Vi diranno che si tratta di scie chimiche…

Banchi di nuvole rade, segnale di modeste infiltrazioni di aria umida in quota, tenute sotto controllo da un anticiclone che mantiene comunque l’esclusiva. E’ il cielo di questi giorni sull’Italia; provate a guardare in alto, forse, se sarete (molto) fortunati, potrete ammirare un fenomeno piuttosto inquietante ma dall’indubbio misteriosi fascino noto con il  nome di “Fallstreak holes“, alla lettera “caduta veloce del buco”.

La  figura allegata mostra di cosa si tratta ma, come fanno a formarsi questi buchi nel tessuto nuvoloso? Qualcuno si sarà certamente dilettato nel pontificare additando le responsabilità a improbabili attacchi chimici aeronautici (le famigerate scie chimiche). Nulla di tutto questo.

Osserviamo la figura qui a fianco: anzitutto dobbiamo tener presente che gli strati nuvolosi coinvolti nel processo sono due, uno sovrapposto all’altro: il primo, a quota leggermente più elevata, si identifica con quei filamenti nuvolosi sottili visibili anche all’interno del buco noti come cirri. Subito sotto e tutto intorno una consistente banda di cirrocumuli.

Ingredienti:

  • Un sottile filamento di aria calda e umida che scorre tra due strati di aria più fredda e secca.
  • Riscaldamento diurno
  • Una ondulazione prodotta per motivi orografici su larga scala

Conseguenze

La stratificazione sopra descritta genera una leggera instabilizzazzione del flusso il che, unitamente al riscaldamento diurno e ad una ondulazione prodotta per motivi orografici su larga scala, può causare la discesa di alcuni pacchetti di aria fredda verso il basso, sotto forma di debolissime precipitazioni.

In sostanza minuscoli aghetti di ghiacciocadono dai cirri (nubi superiori) sopra i cirrocumuli (nubi inferiori). Se questi ultimi presentano un struttura mista, ovvero piccoli cristalli di ghiaccio e minuscole gocce d’acqua allo stato sopraffuso (allo stato liquido pur in ambiente sotto zero), gli aghetti di ghiaccio in caduta si “mangiano” le goccioline sopraffuse e, con un processo noto come accrezione, causano l’aumento di peso di queste ultime, le quali precipitano a loro volta verso il basso evaporando, dunque disfacendo il tessuto nuvoloso. Da qui il buco.

Da notare che un fenomeno analogo può avvenire anche a quote inferiori, coinvolgendo in questo caso nubi del tipo altostrati e altocumuli.

La legge fisica di Bergeron-Findeisen ci dà un’ulteriore suggerimento, poichè ci fa notare che all’aumento dei cristalli di ghiaccio all’interno della nube, corrisponde la proporzionale evaporazione delle goccioline sopraffuse superstiti. Ne deriva un ulteriore allargamento del nostro buco che si manifesta in tutto il suo stupefacente e spettacolare alone di mistero.

Luca Angelini

Fiat lux!

Quello che sembra un maldestro richiamo ad un fantomatico modello di autovettura dalla casa automobilistica italiana – anzi no, ormai americana – è in realtà una esclamazione di sollievo, per me e per chi in questi giorni e queste settimane sta cercando di preservare il proprio patrimonio.

Oggi, infatti, ho già avuto modo di esternare il mio stupore per la giornata particolarmente grigia e buia che vede protagonisti il Nord e parte del Centro Italia, sotto una coltre di nuvole particolarmente spessa e densa. Un grigiore che a novembre può anche essere normale, ma che viene dopo un periodo esageratamente piovoso per alcune regioni e quindi fa pensare a un ciclo di piogge che non ne vuole sapere di chiudersi.

Ma in futuro per fortuna assisteremo quantomeno a una pausa, sulla cui durata eventuale dovremo discutere più avanti nel tempo: per adesso si può dire che su larga parte d'Italia smetterà di piovere tra domani e mercoledì, e NON pioverà tra giovedì e domenica, ma anzi tornerà il sole (e un po' di luce, appunto).
Arriverà un'alta pressione novembrina, accompagnata – manco a dirlo, con tutta la pioggia che è caduta – dalle nebbie nelle vallate e in Pianura Padana, dall'aria freddina mattutina, e da un gradevole tepore nel pomeriggio. Solo nel Meridione insisteranno venti freschi e tesi tra mercoledì e giovedì.
Su tutta l'Italia la novità più importante – insomma – sarà la ritirata dell'aria mite e umida, quella che fa da carburante alle piogge più abbondanti.

