabilità invernale, anche se raro in questi termini.
Veloce quanto di breve durata, seguito da un ritorno nei ranghi con un Getto veloce e ondeggiante, ma senza esagerazioni.
Comunque – alla fine della fiera – l'Italia almeno per altri 7-10 giorni rimarrà fuori da ondate di freddo, ed anzi si troverà in un periodo relativamente tranquillo con poche piogge, aria umida e temperature un po' troppo alte.

Il Buran, il Blizzard e… la grande buriana

A questo punto viene un sospetto: che in Italia ci siamo disabituati all'inverno? Sarà per un adattamento subliminale ai cambiamenti climatici, sarà per l'assuefazione ad una cronaca meteo dispensata dai media in modo sempre più esasperato, fatto sta che probabilmente è proprio così. La riprova del nostro sospetto, emerge come la punta di un iceberg dalla terminologia utilizzata per identificare questo o quel fenomeno atmosferico, molto spesso non corretta sia dal punto di vista tecnico ma soprattutto della lingua italiana.

Prendiamo spunto dall'ondata di freddo e neve che in questi ultimi giorni ha investito l'Italia. Le dinamiche atmosferiche ci hanno destinato una sequenza di pacchetti d'aria fredda smossi da un anticiclone anomalo arenatosi sulla regione scandinava. Subito si è parlato di Buran. Ma cos'è in realtà questo Buran? E’ un vento tra i più gelidi che in inverno possano raggiungere la nostra Penisola e trasporta un vero e proprio muro di aria ghiacciata in uscita dall'anticiclone termico russo-siberiano. Le masse d'aria muovono i loro passi dalle gelide, sterminate e remote steppe siberiane (aria polare continentale-siberiana). Si tratta di un flusso di provenienza orientale a sviluppo laminare, pellicolare, quasi incollato al suolo, in origine molto stabile e secco che si riversa sul nostro Paese con venti anche forti da est o nord-est. Genera ondate di gelo a volte di estrema intensità che solitamente perdurano anche diversi giorni dopo la fine dell’apporto. Va da sè che per avere il Buran occorre l'anticiclone russo-scandinavo, il “barbaro”. Non è il caso attuale dove il motore del freddo è l'anticiclone scandinavo, che è più “gentiluomo”. 

Forse sembrerà di voler spaccare il capello in quattro, in realtà la corretta identificazione di un soggetto sinottico è di fondamentale importanza per chi è impegna ad elaborare una previsione.

Ricordate le ondate di freddo e neve del 2012? L'anno del Blizzard. Anche in questo caso il motore mediatico aveva fatto girare questo termine, con la medesima disinvoltura utilizzata per l'attuale Buran e per i medesimi fenomeni. Ma cos'è allora il Blizzard? La definizione rigorosa (elaborata dal Servizio Meteorologico degli Stati Uniti d'America dal quale il termine deriva) identifica questo soggetto sinottico quale forte vento con frequenti raffiche superiori a 16 meri al secondo o 30 nodi, accompagnato da nevicate che riducono la visibilità orizzontale sotto i 400 metri per 3 ore di fila. Diventa Blizzard moderato se la temperatura che si accompagna alla tempesta di neve sia inferiore a -7°C, forte se inferiore a -12°C. Come vedete, non si scappa: o è così o non è Blizzard.

Il Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare Italiana ha coniato per il fenomeno Blizzard, una denominazione italiana di “origine controllata” noto come Scaccianeve. Il fenomeno è frequente in inverno sulle nostre montagne, in modo particolare sulle Alpi, e identifica un vento forte e freddo che imperversa su superfici ricoperte da neve polverosa. Se il vento solleva la neve fino ad altezza d'uomo si parla di Scaccianeve basso, se il vento è tempestoso, può sollevare la neve anche di alcune decine di metri, spesso accompagnandosi anche a condensazione, con formazione di “cinture nuvolose” aderenti i pendii e relativo azzeramento della visibilità orizzontale. Trattasi di Scaccianeve alto.

