Calderone : ghiacciaio si o ghiacciaio no?

In questi giorni sul web e sui social si leggono notizie contrastanti riguardo il ghiacciaio del Calderone generando quindi una gran confusone a riguardo.

Per fare un pò di chiarezza ci siamo rivolti al Prof. Massimiliano Fazzini, docente di rischio climatico e geomorfologia applicata presso il dipartimento di fisica e scienze della terra dell’Università di Ferrara; ringraziamo il Prof. Fazzini per la sua disponibilità.

 

Quando si parla di ambienti fisici di alta quota delle medie latitudini – laddove giocoforza non vi sono notevoli possibilità di monitorare tramite stazioni meteo in rete piuttosto che di “osservare” tramite webcam – i commenti sulla situazione attuale possono contenere amplificazioni di errori derivanti spesso da mancanza di conoscenza specifica o semplicemente dal “sentito dire”; tutto ciò rende ancora più critica la situazione della comunicazione corretta delle scienze meteoclimatiche in Italia.
Credo che tutto ciò derivi anche dalla più volte evidenziata “memoria breve” dell’essere umano nei confronti degli eventi atmosferici se non eccezionali almeno rari. Ogni evento è sempre quello con maggiore magnitudo, poi a “mente fredda” o meglio ancora osservando le serie storiche dei dati meteorologici ci si accorge che magari la stessa situazione l’abbiamo vissuta piu volte ma non ne ricordiamo gli esiti.
E allora, per normalizzare l’informazione, solo i numeri possono “dirci la verità”, almeno se non “forzati” o modificati a proprio comodo.
Focalizzando in tal senso l’attenzione sul “ghiaccio del Calderone”, nell’ultima settimana se ne sono sentite davvero di cotte e di crude.

Ghiacciaio del Calderone. Pietracamela, 14 agosto 2017. PAOLO BOCCABELLA (Foto ANSA)

Innanzitutto occorre precisare che dal 2014, il ghiacciaio – originariamente definito di circo (tipo pirenaico) poiché alimentato dalle nevicate stagionali e dall’apporto valanghivo, è stato declassato da esimi glaciologi a glacieret, che da definizione corrisponde a piccolo ghiacciaio con minimi movimenti gravitativi. Alcuni glaciologi lo hanno già definito glacio-nevato ma credo che, sulla base di reiterate osservazioni dirette sull’apparato glaciale, si debba essere d’accordo con la prima definizione

Ancor più precisamente è un debris covered glacier, vale a dire un ghiacciaio quasi del tutto obliterato in superficie dal detrito, prodotto dalla disgregazione fisica tipica dei sistemi morfoclimatici glaciali e periglaciali, più specificatamente dal crioclastismo ; al di sotto del notevole spessore del detrito vi sono dai 15 ai 25 metri di ghiaccio sepolto: da rilievi effettuati negli ultimi venticinque anni, lo spessore sembrerebbe mediamente diminuito di circa un metro.
Le immagini di questi giorni sono state impietose: la neve stagionale è quasi del tutto ablata, se si eccettua la presenza di tre nevai di limitate dimensioni posti tra quota 2830 e 2670 circa. Perché è accaduto ciò, peraltro sicuramente occorso già nel 2001 e nel 2012 e quasi del tutto, come in questi giorni, nel 2007.

Ghiacciaio del Calderone. Pietracamela, 14 agosto 2017. FRANCESCO LAURENZI (Foto ANSA)