Certo, se l'alta pressione insisterà troppo senza soffiarci addosso venti freschi dall'Est Europa si rischia che con il tempo l'aria torni a caricarsi; tuttavia, almeno per una settimana a partire da oggi il rischio è scongiurato. Per il periodo successivo non c'è ancora niente di chiaro, ma vista la situazione di partenza per adesso accontentiamoci, e approfittiamone per cercare di rimettere a posto le cose dove l'uomo ha favorito i danni delle ultime alluvioni, per quanto possibile.
La cosa più importante adesso è che torni un po' di luce, sia nel cielo che nell'animo di chi si è visto portare via in un attimo il frutto del proprio lavoro e gli affetti.

E siamo daccapo

La settimana è stata faticosa per i meteorologi, impegnati a cercare di capire dove, quanto e quando avrebbe piovuto nelle regioni italiane più esposte allo Scirocco. 
Il rischio di dissesti idrogeologici era alto, e in effetti alla conta finale si sono registrate numerose piene, con frane e smottamenti nei territori più sensibili. C'è stata pure un alluvione in alta Toscana, ascrivibile però – come in molte altre occasioni – più all'incapacità di gestione del territorio che alla Natura stessa.

La piccola distrazione aggiuntiva, dovuta al ciclone mediterraneo che ha gozzovigliato tra Sicilia e Africa nelle ultime ore non deve però farci perdere di vista la previsione per i prossimi giorni, pronta a registrare nuove piogge abbondanti, ancora una volta nelle regioni che accolgono lo Scirocco dopo un lungo viaggio in mare aperto: Piemonte, Lombardia, Triveneto, Liguria, Toscana, e forse anche Lazio ed altre regioni più a sud.

Si comincerà domani dalla Sardegna e – come accade di solito con venti umidi dal mare – dal Settentrione.
Presto torneremo, quindi, a cercare di informare l'utente con il miglior dettaglio e la maggiore efficacia possibile, in modo che possa eventualmente attrezzarsi per affrontare giornate di pioggia, se non addirittura condizioni di eventuale pericolo.

Mi piacerebbe si potesse ripetere l'esperienza appena passata, a mio modo di vedere molto positiva in tal senso: l'aperta collaborazione tra meteorologi, assieme al supporto degli appassionati con dati, video e immagini puntuali e dettagliate ha permesso una diffusione ampia e costante di informazioni fondamentali a un bacino di utenza che mai avevo percepito così ampio.
Sono stati utilizzati i canali istituzionali, fondamentali; ma sono risultati molto utili anche i social e i siti web più conosciuti, per un passaparola rapido ed esteso.
C'è stata una sinergia di fondo, che dopo il veloce filtraggio di informazioni ridondanti o essenzialmente inutili allo scopo ha permesso di ottenere risultati. 

Da domani quindi si parte con una nuova occasione di collaborazione; una possibilità che va onorata al meglio, per dimostrare alla popolazione interessata dagli eventi previsti che una rete di informazione ben strutturata può fare davvero tanto per la prevenzione.

Pericolo di piogge eccessive? Andiamoci cauti

Il tempo sembra debba peggiorare seriamente durante la prossima settimana.
Aria umida, mite, richiamata dallo Scirocco verso i mari italiani caricherà un fronte di aria più fresca che dal nord Atlantico si tufferà verso i Pirenei, la Spagna e la Francia.

Gli appassionati del genere hanno già visto tante volte previsioni di questo tipo, con mappe che disegnano piogge estremamente abbondanti su alcune regioni italiane a causa di basse e alte pressioni che si dispongono in posizioni classiche per questo genere di eventi.
E sempre gli appassionati sanno che si potrebbe andare incontro a tutti i rischi correlati a piogge eccessive. Ma da qui a lanciare allarmi per alluvioni, frane e smottamenti per questa o quella parte d'Italia ce ne corre, eccome!