In un modo o nell'altro, per un Paese come il nostro dove gli inverni di un tempo sono divenuti miraggi di una manciata di ore, distinguere un vento dall'altro sembra un'inutile accezione accademica. Non sia così per noi appassionati, che abbiamo l'onere e l'onore di far da anello di congiunzione tra il rigoroso mondo della scienza e quello della gente comune. Altrimenti ad ogni refolo di vento sarà sempre e solo una gran… buriana.

Che dire? Buon anno a tutti!

Luca Angelini 

Anno nuovo, storia (quasi) vecchia

Dopo la sbornia da freddo e neve che solo oggi è entrata nel vivo per diverse regioni italiane, si consumerà un rapido ritorno alle condizioni di tempo che ci hanno accompagnato per lunghi periodi nel 2014.
Proprio a cavallo del Capodanno i venti freddi smetteranno di soffiare verso di noi, e grazie al sole l'aria tornerà lentamente a scaldarsi, magari faticando un po' solo in quelle vaste zone che nel frattempo avranno ricevuto un manto nevoso uniforme al suolo, un manto capace di respingere larga parte del'energia dei raggi solari.

Difatti il canale di aria molto fredda che si era inizialmente aperto tra la calotta artica, il Nord Europa e l'Italia si è già chiuso, perché la grande onda nella Corrente a Getto che da una parte ha rovesciato i venti artici su di noi ha – dalla parte opposta – fatto risalire aria calda e umida dall'Atlantico tropicale verso il Mar di Norvegia. Lungo i fiordi scandinavi allora la temperatura è salita fino ai 10 gradi della linea costiera, con venti forti, nuvole basse e dense, e pioggia battente.

Ora che la grande onda atmosferica collasserà la Groenlandia tornerà a dettare il ritmo, rovesciando al largo dell'Oceano secchiate di aria fredda richiamata dalle basse pressioni di passaggio. Il tepore acquisito di recente dell'atmosfera oceanica grazie proprio all'azione dell'onda atmosferica, in contrasto vivo con l'aria artica in arrivo scatenerà venti forti, umidi e miti che soffieranno decisi verso l'Europa centrale a scalzare – anche qui – il tenue cuscino di aria fredda nato nelle ultime ore. 
Poi i venti oceanici punteranno ancora più ad est, ma qui – al confine verso la Russia – troveranno un manto nevoso più uniforme, spesso, che avrà sollevato un muro molto più ostico da demolire.

Il risultato sarà la rimonta di un'alta pressione robusta a sud di questo canale di venti forti (Spagna, Francia e in parte anche l'Italia) con un improvviso e netto aumento della temperatura, soprattutto in montagna e sulle coste esposte. Al contrario l'aria fredda groenlandese fluirà a nord, verso le coste del Baltico, la Scandinavia e la Bielorussia, per poi rallentare appena più ad est.

Il baluardo di neve a ridosso del confine tra Europa e Russia è la novità rispetto alle condizioni precedenti il Natale, assieme al probabile vasto innevamento dei Balcani. Questo sarà un punto fermo a favore della reiterazione di condizioni di freddo intenso in zona, ma nel lungo termine anche un punto di riferimento per probabili nuove frenate dei venti oceanici e il ritorno di aria più fredda anche in Europa.
Però per il momento non si riesce a dire di più. Quindi, intanto, teniamoci il ritorno a temperature più alte previsto per l'inizio del nuovo anno, poi per il tempo della Epifania ci sarà tutto il tempo di elaborare la previsione.

Il vademecum del buon appassionato, ecco come vivere al meglio l’inverno

I giorni passano, l’inverno indugia e la tensione si fa palpabile. Un nervosismo fisiologico che serpeggia tra appassionati e addetti ai lavori, tra chi vorrebbe una stagione normale e chi opterebbe per almeno un giorno di pura Siberia. Ma alla natura non si comanda e così ecco che anche questo mese di dicembre, proprio come quello dello scorso anno, sta scivolando via senza colpo ferire. E intanto dell’inverno ancora nessuna traccia.