Il quadro meteonivologico dell’inverno 2016-17 è stato caratterizzato da 7-8 episodi nevosi (fra cui quello del 16 – 20 gennaio), quando, si è stimato, caddero dai 5 ai 6 metri di neve fresca a bassa massa volumica; se si stimasse esclusivamente la cumulata nivometrica stagionale, di certo si andrebbe ” in positivo” ma purtroppo occorre considerare che, ad eccezione del mese di gennaio, negli altri mesi del 2017 si sono verificate temperature sempre superiori alle medie da 0.3 a 2.3°C rispetto alle medie piu recenti; la primavera si è rivelata piuttosto secca e povera di nevicate mentre i mesi di giugno e luglio hanno mostrato un limitatissimo numero di giorni di gelo, almeno se si considerano i dati relativi alla stazione meteo situata accanto al rifugio Franchetti (2433 m – stazione meteo caput frigoris) alla base del ghiacciaio Quivi, le temperature medie rilevate sono state di circa 10°C in giugno, di 12,5 in luglio e di 14,4°C nella prima meta del mese corrente; quando si sono verificati ben 5 giorni con tmax> 20 gradi, con punte di 21,6° il giorno 5 ,quando la quota dello zero termico si può stimare abbia raggiunto i 4930 m. Inoltre, nell’estate meteorologica in corso, la temperatura non è mai scesa sotto lo zero, essendo datata, l’ultima “gelata” il giorno 26 maggio con -0.7°C!!
Nella sottostante stazione meteorologica di Prati di Tivo (1450 m. circa), situata sul versante settentrionale del massiccio mantuoso, la media della prima meta di agosto è stata di 22°C (vs 16,3°C degli ultimi quattro anni) con 7 giorni con Tmax>30°C e punte di 31, 5°C il giorno 5, mentre  in luglio si sono sfiorati i 18°C e non si è verificato alcun giorno con tmin<5°C
Ma…. Quello che deve preoccupare è che mancano ancora più di dieci giorni alla fine dell’estate meteorologica; l’anticiclone subtropicale continentale è sempre alla porte della nostra penisola e c’è tutto il mese di settembre perché esso possa potenzialmente “fare” ulteriori danni..

Massimiliano Fazzini, docente di rischio climatico e geomorfologia applicata presso il dipartimento di fisica e scienze della terra dell’Università di Ferrara

Downburst : non è una tromba d’aria

Il 10 Agosto 2012 abbiamo pubblicato  un articolo che spiegava la differenza tra tornado (o tromba d’aria) e downburst in quanto a seguito di episodi analoghi a quello che è successo il 10 Agosto 2017, i media hanno “abusato” del termine “tromba d’aria” non conoscendo ancora in cosa consista la differenza dei due fenomeni. Sono passsati 5 anni e ancora poco si è mosso, ma non demordiamo e spieghiamo ancora riproponendo l’articolo scritto ai tempi da Nicola Bortoletto di Meteo Caprino Veronese

 

Durante ogni stagione estiva i media si sbizzarriscono nel rendere sensazionali le notizie di eventi meteorologici del tutto nella norma: “caldo record”, “temporale tropicale” e “tromba d’aria” sono alcuni esempi eclatanti di termini abusati con frequenza quasi quotidiana. Per nostra fortuna gli eventi tornadici sono piuttosto rari, anche se non impossibili, nel nostro paese; i temporali possono tuttavia produrre venti molto intensi e pericolosi anche in assenza di vere e proprie trombe d’aria.

Figura 1: Schematizzazione del fenomeno del Downburst (Fonte Forum MeteoNetwork)

La quasi totalità delle volte in cui si usa il termine tromba d’aria, lo si usa a sproposito. Spesso il giornalista che si trova ad osservare un fenomeno temporalesco violento in cui improvvisamente non si vede più nulla e si viene investiti da raffiche di vento a volte “esagerate”, è portato a credere di trovarsi di fronte ad un “tornado” quando in realtà è molto probabilmente il fenomeno del Downburst!

In parole semplici, il Downburst è il vento che si forma “davanti” ad un fronte temporalesco che avanza, creato dalla pioggia e dall’aria che con essa scende: più la pioggia scende violentemente, più il vento è forte. Provate a lanciare un sasso in una pozzanghera: se lo lasciate cadere esso schizza, se lo lanciate con violenza lo schizzo è maggiore.

Descrivendo il fenomeno più accuratamente, il Downburst è generato da un forte “Downdraft” ossia una colonna d’aria fredda a piccola scala che scende rapidamente dal cumulonembo accompagnata da forti piogge. Al momento dell’impatto con il suolo la colonna d’aria devia, espandendosi orizzontalmente: in queste condizioni si viene a formare un “vortice” rotante all’interno del quale si sviluppano dei venti di elevata velocità ma soprattutto di direzioni opposte.

Un Downburst è caratterizzato da variazioni improvvise del vento in intensità e direzione (in gergo tecnico “Wind Shear”) sia su linea verticale che orizzontale.