Sono tanti gli aspetti che non vanno in un tipo di comunicazione del genere.
Intanto la distanza in termini di tempo: come è possibile fare una previsione della quantità di pioggia che cadrà ad esempio sull'alto Piemonte a 5 giorni di distanza se ancora adesso non si è formato il fronte freddo che richiamerà l'aria calda e umida verso di noi?
Poi le modalità: è giusto che appassionati e tecnici seguano per motivi vari l'evolversi della previsione, in vista di possibili problemi; però le eventuali allerte o gli allarmi dovranno essere diramati dagli organi competenti, che avranno l'input dai centri di previsione regionali. La collaborazione più ampia possibile è un bene, ma deve essere scevra da protagonismi e incompetenze più o meno consapevoli.
Il malcelato protagonismo, appunto: cosa si vince a parlare per primi di alluvioni (che poi magari arrivano davvero, sì)? La gloria? Una manciata di like in più sui social?
Lasciando perdere i soggetti (fisici e giuridici) che lucrano sulla faccenda, ovviamente.

E altro ancora.
Sì, anch'io sono sicuro che un certo rischio c'è; ma non so quando, quanto, dove, come e perché.
Semplicemente, non lo sa ancora nessuno. Ma l'ansia da prestazione (da una parte) e da timore per sé stessi e gli altri (dall'altra) è già più che evidente.
Il risultato? Una gran confusione e basta.

Aaah … se solo fosse successo in pieno inverno

Parlando di tempo, del più e del meno, capita spesso di leggere o sentir dire qualcosa del tipo “Pensa se tutta questa pioggia fosse arrivata in pieno inverno! Sarebbe stata una gran bella nevicata!”. Oppure “Con quest'alta pressione a gennaio ci sarebbe stato il gelo vero”, e altro ancora.

Tendiamo, insomma, a fare paragoni e confronti fra periodi dell'anno con la stessa configurazione di alte e basse pressioni con una certa naturalità. Ma non ci rendiamo conto che in verità non sono confronti possibili, o comunque non hanno ragione di essere.

Prendo ad esempio il rinforzo del vento previsto sul Centro-Sud Italia nella giornata di domani.
Il tutto nasce dal lago di aria fredda che in questi ultimi 5-7 giorni si è formato sui Balcani per effetto di una profonda bassa pressione alimentata da aria strappata via dall'Artico. 
Adesso questa bassa pressione si è dissolta, e oggi ce ne siamo resi conto anche dall'attenuazione del vento. Ma il lago freddo sui Balcani è rimasto! E vicino – tra l'Adriatico, il Tirreno, l'Egeo e l'aperto Mediterraneo – ci sono mari ancora tiepidi, se non caldi, sovrastati da aria carica di umidità!
Il contrasto tra terraferma e mare insomma c'è, e non potrà che portare al travaso dell'aria fredda verso le zone con pressioni più basse, in mare aperto.
Ecco quindi spiegato il ritorno del vento tra domani e sabato.

Viene da pensare, intuitivamente, che una situazione del genere in pieno inverno avrebbe portato probabilmente al vero e proprio gelo: i Balcani sarebbero infatti stati coperti dalle nevicate dei giorni precedenti, e le raffiche in arrivo da laggiù avrebbero pilotato verso di noi l'aria stabile e ghiacciata che si sarebbe formata a ridosso del suolo.
Sì, ok. Ma … peccato che il vento forse sarebbe stato ben più fiacco, se non del tutto assente!
Il mare infatti sarebbe stato ben più fresco di adesso, e l'aria ben più asciutta per la minore evaporazione dalla superficie. Insomma, come risultato contrasti più fiacchi, e di fatto pochi effetti sull'Italia.

Questo è un esempio, ma se ne potrebbero fare molti altri già incontrati su blog, social e quotidiani.
Quindi l'invito che faccio è: abituatevi ad adattare considerazioni del genere al periodo dell'anno cui vi riferite.

Ok, Gonzalo non esiste più. Però …

… però come sempre accade al passaggio di una depressione che ha attinto da un ex uragano c'è quella stilla di energia in più che fa la differenza.

Ciò che voglio dire è che larga parte del forte vento atteso tra mercoledì e giovedì sull'Italia sarà dovuto alla grande differenza di temperatura che si verrà a creare tra il Mediterraneo ancora caldo e l'aria artica strappata dal vecchio ciclone durante il suo passaggio ad alte latitudini, MA sono convinto che alcune raffiche supereranno le stime attendibili dalla valutazione dei gradienti di pressione, temperatura e umidità previsti.

Lo dico per esperienza: sin da quando ero bambino ho seguito con attenzione la traiettoria di perturbazioni del genere, e in ogni occasione – nel momento in cui il fronte arrivava nella zona dove mi trovavo – ho sempre avvertito una differenza evidente rispetto alle perturbazioni classiche: in termini di velocità delle raffiche più forti, di improvvise e apparentemente ingiustificate rotazioni del vento, di eventi più complicati da descrivere ma legati a convezione non profonda.
Tutti episodi isolati, di breve durata. Ma chiari.