Forse si è perso tra le pieghe degli Urali o sta cercando di far sentire i suoi primi vagiti dalle sterminate distese di ghiaccio della Groenlandia. Fatto sta che nel popolo della meteo c’è chi ha già iniziato a beneficiare di visioni mistiche, chissà forse imbeccato in sogno da qualche santo protettore, tanto da vedere e addirittura prevedere a scadenze regolari ondate di gelo estremo da un capo all’altro della Terra.  Potremmo noi essere da meno e non partecipare a questa parata di gelidi proclami? Volete leggere anche su queste righe che entro la fine dell’anno l’Italia verrà bloccata dalla tempesta del momento? No signori, noi non lo faremo. Il nostro intento, ben fissato nello Statuto di questa Associazione, è quello di offrire a tutti voi, cari lettori, una indomita serietà e spiegarvi come stanno veramente le cose.

Regola numero uno: in meteorologia si lavora a scale: scale temporali (un giorno, una settimana, un mese) e scale spaziali (una città, una regione, un continente). Per conoscere l'evoluzione meteorologica “long range“, che vuol dire a lunga scadenza (oltre 5gg) NON si devono utilizzare i prodotti deterministici, ossia i modelli emessi 2-4 volte al giorno dai Centri di Calcolo, ma i prodotti probabilistici. Utilizzare uno strumento non idoneo equivale a voler accendere l'auto con l'accendino. Non si può, ci vuole la chiave! Per cacciare una mosca dalla stanza si può usare un giornale o anche un bazooka. Voi come vi comportereste? La regola vale anche per la catena previsionale, ogni step prognostico ha i suoi strumenti. 

E uno strumento va conosciuto, va saputo interpretare, si devono conoscere punti di forza e difetti, va soppesato in base alla contesto generale, alla stagione, al territorio cui si riferisce. Insomma bisogna farci esperienza, studiarci, non si può improvvisare. Non conoscere le potenzialità di uno strumento d'ensemble ad esempio (i classici “spaghetti” tanto amati dagli appassionati), significa perdere in partenza l'opportunità di capire (prima degli altri) come andrà a finire, col rischio di cadere dentro il gorgo dei balletti modellistici, quelli che non portano da nessuna parte.

Ma perchè la Meteorologia, la nostra passione, ci deve complicare così tanto la vita? Forse è anche quel sapere/non sapere che fa di questa disciplina una tra le più affascinanti del mondo scientifico.

Arriviamo così alla regola numero due: l'atmosfera ha una parte predicibile, che si può dunque simulare con i modelli utilizzando le leggi della Fisica, e una parte impredicibile, dovuta al caos deterministico, che sfugge a questa regola. Normalmente la parte predicibile e quella caotica tendono a bilanciarsi permettendoci di utilizzare con sufficiente margine di sicurezza i prodotti modellistici per simulare l'evoluzione dell'atmosfera (figura in alto). In determinate condizioni invece (figura a destra), la parte impredicibile può addirittura prevalere sull'altra e i prodotti prognostici, segnatamente quelli deterministici (i modelli che conosciamo), diventano pertanto inutilizzabili

Quindi siamo pronti per la regola numero tre: ogni qualvolta vi vorrete cimentare in una prognosi meteorologica, chiedetevi se il prodotto che state utilizzando è adatto al vostro scopo, se idoneo alla rispettiva scadenza temporale di vostro interesse e se ottimizzato per il contesto territoriale e microclimatico sul quale vi volete focalizzare.

Per farvi comprendere appieno il discorso fatto, possiamo applicare le nostre regole teoriche alla situazione contingente

Guardate bene il grafico d’ensemble allegato nella figura qui a fianco, elaborato con l'uscita delle 00Z del 20 dicembre da parte modello americano GFS e riferito all'altezza media del geopotenziale di 850 hPa sulla città di Roma (parte alta del prospetto). Lo score ci restituisce una predicibilità che, a partire dal 27 dicembre, si deteriora rapidamente, sino a stabilizzarsi su una forbice di temperatura di oltre 17°C! Per fare un esempio, alla quota di 1500 metri sopra Roma il 29 dicembre, si potrebbe rilevare una temperatura di +8°C come di -9°C. Ora capite bene che, in base a questo strumento, che d'altra parte è l’unico utilizzabile per linee di tendenza longe range, non è possibile stilare una previsione meteorologica attendibile. La scienza ci dà l’out-out, ci pone un limite invalicabile. 