Nella maggior parte dei casi i Downburst sono accompagnati da precipitazioni e sono denominati “Wet Downburst”, in alcuni casi invece non sono accompagnati da precipitazioni e vengono quindi detti “Dry Downburst”; questo secondo tipo si verifica quando le precipitazioni attraversano uno strato di aria secca che fa evaporare la pioggia impedendole di arrivare a terra.

Se la base del cumulonembo si sviluppa ad una quota elevata, molto probabilmente si è in presenza di un’umidità piuttosto bassa e quindi sono probabili precipitazioni scarse e forti Downdraft, con maggior probabilità di formazione di un Dry Downburst. Se invece il cumulonembo si sviluppa ad una quota bassa, probabilmente l’aria è più umida e quindi sono più probabili Wet Downburst.

Il Downburst normalmente è più intenso sul bordo avanzante della stessa cella temporalesca e le raffiche che sviluppa possono causare seri danni alla vegetazione e alle strutture dei centri urbani, a tal punto che spesso possono essere confusi con i danni provocati da una tromba d’aria! Ma il Downburst si differenzia da essa per due motivi fondamentali: si può formare anche in presenza di temporali poco intensi e soprattutto, come abbiamo visto in precedenza, un Downburst produce venti che si muovono in “linea retta” e che non assumono perciò il classico moto rotatorio delle trombe d’aria.

Figura 2: la traiettoria delle precipitazioni di questo temporale sul mare mostra chiaramente la direzione del Downburst

Insomma, sono eventi molto violenti ma sarebbe opportuno non confonderli con un fenomeno meteorologico di ben altro tipo.

Nicola Bortoletto

L’aria fresca chiude la porta in faccia al grande caldo. Ferragosto ok

Se il luogo comune vorrebbe che le tracce dell’aria fresca in arrivo si perdano sovente nei meandri delle carte meteorologiche – molto più di quanto non accada con le sempre puntuali ondate di caldo – la realtà dei fatti vuole oggi smentire questo modus operandi e riportarci sulla strada del rigore, che non è quello calcistico, ma quello della Fisica.

E allora ecco che ci siamo: la perturbazione scaccia-caldo, inserita nel quadro sinottico che possiamo approfondire nell’editoriale video qui sotto riportato, sta guadagnando le nostre regioni settentrionali. Il ritorno alla normalità climatica rispetto alla grande calura che ha finora dominato e che presto verrà allontanata dall’Italia su queste regioni è ormai realtà, ma il passaggio non sarà indolore, anzi.

I contrasti termodinamici tra la massa d’aria africana e quella nord-atlantica saranno notevolissimi e si tradurranno in una girandola temporalesca che al nord potrebbe riservare anche fenomeni di particolare intensità, soprattutto sotto il punto di vista delle grandinate e dei colpi di vento.

I temporali più violenti saranno quelli in sviluppo prefrontale e potranno insorgere quindi a precedere la perturbazione vera e propria. Il fronte freddo infatti, avvicinandosi dalla Francia con la sua lunga linea temporalesca, agirà come disturbo d’onda in propagazione anteriore, andando a sollecitare l’aria calda e umida davanti a sè, quella che giace sull’Italia per intenderci. Questa coperta calda e umida inizierà ad ondulare come una corda pizzicata (onde di gravità) innescando quei temporali tecnicamente noti come pre-frontali appunto. Ne parla in modo specifico questo editoriale curato da un grande esperto del settore, il meteorologo Pierluigi Randi.

Aggiungo che venerdì 11 l’instabilità derivante dalla chiusura di un cut-off sul nostro settentrione potrà dar luogo ad ulteriori rovesci e anche, udite udite, a spruzzate di neve lungo la cresta delle Alpi sino a quote prossime a 2.600-2.800 metri.

Ma quest’aria fresca è inserita in una circolazione chiusa di bassa pressione e dunque, per forza ci cose, ci deve essere dall’altra parte un richiamo di aria ben più calda che vada a bilanciare l’atmosfera. Questo per la legge fisica della continuità della massa, la quale dispone che in una porzione atmosferica l’aria che esce da una parte deve essere rimpiazzata da altra aria che entra dal lato opposto.