Insomma, il vento portato da queste perturbazioni è spesso più turbolento e a strappi rispetto a quello che ci si aspetterebbe con una depressione extratropicale classica: è capace di alternare momenti di calma apparente a raffiche il doppio più veloci del vento medio atteso (se non di più).

Nessun allarme ingiustificato: ci mancherebbe.
Tuttavia è bene anche non esagerare nel sottovalutare e umiliare questi eventi, in quanto possono insegnarci qualcosa di nuovo e, soprattutto, possono portare dei danni nelle aree più esposte (al Maestrale e il Foehn, nel caso di mercoledì prossimo) non valutabili con la mera lettura delle mappe.

Il temporale genovese: come funziona

L'alluvione di Genova fa notizia, non tanto per l'evento in sé, quanto per la curiosa insistenza di un temporale in una zona così ristretta e per così tanto tempo.
E' in effetti un qualcosa di raro, per fortuna; tuttavia è sufficiente mettere assieme una certa quantità di ingredienti per ottenere come risultato proprio quello che sta succedendo in Liguria centrale.

Genova è una città particolarmente esposta a questo tipo di temporali, ma ci sono anche altre zone d'Italia che di quando in quando rischiano piogge alluvionali su fasce molto ristrette.
Innanzitutto infatti occorrono montagne (o comunque colline piuttosto alte) subito a ridosso del mare. Questo è l'ingrediente base, ma è ancora meglio se sul versante opposto delle montagne c'è una qualche vallata dove possa accumularsi aria fresca e stabile.
Fatto questo bisogna mettere il carburante, ossia l'aria calda e umida che arriva con lo Scirocco dal mare aperto, assieme ad un vento piuttosto forte ad alta quota.

Adesso siamo pronti a capire il meccanismo di formazione di questi temporali.
Si parte con lo Scirocco che – dopo un lungo peregrinare – arriva a ridosso della costa; qui incontra subito le colline e le montagne, e quindi è costretto a salire. Tutto il suo carico di vapore acqueo, ancora intatto, condensa in nuvole, dapprima magari stratificate, fiacche, poco consistenti; poi grazie al continuo pompaggio di aria calda in basso e quindi al fatto che l'aria si fa sempre più instabile le nuvole crescono sempre più in alto assumendo la forma di cumuli e cumulonembi.
A questo punto partono i primi acquazzoni, di solito sul costone della collina o della montagna.

Lo scroscio di pioggia rovescia con sé aria più fresca, che arrivata sul suolo pendente del costone scivola di nuovo verso il mare, dove incrocia lo Scirocco umido e caldo che intanto continua a soffiare in direzione della costa. L'aria fresca in arrivo dal pendio è più densa, pesante, e quindi solleva quella più mite e umida dello Scirocco forzandola a formare un altro cumulo che – se l'aria è sufficientemente instabile – diventa subito un altro cumulonembo.
Intanto il primo scroscio, a causa del vento forte in quota, è stato portato via verso le cime montane e poi il versante sottovento, dove si esaurisce completamente dissipandosi con calma; il secondo cumulonembo inizia a fare il suo dovere, provocando lo scroscio d'acqua sul costone, stavolta però più vicino al mare rispetto al primo, se non addirittura sulla costa.
Di nuovo, l'aria fresca rovesciata dal temporale ruzzola giù per il pendio fino al litorale e stavolta – non trovando inizialmente lo Scirocco a murarlo – fino a qualche centinaio di metri al largo. Qui incontra di nuovo l'aria calda e umida, forzandola a formare un terzo cumulonembo, che seguirà la via dei precedenti due.
Ecc. ecc. …

Questa catena, una volta innescata, può appunto durare per ore, se non giorni.
Ogni cumulonembo nasce, cresce e si dissipa in 20-30 minuti, ma nel contempo un altro nasce a ridosso della costa o in mare aperto.
E la catena si ferma solo se passa un fronte freddo che quindi blocca lo Scirocco, tagliando il carburante ai nuovi cumulonembi; oppure se il vento in quota cambia forza o direzione, portando ad esempio gli acquazzoni a rovesciare aria fresca troppo a ridosso dell'alimentazione calda del temporale, tagliandola e provocando un “intaccamento” continuo della catena, che poi si rompe completamente in poche decine di minuti.