Per districare la matassa degli spaghetti si può in realtà bay-passare in parte il blocco probabilistico con uno stratagemma; alcuni Centri Meteorologici utilizzano un ulteriore sofisticato strumento, il diagramma di Hovmoller, un prodotto dalle grandi potenzialità, poichè ci consente di studiare i treni d’onda. In altre parole ci consente di mettere a fuoco i periodi caratterizzati da anomalie positive di geopotenziale (periodi con maggiori probabilità anticicloniche) e quelli da anomalie negative  (periodi con maggiori probabilità cicloniche).

Bene ora, alla luce di quanto abbiamo imparato, possiamo senz'altro delineare la seguente linea prognostica, con riserva di verificare a fine evento, in sede di reanalisi, la bontà dei metodi utilizzati: fino a Natale il tempo trascorrerà all’insegna di prevalenti condizioni di tempo buono o discreto, con pochi disturbi, clima caratterizzato da alterni sbalzi termici, ma con prevalenti periodi più miti della norma (ad eccezione delle zone pianeggianti quando interessate da nebbia e gelate notturne). Allungando un po' ancora la gittata prognostica sino alla fine dell'anno, pare ancora una volta cadere nel vuoto la possibilità di assistere ad una svolta stagionale. Dunque, sino a Capodanno (e forse anche oltre) niente gelo, niente nevicate a tappeto sulle nostre città, niente eventi epocali, ma solo un prosieguo di stagione che, talora al costo di grandi sforzi, riuscirà a dispensare un po’ di inverno e sempre a corrente alternata.

Pazienza, prima o poi la neve ci verrà a trovare, ma almeno noi abbiamo capito come non farci illudere dai fautori del gelo facile e, per di più, saremo pronti ad accoglierla ancora carichi di entusiasmo ed energia, anzichè mezzi esauriti da una “scimmia” senza via d'uscita.

Luca Angelini

Aspettando l'inverno: come nascono le più intense ondate di aria gelida dall'Artico?

L’aria fredda normalmente staziona sulla calotta polare. Si tratta di una massa d’aria molto densa e pesante dalle carattristiche stabili perchè il raffreddamento interessa prima gli strati bassi per poi propagarsi a tutta la colonna atmosferica. Ora, se non esistessero meccanismi di scambio tra le latitudini polari e quelle tropicali, le prime diventerebbero sempre più fredde e le seconde sempre più calde. A questo pone rimedio l’impianto di “climatizzazione” del Pianeta:.

Il lago di aria gelida che staziona sulla calotta polare non è fermo ma, per via della rotazione terrestre, ruota in senso antiorario e per questo viene chiamato Vortice Polare. Il bordo periferico del nostro Vortice Polare è costituito da un letto di venti in quota noto come Corrente a Getto Polare che, sotto l'azione disturbatrice di montagne, terre emerse ed oceani,inizia ad ondulare attorno all’emisfero generando onde atmosferiche di grande ampiezza note come “onde planetarie o di Rossby“. Queste si allungano in senso meridiano fino ad isolare nuclei di aria fredda dotati di rotazione ciclonica alle medie e basse latitudini e nuclei di aria calda dotati di rotazione anticiclonica alle alte latitudini.

Queste ondulazioni però, non sempre sono abbastanza ampie da svilupparsi in senso meridiano: Matematicamente si può dimostrare che più queste onde sono di minore ampiezza, più sono veloci e meno scambi di calore comportano. La situazione descritta, caratterizzata da un Vortice Polare compatto e da veloci correnti occidentali (situazione ad alto indice zonale) di solito si accompagna a veloci perturbazioni guidate dal Getto, che però coinvolgono principalmente i Paesi del nord Europa, senza raggiungere l'Italia. In questo caso il Vortice Polare è forte e trattiene entro di sè tutto il gelo disponibile (figura in alto). Sul Mediterraneo e l’Italia domina l’anticiclone. Nel caso in cui, per contro, queste onde tendano ad amplificarsi, raggiungendo una soglia critica (matematicamente definita dal numero di Rossby), possono rallentare fino a fermarsi: ecco che può instaurarsi una situazione di blocco delle correnti occidentali. In questi casi l’onda anticiclonica si allunga verso nord e va a infrangersi alle latitudini polari riscaldandole, mentre quella ciclonica si propaga verso sud e si infange alle nostre latitudini raffreddandole. Si completa così l'mpianto di climatizzazione del Pianeta.