Il tutto per dire che sulle regioni del medio adriatico e al sud giovedì 10 è atteso il picco del caldo africano, che si accompagnerà a punte massime fino a 40°C sull’entroterra pugliese e della Sicilia orientale, poco meno sulle altre zone. Sarà il canto del cigno, visto che nel giro di 24-36 ore l’aria fresca – nata sul suolo canadese e rimanipolata dalla lunga traversata sul nord dell’Atlantico – farà sua tutta l’Italia, portandoci poi verso Ferragosto con il tempo in progressivo miglioramento nel corso di domenica e con un bel fresco che ci accompagnerà molto probabilmente sino alla festa dell’Assunta.

Luca Angelini

Weatherness : le mappe con gli indici di disagio

Cinque anni fa annunciavamo il progetto “Wheatherness”, mai come oggi – e come ogni estate – l’argomento della temperatura percepita è sempre esposto alle luce della ribalta. L’Associazione MeteoNetwork in collaborazione scientifica con il dipartimento di Bioclimatologia dell’Università di Milano ha avviato un progetto basato sulla nostra rete di stazioni meteo e il calcolo degli indici di disagio. Vi riproponiamo volentieri l’articolo scritto 5 anni or sono con il buon auspicio che possa di essere di pubblica utilità a tutti.

Con l’arrivo della stagione estiva la nostra penisola, con frequenza statisticamente importante, tende ad essere interessata da anticicloni che, seppur con intensità e durata variabili, determinano specifiche condizioni di caldo-umido che rivestono un significato di particolare rilevanza per la salute umana. Non meno importanti sono le condizioni biometeorologiche invernali ove si estrinsecano situazioni opposte altrettanto significative sotto il profilo sanitario.

Le onde di calore, nella stagione estiva, costituiscono una minaccia per la salute umana e devono quindi essere previste con congruo anticipo di tempo e verificate in tempo reale in modo da consentire alle Strutture Pubbliche Sanitarie, alle strutture facenti capo alla Protezione Civile ed a tutte quelle organizzazioni collaterali di volontariato che operano sul territorio, ivi compresi i singoli operatori sanitari, di predisporre i mezzi idonei per prevenire ed attenuare sensibilmente gli effetti devastanti causati dagli intensi anticicloni caldi. In particolare, l’interesse per questo ambito si è definitivamente profilato con l’estate 2003 che ha posto in via definitiva il problema del caldo estivo e quello delle sue conseguenze epidemiologiche sulle fragilità presenti sul territorio, creando così le premesse per l’elaborazione e l’attuazione, a cura degli Enti istituzionali preposti a vigilare sulla salute umana, di sistemi efficaci per un soddisfacente controllo di situazioni meteo-ambientali a carattere estremo come le onde di calore.

In questa ottica, Il Centro di Ricerche in Bioclimatologia Medica, Biotecnologie e Medicine Naturali dell’Università degli Studi di Milano e l’Associazione Meteonetwork, sulla base di un sistema di osservazione meteorologica basato sul volontariato ed attualmente disponibile, hanno elaborato e formalizzato un progetto di collaborazione tecnico-scientifica denominato Weatherness che ha tra i suoi obiettivi più immediati quello di rendere disponibili al grande pubblico informazioni biomediche sensibili in termini sanitari. L’Associazione Meteonetwork, che opera in questo specifico campo come organizzazione di volontariato, costituisce uno dei tanti esempi di efficienza e dedizione. Non a caso l’Organizzazione Meteorologica Mondiale ebbe già modo di sottolineare l’importanza del volontariato in questo settore dedicando nel 2001 il World Meteorological Day al tema: “Volunteers for weather, climate and water” riconoscendone così l’importanza.

Dopo una lunga fase di tests ed analisi operative preliminari su un parco Stazioni meteorologiche abbastanza importante, il Centro universitario e l’Associazione Meteonetwork hanno deciso di rendere gradualmente disponibili una serie di Indici biometerologici, sia estivi che invernali, che saranno calcolati mediante opportune formule restituendo valori facilmente leggibili dal grande pubblico che potrà così ricavare molte informazioni di fondamentale importanza nella prevenzione e nella gestione degli eventi meteorologici a carattere estremo. Il sistema, che ha una dimensione su scala nazionale, sarà corroborato, gradualmente con molte informazioni, generali e specialistiche in materia.

Si comincerà con gli Indici estivi, precisamente con l’Heat Index (Indice di Calore http://www.biometeolab.unimi.it/index.php/it/indici/hi ) ed con un secondo indice estivo, secondario, denominato NSSI (New Summer Simmer Index http://www.biometeolab.unimi.it/index.php/it/indici/nssi) consentendo così di calcolare in tempo reale differenti classi di benessere/malessere associate agli indici prescelti.