Le montagne attorno a Genova hanno una particolarità che le rende particolarmente attraenti per i temporali di questo tipo: subito a ridosso hanno la Pianura Padana, un enorme bacino di aria spesso stabile e umida dalla quale i temporali possono attingere direttamente grazie alle vallate alle spalle della città, particolarmente ripide e dirette verso la costa.
Ma, ad esempio, qualcosa di simile può succedere nella zona delle Alpi Apuane, come ben sappiamo anche dagli eventi alluvionali degli anni scorsi.
Più rari invece sono accadimenti di questo tipo lungo veri e propri fronti di aria calda, lungo i quali lo Scirocco trova una sorta di muro sul quale viene sparato verso l'alto per una particolare combinazione di venti tra bassa e alta atmosfera. Un esempio di questo tipo è dato dall'alluvione maremmano di pochi anni fa.

Il fiume artico si è svegliato

I pochi giorni di alta pressione che ci hanno fatto compagnia la settimana scorsa; lo Scirocco leggero che inizia a soffiare adesso tra le montagne del Nord e i mari tra Ligure e Tirreno; i tanti temporali che hanno attraversato la Manica e il Regno Unito da inizio settimana.
Sono tutti effetti di una stessa causa: l'apertura dei rubinetti freddi da parte della Groenlandia dopo la pausa estiva.

La Groenlandia è un po' il serbatoio di freddo e gelo per buona parte dell'Europa atlantica e una fetta di quella centrale: in inverno i venti che soffiano sugli altopiani artici attraversano a ondate l'oceano, caricandosi di umidità e rovesciandosi poi sulla terraferma europea sotto forma di acquazzoni accompagnati da forti e fredde raffiche di vento, rovesci improvvisi di neve alternati a sole e calma piatta, ma anche vere e proprie bufere sulle coste più esposte.
Anche l'Italia – sempre in inverno – è più soggetta a venti freddi che partono dall'isola artica piuttosto che al gelido e asciutto vento russo, decisamente raro.

Come già scritto, durante l'estate la circolazione dei venti non permette alla Groenlandia di avere voce in capitolo sul tempo europeo e oceanico, permettendogli a malapena di sbuffare qualche refolo fresco nelle immediate vicinanze dell'Artico, dove così costruisce perturbazioni solitamente moderate, non in grado di raggiungere l'Italia se non dopo un lungo stemperamento.
Ma in autunno la ripartenza del fiume d'aria fredda può diventare spettacolare, proprio come sta succedendo in questi giorni: l'aria sull'Oceano, ancora mite, scontrandosi e poi rimescolandosi ai venti artici costruisce perturbazioni molto lunghe, profonde, accompagnate da fronti ampi anche più di 4-5000 chilometri, basse pressioni che scendono fin sotto i 960 hPa e venti rafficati ben oltre i 100 chilometri orari. E allora anche il satellite ci restituisce immagini che sottolineano l'imponenza di queste strutture da ammirare per la loro potenza, essendo capaci di risucchiare venti miti fin sull'Italia nonostante transitino lontane da noi per parecchie centinaia di chilometri.

Uno spettacolo grandioso, talvolta pericoloso quando raggiunge estremi esagerati nella prima parte dell'inverno con vere e proprie tempeste, ma comunque un qualcosa cui dovremmo essere abituati data la sua presenza costante ogni anno.

L'avvento dell'alta pressione

E' appena iniziato l'autunno, e i venti oceanici puntualmente prendono velocità.
Lo fanno ad alta latitudine, tra il Regno Unito e la Scandinavia, trascinandosi dietro l'alta pressione poco più a sud, fino ad invadere parte dell'Europa.

Quella dei prossimi giorni è la prima vera apparizione di un'alta pressione robusta sulla parte centrale e atlantica del nostro Continente da un bel po' di tempo. Sicuramente segna un cambiamento nella circolazione dei venti, ma non è detto che possa essere così insistente.
D'altra parte siamo in autunno, ed è probabile – oltre che auspicabile per vari motivi – che il tempo sia in una certa misura variabile e a tratti piovoso.

Fatto sta, comunque, che verso il fine settimana e poi la fine del mese passeremo alcuni giorni in compagnia dell'alta pressione.
Il tempo sarà certamente migliore al Nord, più vicino al robusto centro motore dell'anticiclone; al Centro inizialmente ci sarà del vento e anche delle nuvole addossate all'Appennino e sulle regioni adriatiche. Nel Meridione invece le condizioni saranno un po' più mutevoli e capricciose, capaci di guarire solo lentamente.