Ma cosa comporta tutto questo per il tempo di casa nostra? Abbiamo appurato che per avere un’irruzione di aria fredda occorre che la Corrente a Getto Polare sia poco veloce e molto ondulata. Nella stagione invernale però abbiamo una marcia in più: alle vicende della medio-bassa atmosfera qui sopra accennate, si aggiungono anche i moti che coinvolgono gli strati superiori, quelli della stratosfera. Si, perchè anche alle alte quote ritroviamo il Vortice Polare, in questo caso Vortice Polare Stratosferico. Sentite un po’ cosa può succedere: se riprendiamo la nostra situazione di blocco, abbiamo visto che la parte anticiclonica dell’onda tende a spingersi verso le latitudini polari. Qualora la viscosità atmosferica sia ottimale (a esempio con venti stratosferici orientali, minimo solare, Nina moderata) l’onda si sviluppa non solo in ampiezza, quindi guadagando latitudine, ma anche in spessore, fino a sfondare il limite della tropopausa e a irrompere nella stratosfera, infragnendosi contro il Vortice Polare Stratosferico.

Questa intrusione causa notevole attrito e pertanto genera un riscaldamento, che può essere anche di 60-70 gradi in una settimana. E’ il cosiddetto Stratwarming. Il Vortice Polare Stratosferico viene destabilizzato e, in casi estremi, questa destabilizzazione si può propagare verso il basso fino a spostare o addirittura scindere il vortice polare anche al livello del mare (figura qui a fianco).

L’aria gelida in esso contenuta è pertanto costretta a prendere la via delle medie latitudini. La sua traiettoria però non seguirà più le normali correnti occidentali, perchè ora al posto di un vortice polare avremo ora una vistosa anomalia, un anticiclone polare. La traiettoria impostata sarà quindi in senso orario, da est verso ovest, ossia retrograda. In questo caso il Mediterraneo e l’Italia finiscono sotto il tiro dei gelidi venti siberiani. E’ il caso delle ondate di gelo che hanno fatto la storia del clima: tra tutte ricordiamo febbraio 1956, dicembre 1984, gennaio 1985 e i più recenti gennaio 2006 e febbraio 2012.

Luca Angelini

Previsioni meteo, istruzioni per l'uso

Il calendario corre, l'inverno incombe, a quanto pare anche dal punto di vista climatico, il mondo dei fruitori meteo si triplica fino al tutto esaurito e intanto le casse acustiche di diversi siti web, hanno già iniziato a sparare alto, 20 mila watt di proclami, servendosi di mani che danno e poi tolgono, bocche che dicono e poi smentiscono, insomma la solita pantomima senza capo ne coda. Nel mezzo eccoci, siamo tutti noi, gli utenti delle previsioni meteorologiche, stritolati in un tunnel mediatico senza esclusione di colpi, storditi da ineguagliabili ingorghi di parole, presi in giro dai soliti balzelli d'interpretazione all'italiana. Ehi, fermi in attimo: presi in giro? No, questo non è accettabile. 

Ecco allora che, a supporto dei pochi professionisti veramente abilitati (da lunghi e faticosi percorsi di studio), a gestire e divulgare previsioni meteorologiche, si affiancano realtà amatoriali come Meteonetwork, nate dalla passione e con il nobile quanto difficile intento di far da interprete, di fare da anello di congiunzione tra il rigoroso mondo della scienza e quello pratico dell'uomo della strada. L'obiettivo e far capire come utilizzare al meglio le informazioni che ci pervengono dalle previsioni meteorologiche.

Ma cos'è una previsione meteo?