Un’ulteriore conseguenza sarà quella di rendere disponibili informazioni biomediche di fondamentale importanza pratica, non soltanto per la popolazione in generale come precisato in precedenza ma anche per un pubblico più specializzato.

Infine, è degno di menzione l’obiettivo di generare una specifica banca dati che potrà gradualmente essere usata per scopi scientifici dall’Università, dopo opportune e stringenti verifiche.

Marco Giazzi

Vincenzo Condemi

Francesco Leone

Ondata di caldo, quando ne usciremo? Le ultimissime

Parliamoci chiaro: ne abbiamo le tasche piene. Senza la pretesa di dar del filo da torcere ai soliti “filodrammatici” dell’apocalisse ad ogni fenomeno meteorologico, possiamo senz’altro sottolineare che questa volta siamo dinnanzi ad un evento estremo che indubbiamente ha dell’eccezionale; un’ondata di caldo seconda solo a quelle che abbiamo sperimentato, come rodaggio per i prossimi 50 anni, nell’indimenticata estate del 2003.

Adesso però è ora di uscirne. Iniziamo quindi ad approfondire a piccoli passi quella che potrebbe essere l’evoluzione meteo della prossima settimana,prendendo in considerazione la mappa rappresentata nella figura in alto.

Vi è indicato il campo medio dell’altezza di geopotenziale di 500hPa con tecnica probabilistica d’ensemble. Si tratta dei 20 scenari paralleli elaborati dal modello americano GFS (ma anche i 50 del modello inglese ECMWF sono sulla stessa linea). Ad ogni linea corrisponde una previsione di questa grandezza (altezza di geopotenziale). Il gruppo di linee in basso (quelle che passano poco a nord delle Alpi) indica la possibile collocazione dell’isoipsa di 5.760 metri, ovvero il limite della superficie di 500hPa.

Come possiamo notare gli scenari mostrano un buon segnale predittivo, risultando piuttosto uniti e in parte sovrapposti. Questo ci consente di osservare la presenza e il successivo transito sull’Europa di due assi di saccatura, contrassegnati rispettivamente con il numero “1” e il numero “2”. Il numero 1, modesto, si troverà a lambire le nostre regioni settentrionali nella giornata di domenica 6 agosto. Il numero 2, più attivo e profondo, è atteso sull’Italia nei primi giorni della prossima settimana, orientativamente tra martedì 9 e mercoledì 10 agosto.

Ebbene, sarà proprio questa doppia opera di erosione che andrà a ridimensionare l’azione dell’anticiclone nord-africano, introducendo una prima possibile fase temporalesca nella seconda parte di domenica su alcune regioni del nord, con una prima limata delle temperature su queste zone, cui potrebbe seguire un secondo affondo, in questo caso più deciso e destinato a tutte le regioni, che tra il 9 e il 10 agosto potrebbe introdurre aria decisamente più fresca su tutto il nostro Paese, mettendo la parola fine all’attuale ondata di calore.

Facciamo quindi tesoro di queste informazioni, ricordandoci di tornare sull’argomento nei successivi interventi, che avverranno anche con il vostro contributo sul nostro Forum di discussione.

Luca Angelini

Outlook Estate 2017

L’andamento della circolazione atmosferica ereditato dall’inverno ha visto durante la stagione primaverile l’affermazione di un poderoso anticiclone centrato sull’Europa centro-occidentale. Andando ad analizzare le anomalie di geopotenziale sul comparto di nostra pertinenza, dal 1 Gennaio si può difatti osservare una notevole staticità del pattern prevalente, salvo brevi e temporanee modifiche alla circolazione dominante.
Confrontando i plot riguardanti le anomalie di geopotenziale (GPT) per il periodo gennaio-maggio (figura 1) e quelle riguardanti la sola primavera (figura 2), scorgiamo difatti un pattern sostanzialmente immutato, con forti anomalie di GPT centrate su Iberia-Francia-UK-Islanda, testimoni di un sostanziale blocco alle correnti zonali in ingresso sull’Europa.