Per la previsione del quando e come quest'alta pressione abbandonerà il campo, comunque, dobbiamo tenere conto di un aspetto che nelle prossime settimane acquisirà sempre più importanza: le notti ormai sono piuttosto lunghe, e quindi l'aria negli strati bassi dell'atmosfera si raffredda e stabilizza velocemente. Questo potrebbe aiutare l'alta pressione a respingere gli attacchi delle perturbazioni sulla terraferma, con un'azione via via più importante andando verso l'inverno.
Per questo episodio intanto accontentiamoci di confermare il tempo relativamente buono almeno fin verso mercoledì.

Per adesso non si può dire di più, perché in primis il destino dell'alta pressione dipenderà da altri fattori che al momento sono solo nelle fantasie dei modelli numerici, spunti che non potranno essere soppesati prima di lunedì prossimo.

Brezze e temporali: un equilibrio poco esplorato

Specialmente in un periodo come questo, verso fine estate, possiamo far caso ad un fatto che di per sé può apparire insignificante, ma che in realtà in generale è molto interessante: nel momento in cui sta arrivando una perturbazione carica di temporali si può osservare come lungo le zone costiere le piogge non siano quasi mai presenti tra la fine della mattina e buona parte del pomeriggio, quando invece si concentrano verso le montagne o comunque nelle valli lontane dal mare.
Questa non è una coincidenza, ma il risultato dell'interazione tra due fenomeni su scale di spazio diverse: da una parte il processo di formazione delle nuvole all'interno della struttura della perturbazione, dall'altra il meccanismo delle brezze di mare e di terra.

Approfitto del forte temporale che ieri ha colpito l'alta Toscana per parlarne in maniera più approfondita, in quanto può essere utile per una previsione a livello di nowcasting, ossia a pochissime decine di minuti oppure ore di distanza da un evento.
Il temporale in esame si è formato durante la notte in mare aperto, sul Mar Ligure, dall'interazione diretta tra l'aria molto calda e umida risucchiata dallo Scirocco e le brezze di terra in uscita dalle Valli del Serchio e del Magra, vallate che ormai si rinfrescano facilmente durante le notti di tarda estate.
Nella prima parte della mattina il temporale ha continuato a crescere più o meno nella stessa zona, avvicinandosi lentamente verso la costa seguendo l'infiacchimento graduale della brezza da terra. Poi a fine mattinata – sostenuto anche dalle raffiche fresche e asciutte rovesciate con l'acquazzone – è entrato di prepotenza nella Valle del Serchio e nel Valdarno Inferiore dove è ruzzolato velocemente fino a ridosso delle montagne del Fiorentino, una barriera contro la quale ha sbattuto per poi dissolversi velocemente.
E l'evoluzione così veloce del temporale dal mare verso la terraferma si è innescata proprio per l'interruzione della brezza di terra e la partenza della componente marina, che sommandosi alle raffiche fresche del temporale ormai vicino alla costa ha aiutato in qualche modo la risalita dell'acquazzone lungo le vallate.

Pensandoci bene un ragionamento simile potrebbe essere fatto anche per le brezze di valle e di monte, a ridosso delle catene montuose. Ma qui la previsione si complicherebbe ancora di più.

Comunque le cronache dell'evento toscano le conosciamo: sappiamo cos'è successo, come, e con quale violenza. E in una certa misura possiamo dire che una volta individuato il temporale in mare aperto si sarebbe anche potuta prevedere la traiettoria successiva dell'ammasso di nuvole, senza affidarsi ai modelli matematici.
La previsione però – questo lo aggiungo io – sarebbe andata in porto solo in parte, perché nella stragrande maggioranza dei casi i temporali che giacciono sul mare durante la notte e la prima parte della mattina poi si dissolvono velocemente (o tornano più al largo) entro mezzogiorno o poco dopo, proprio per l'arrivo della brezza.
Nel nostro caso i modelli ci sarebbero venuti in aiuto solo per quanto riguarda la valutazione del carburante a disposizione del temporale: tantissimo nel nostro caso, e di ottima qualità. Ma con il senno di poi non si fa una previsione, e quindi prendiamo intanto questo evento come un caso da studiare per affinare una tecnica di previsione poco considerata.

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