All'inizio una previsione meteorologica si basava essenzialmente su metodi empirici; i detti popolari sono quel che rimane di quell'esperienza maturata da chi viveva e lavorava all'aperto e faceva suo quello che il tempo insegnava giorno dopo giorno. Ma questo poteva forse andar bene per una previsione di 2-3 ore, massimo mezza giornata. Che tempo fa tra 2 ore a Roma? Il tempo che fa adesso; legge della persistenza. Detta così ci azzecchiamo al 90%! Si, bene ma dopo? Ecco la necessita di progettare un modello che simuli l'andamento dei processi atmosferici secondo le leggi della Fisica. Nascono i modelli fisico-matematici.

L'iter che porta alla previsione meteorologica, intesa questa a varie scadenze, è il prodotto finale di un lungo e complesso iter scientifico che utilizza le migliori conoscenze nei campi della Fisica, della Matematica, dell'Ingengneria, dell'Elettronica e dell'Informatica. E chi è allora un Meteorologo? Il grande Generale Andrea Baroni, recentemente scomparso, rispondeva più o meno così: il Meteorologo è un Fisico, quando studia i processi che avvengono nell'atmosfera, diventa un Matematico, quando li descrive con apposite equazioni, è un Ingegnere quando progetta soluzioni per assolvere alle problematiche legate alla gestione e agli impatti dei fenomeni sul territorio, è Informatico o un esperto di elettronica quando progetta e sviluppa software in grado di gestire i vastissimi database dei dati meteorologici mondiali. Un Meteorologo è anche un divulgatore, aggiungiamo noi, capace di trasformare dati e numeri in concetti friubili a tutti.  

Vista così, sembrerebbe una squadra infallibile e invece a volte le previsioni sbagliano. Qualcuno la farà corta dicendo che la Meteorologia è una scienza inesatta, ma in verità, anche questo è sbagliato. La Meteorologia è una scienza esatta, soggetta a procedimenti approssimati.

Vi interesserebbe conoscere il tempo di domani alle 12 con una previsione emessa domani alle 12? Ovviamente no, ecco dunque che negli elaboratori si introducono approssimazioni negli algoritmi di calcolo per ridurre i tempi macchina. Vi interesserebbe conoscere il tempo di Rieti sapendo che i dati utilizzati sono quelli di Roma? Certamente no, eppure le stazioni meteorologiche che forniscono i dati iniziali possono essere distanti anche decine di chilometri. Vi interesserebbe conoscere la temperatura prevista sulla città di Torino, se la griglia dei modelli ad area globale risolve le montagne alzando il capoluogo piemontese a quasi 1000 metri di quota? Tutto questo, come avrete certamente compreso, agisce quale variabile “x” sull'esito di una prognosi, La previsione nasce da processi esatti ma può (e sottolineiamo può) diventare inesatta strada facendo,

E supponiamo allora che dette approssimazioni possano un giorno venir eliminate. La nostra previsione diventerà finalmente perfetta? La risposta purtroppo è ancora una volta no. Questo per una caratteristica tipica dell'atmosfera che chiameremo variabile “Y”, a causa della quale ogni precisissimo calcolo matematico sfugge. Questa è la teoria del caos deterministico, ossia di quella caratteristica dell'atmosfera atta a sviluppare evoluzioni non lineari. Effetto domino, lo conoscete? Lo capì quasi per caso un emerito scienziato, Edward Lorenz, il quale scoprì che facendo partire un primo modello fisico-matematico, per quanto semplificato, dai dati iniziali e un secondo modello a metà dell'elaborazione del primo, quindi sempre con gli stessi dati iniziali, si otteneva un risultato finale completamente diverso tra i due. Egli scoprì che partendo da un grande numero di atmosfere virtuali, le traiettorie sembrano accumularsi tutte su uno stesso oggetto a forma di farfalla, popolarizzato con il nome di Attrattore di Lorenz.