Figura 1 – Anomalie GPT a 500 hPa periodo gennaio-maggio 2017 (elaborato da www.esrl.noaa.gov)

Figura 2 – Anomalie GPT a 500 hPa periodo marzo-maggio 2017 (elaborato da www.esrl.noaa.gov)

Al contrario, nel periodo in esame è andata consolidandosi una forte anomalia negativa su Scandinavia orientale e Mar di Barents.
Tale andamento circolatorio ha influito pesantemente anche sulla distribuzione dell’anomalie delle SST atlantiche. L’anomalia positiva (SSTA+) si è sviluppata a partire dal largo della costa africana nord-occidentale, guadagnando spazio verso nord durante la primavera estendendosi su tutto l’Atlantico orientale con anomalie estese di oltre +1°C (vedi figura 3).

Figura 3 – Distribuzione SSTA atlantiche periodo 28 maggio – 3 giugno 2017 (elaborato da www.esrl.noaa.gov)

Rimangono invece attive ormai da tempo SSTA opposte (negative) in centro Atlantico. Le correnti atlantiche di conseguenza hanno prodotto un’ondulazione del getto pressochè stazionaria al largo degli USA.

QUADRO TELECONNETTIVO
Il passaggio stagionale della stratosfera artica ricalca quello delle ultime estati. Dopo fasi di AO tendenzialmente positiva nel periodo freddo, durante il passaggio stagionale abbiamo assistito ad un repentino cambio di segno sia dell’AO che della NAO, che ha prodotto un rapido mutamento delle condizioni meteorologiche nell’Europa centro-settentrionale; l’Europa meridionale è invece rimasta più protetta dall’azione del getto polare, relegato a latitudini più elevate. Questo periodo di NAO mediamente neutra/debolmente negativa è previsto mutare solo temporaneamente all’interno del range previsionale (vedi figura 4).

Figura 4 – Andamento osservato NAO e previsione su base Ensemble (da www.cpc.ncep.noaa.gov)

Attualmente sulle isole britanniche si è manifestata una profonda saccatura, che presumibilmente influirà sulle SST circostanti ridimensionando almeno in parte le anomalie positive.
Il getto polare sta manifestando una certa dinamicità, mostrando 6-7 Rossby emisferiche, anche grazie all’associazione NAO neutra-negativa / PNA neutro-positivo. L’attività intertropicale invece ha appena abbandaonato l’Oceano Indiano, e dovrebbe intensificarsi sull’Oceano Atlantico (fase 1) andando a sommare i suoi effetti alle SSTA+, apportando in questo modo una possibile modifica del getto in est Atlantico in grado di produrre configurazioni tipiche di un regime di SNAO+ (Summer NAO) (vedi figura 5).

Figura 5 – Plottaggio anomalie GPT 500 hPa per MJO in fase 1 – ENSO neutro (da www.meteonetwork.it)

Un fisiologico calo delle velocità zonali, strettamente connesso all’incedere stagionale, rende evidente come la forte connotazione della circolazione atmosferica tardo primaverile, legata alla forzanti sopra descritte, possa rappresentare l’elemento cardine nella valutazione e nella proiezione dei pattern prevalenti non solo per la prima parte della stagione estiva.

QUADRO PREVISIONALE
Sulla base di quanto esposto in precedenza, ci attendiamo una distribuzione media delle anomalie GPT per l’intero trimestre del tipo riportato nella seguente mappa (figura 6).

Figura 6– Anomalie medie GPT 500 hPa previste per l’estate 2017 (elaborato su base www.esrl.noaa.gov)

Presumibilmente la stagione estiva vedrà una prima parte della stagione connotata da una forte anomalia di geopotenziale sul comparto centro-occidentale Europeo, con flusso zonale confinato sull’Atlantico centro-settentrionale e conseguente regime anticiclonico prevalente su Mediterraneo centro-occidentale.
In questa prima parte l’Italia sarà interessata in prevalenza dall’alternanza di figure altopressorie a matrice continentale e/o azzorriana, con il settore alpino solo sporadicamente interessato dalle code dei sistemi perturbati che, come detto sopra, transiteranno prevalentemente alle alte latitudini.
Il contesto pluviometrico sarà generalmente sottomedia, in particolare sui settori occidentali della penisola; il quadro termico è previsto generalmente sopra le medie di riferimento su tutto il territorio nazionale.

Durante il proseguio della stagione estiva non ci attendiamo particolari stravolgimenti al quadro generale, salvo osservare una lenta ma costante “retrogressione” verso ovest dei centri di anomalia di GPT.
Il pattern atmosferico che tenderà ad instaurarsi durante il periodo in oggetto vedrà quindi un’anomalia negativa di GPT sull’Europa nord-orientale, interessata dal rientro del jet stream, che produrrà un parziale interessamento del settore balcanico e del Mediterraneo centro-orientale.
Per quanto concerne la penisola italiana, nel periodo in esame è lecito attendersi un progressivo ridimensionamento delle anomalie termiche positive, che tenderanno a permanere soltanto sui settori occidentali della penisola. Relativamente alla pluviometria, si prevede una seconda parte della stagione con accumuli attorno alle medie di riferimento o localmente superiori sulle aree appenniniche dei settori centro-meridionali.

Comitato Tecnico Scientifico di MeteoNetwork
di Stefano Agustoni, Luca Bargagna, Luca Benedetto, Daniele Cavazzoni, Andrea Rossi, Matteo Sacchetti, Giuseppe Tancredi, Alessandro Vannuccini

Horizon Project 2016: cronache di storm chasing

Gentili lettori, eccoci di nuovo qui. Siamo rientrati in Italia da pochi giorni. Circa 7000 miglia percorse in 16 giorni e un totale di 160 ore passate alla guida. Mentre attendevamo per il check-in del volo di ritorno nel terminal West dell’aeroporto di Denver ci siamo guardati negli occhi e, fisicamente provati dal viaggio, ci siamo detti: ok, siamo sfiniti ma ne è valsa la pena. Decisamente.

E’ proprio così. Un viaggio lungo, caratterizzato da lunghi spostamenti quotidiani, poche ore a disposizione per riposare, non più di 5 o 6 a notte nel migliore dei casi, pasti miseri e certamente non salutari consumati il 90% delle volte in fast food, e inoltre l’organizzazione dell’intera giornata, dalla prenotazione del motel al forecasting, dai vari problemi logistici e burocratici alla scelta della strategia di caccia. Sapevamo che sarebbe stato faticoso ma che ne sarebbe valsa la pena.

It was awesome looking that show yesterday!
Navajo Reservation – Monument Valley, UT. May 20, 2016

Abbiamo portato a casa una nuova stupenda esperienza vissuta nel posto giusto e con le persone giuste. La preparazione del viaggio e la caccia sono state portate avanti da me (Stefano) e Marco ma i nostri tre compagni ci hanno sempre sostenuto, dato fiducia e aiutato in ogni circostanza, rendendoci la vita più semplice e soprattutto facendoci vivere due settimane in allegria. I problemi con la connessione Internet purtroppo non sono mancati. In appena due giorni ci siamo ritrovati con la metà dei giga andati e siamo stati costretti ad acquistare una nuova Sim, e a scegliere un nuovo piano tariffario. Nonostante ciò siamo rimasti senza connessione durante gli ultimi due giorni. Un problema al quale hanno dovuto far fronte anche gli altri chasers europei, per quanto ne sappiamo, ma che ci ha sicuramente penalizzati.

Madre Natura invece non ci delude mai. Ancora una volta abbiamo goduto del suo operato che nelle grandi pianure diventa vero e proprio spettacolo. Il secondo giorno effettivo di caccia a poche miglia a sud di Amarillo, TX intercettiamo un primo tornado che rimane al suolo per pochissimo tempo, non più di un minuto.

Howardwick, TX. 22 maggio 2016

Siamo a qualche miglio di distanza ma dall’Interstate riusciamo a scattare due foto al volo senza purtroppo aver modo di raggiungere un miglior punto di osservazione. Questo tornado è il primo evento significativo del giorno, giornata che manterrà i nostri livelli di adrenalina costantemente sopra la soglia media. Dopo vari core-punching e dopo aver continuato a cacciare tra i canyons, sotto una flash floodwarning, al tramonto inizia lo spettacolo più emozionante.

Clarendon, TX. 22 maggio 2016

Un claster di multicelle con un caos pazzesco. Luci del tramonto da una parte con shelfcloud e fulminazioni continue dall’altra, il tutto mixato con una tesa e costante ventilazione da outflow combinato. Tentiamo di fotografare i fulmini in serata ma con scarsi risultati. Il giorno successivo altra caccia emozionante a nord di Woodward, OK. Riusciamo a riprendere e fotografare tutto tranne il tornado a causa della combinazione tra un nostro errore di valutazione e di posizionamento e della mancanza di una strada diretta che ci portasse sotto la base della supercella.