Insomma non ci sono speranze di ottenere previsioni esatte? No, ma possiamo contare su uno strumento potentissimo di interpretazione, la probabilità. Abbandoniamo l'abitudine a intendere una previsione come deterministica, ovvero quello che è previsto sarà la realtà, e inforchiamo una chiave di lettura probabilistica, ovvero, quello che è stato previsto per… è probabile al… Ad oggi la probabilità che una previsione sia corretta a 24 ore sono circa il 90%, il che compensa di gran lunga i danni arrecati da quel modesto 10% errato. Questa percentuale scende all'80% per una previsione a due giorni e al 75% per una  atre giorni, dopodiche il decadimento prognostico evidenzia un limite da tenere in considerazione, poichè scientificamente invalicabile.

Per concludere allora, ecco alcuni importanti consigli per comprendere una previsione meteorologica:

  • Consultare le previsioni diramate da fonti qualificate, diffidare di coloro che propinano previsioni dettagliate oltre le 96 ore di scadenza (5gg).
  • diffidate di coloro che sono soliti usare proclami apocalittici, diffidare di coloro che annunciano feroci ondate di gelo invernale a 10-15 giorni di distanza.
  • diffidate in genere di chi scrive con toni urlati, utilizza frasi onomatopeiche o ipnotizza con cartine dai coloro sgargianti. Molto probabilmente sono state estratte da corse deterministiche senza alcun valore prognostico.

E un ultimo consiglio: imparate ad ammirare il cielo, a vivere con il tempo atmosferico a riconcigliarvi con la natura. I segni del tempo sono scritti nelle nuvole. Solo così potremo metterci quel pizzico di istinto, quel poco di esperienza, quel valore aggiunto personale che a volte, per una previsione locale, fa davvero la differenza.

Luca Angelini

Piccole tempeste mediterranee: l'opportunità di parlarne

Per la seconda volta in poche settimane sul Mediterraneo si è formato un vortice di nuvole che ricorda per molte caratteristiche i cicloni tropicali
Quello odierno, a differenza del fratello passato tra Lampedusa, Malta e Sicilia il 7-8 novembre scorsi è stato ben individuato dai modelli numerici più di 48 ore prima del suo avvento, dando modo ad appassionati e meteorologi di prepararsi all'evento.
Ci sono stati colpi di vento improvvisi, pioggia battente e forte, ma anche forti sbalzi di pressione tra Lazio centrale, Perugino e Aretino, zone dove poi la bassa pressione morente è passata durante la mattinata.

Insomma, abbiamo assistito di nuovo ad un evento affascinante, ma per certi aspetti anche potenzialmente pericoloso.
Ed è proprio il termine “potenzialmente” che è il più difficile da valutare in questi casi: essendo cicloni del genere difficilmente prevedibili in traiettoria, ciclo vitale e conseguenze è anche particolarmente difficile capire se e quando tenerne di conto, se e quando parlarne, e soprattutto a chi parlarne.

La statistica ci dice che nella stragrande maggioranza dei casi questi cicloni rimangono al largo sul mare dove sfogano la loro energia, oppure raggiungono la terraferma senza però creare pericoli particolari; ma è anche vero che tra le loro spire possono nascondersi temporali particolarmente forti o insistenti, talvolta dei tornado, o comunque venti che possono superare in certe occasioni i 100 chilometri orari.
Capirete, quindi, che aggiungendo a questo panorama la scarsa affidabilità di strumenti quali le mappe di previsione dei venti e della pressione risulta difficile per il meteorologo discernere tra l'opportunità di parlare del fenomeno all'utenza e il seguire la strada della normalità descrivendo l'evento come “pioggia battente e vento forte per qualche ora”. Solo una piccola parte degli utenti (fatti salvi gli appassionati della materia) è in grado di avere una percezione non esasperata del reale pericolo; larga parte del pubblico invece si confonderebbe con le centinaia di allerte meteo di cui sente ormai parlare da anni, reagendo con una alzata di spalle se non con un “Ancora parlano di tornado e cicloni? Da me non ha mai fatto niente!”.

Data quindi l'emorragia di siti web e aziende varie che campano e speculano sullo strillo – e la previsione di un evento meteorologico purtroppo vi si presta – è spesso più conveniente tamponare la confusione mediatica evitando di parlare con enfasi e termini troppo tecnici di questi vortici, assimilandoli a perturbazioni piccole ma forti, quali sono in effetti.
Il buon senso d'altra parte ci viene incontro, perché i rischi di danni da piogge torrenziali, venti forti o tornado non si possono valutare solo attraverso satellite e mappe di previsione (che serviranno da strumenti di supporto), ma anche con i dati delle stazioni al suolo, che daranno un quadro completo e continuamente aggiornato utile a seguire passo dopo passo (in nowcasting) l'evoluzione del vortice. Solo allora, in caso di segnali ben chiari che indichino la degenerazione del ciclone, si potrà eventualmente e concretamente parlare di pericoli e rischi. Altrimenti il risultato sarebbe una confusione maggiore e una credibilità della figura del meteorologo sempre inferiore.

L'Italia e il freddo: è sempre un rapporto così difficile?

Molti lo cercano, tanti lo vogliono, ma lui molto spesso delude. Stiamo parlando del freddo in Italia, croce e delizia degli appassionati meteo, ma anche dei professionisti, costretti a pronosticare il tempo procedendo a vista, sui carboni ardenti di una evoluzione sempre in forse, fino all'ultimo. Il freddo in Italia, vanitoso e sfuggente come una bella signorina, molto spesso dato per scontato dai sognatori della Siberia dietro casa, ma anche dai Longers più volitivi, magari abbagliati da correlazioni antesignane ancora tutte da capire.

L'Italia e il freddo: perchè deve essere un rapporto così difficile?

Prima di tutto perchè l'Italia si pone climaticamente entro la fascia temperata, punto di cerniera tra i climi d'oltre mare, caratterizzati da masse d'aria subtropicali, e i climi nordici, che rispondono con masse d'aria polari. Non solo, ma la nostra Penisola, splendido molo naturale placidamente disteso per oltre 1000 chilometri nel bel mezzo del mar Mediterraneo, funge da crocevia tra masse d'aria marittime e continentali, un clima temperato diviso tra mare e terra, difeso da imponenti catene montuose, con  numerose sfumature che ne fanno uno tra i più ricercati al mondo.

Ma come se non bastasse, ecco che anche lui, si proprio lui il freddo, ci mette lo zampino: le sue caratteristiche fisiche, che ne fanno un blocco pesante ed inerte, di certo non lo aiutano qualora, espulso da anticicloni freddi come quello russo-siberiano, si muova in direzione delle medie latitudini.  L'assottigliamento orizzontale dell'aria fredda, al transito sopra superfici progressivamente più calde, è rapido e ne mina irrimediabilmente la radice. La sua inevitabile instabilizzazione, che si traduce in uno spreco di energia volto al ripristino dell' equilibrio perduto, va a costruire convezione, quindi temporali (in inverno soprattutto sul mare), segnale che anche la miscelazione verticale ne ha ulteriormente intaccato le caratteristiche originarie.

Insomma, parte 100, ma arriva 10, sempre che arrivi. Si, perchè c'è un ulteriore nodo da sciogliere per l'azzecca garbugli di turno nelle Sale Previsioni dei Centri Meteo italiani: la predicibilità. Se il caldo ci sorvola, il freddo striscia sulle asperità dei terreni, inciampa sulle discontinuità termiche che incontra, sbatte contro le montagne, in un vero e proprio percorso ad ostacoli. Per questo un'irruzione fredda diventa difficile da simulare da parte dei modelli numerici, anche a brevissimo termine. I vortici cui si accompagnano le irruzioni polari o artiche, spesso rimbalzano come palle da biliardo e la previsione si riduce ad un qualcosa simile ad una partita a stecca.

Morale: mai dare il freddo per scontato, mai interpretare i bollettini meteo con i desideri, mai dar credito a chi dispensa gelo facile. Una irruzione di aria fredda o gelida che dir si voglia, richiede la sinergia, l'incastro favorevole di diversi fattori, non sempre disponibili sul Mediterraneo. Poi quando l'agognato gelo effettivamente arriva, ci sarà sempre qualcuno pronto a pontificare. Bravo, diremo noi, ben sapendo che gridando al lupo al lupo, prima o poi ci si prende.

Luca Angelini

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