Buffulo, OK. 23 maggio 2016

Le due giornate che definirei super sono invece quella del 24 maggio e del 29 maggio. Il 24 maggio dopo aver scelto come target provvisorio e pranzato a Dodge City, KS ci spostiamo di circa 30 miglia verso sud, ad Ashland, per aspettare che parta la convezione. Iniziamo a seguire una prima cella che entrerà poco dopo in tornado warning e genererà più tornadoes che attraverseranno la periferia occidentale di Dodge City.

Minneola, KS. 24 maggio 2016

Riusciamo a documentare l’intera evoluzione della supercella con ogni tornado da essa prodotto seppur da una certa distanza.

Dodge City, KS. 24 maggio 2016

Il tramonto post temporalesco ci offre uno scenario che rimarrà indelebile nelle nostre menti con delle splendide mammatus illuminate dalle luci del crepuscolo. Fotografiamo inoltre dei fulmini nube-suolo positivi, sicuramente tra i più belli raccolti durante tutto il viaggio. Il 29 maggio lo ricorderemo come la giorno in cui più ci siamo sentiti fieri di noi stessi come chasers e come gruppo. Scegliamo di cacciare in prossimità del punto triplo dove i venti al suolo e in bassa troposfera sembrano migliori rispetto ad altri spots lungo la dryline. Nel pomeriggio intercettiamo 3 supercelle tra Oakley e Leoti nell’ovest del Kansas, di cui due in tornado warning e con updrafts striati decisamente fotogenici.

Oakley, KS. 29 maggio 2016

Non ci sono altri chasers nei paraggi e siamo tra i pochi, se non addirittura gli unici, a portare a casa bellissimi scatti e video. Il 30 maggio decidiamo di riprovare a cacciare sul confine Kansas-Colorado ma il potenziale per fenomeni di una certa rilevanza sembra più basso dei giorni precedenti. Nel pomeriggio ci spostiamo tra Campo e Kit Carson, CO per seguire le prime celle che mostrano una discreta riflettività al radar. Il pomeriggio di caccia ci appare inizialmente abbastanza movimentato. Inseguiamo, o meglio veniamo inseguiti, dal fronte delle precipitazioni della cella più meridionale del sistema che si intensifica sempre di più con il passare dei minuti. Produce dei downbursts secchi ai quali fatichiamo non poco a rimanere davanti, essendo costretti ad infrangere i limiti di velocità. Riusciamo a portare a casa degli scatti ad un gustnado. Nelle ore successive la situazione non decolla e nessuna cella sulla linea diventa predominante rispetto alle altre. Noi nel frattempo ci muoviamo verso nord fino quasi al confine col Nebraska e con le luci del tramonto le Plains ci regalano nuovamente uno spettacolo unico.

La linea temporalesca attraversa la sua fase di massima intensità con una frequenza di fulminazione impressionante e con una quantità di crawlers prodotti notevole (peccato fosse ancora giorno altrimenti ne avremmo approfittato per scattare ottime foto). Trovandoci ad ovest della squall line possiamo apprezzare il contrasto tra il cielo quasi completamente sereno alle nostre spalle e i temporali in allontanamento di fronte a noi con le incudini ricche di mammatus sopra di noi.

Atwood, KS. 30 maggio 2016

Noi tutti ci auguriamo che sia solo un arrivederci. La sera del 31 maggio, dopo una rigenerante cenetta in una steakhouse già visitata in passato da me e Marco, decidiamo di tentare una caccia ad una linea temporalesca notturna tra Lamar e La Junta, CO per fotografare i fulmini. Raccogliamo meno materiale fotografico di quello sperato ma la caccia si rivela molto adrenalinica. Una corsa contro il tempo tra le buie strade sterrate per cercare di rimanere davanti alle precipitazioni. Nonostante la maggior parte dei fulmini che riusciamo a fotografare siano intranube o parzialmente coperti dalle precipitazioni e dalle nubi stratiformi sul bordo avanzante del sistema la loro frequenza è elevatissima e producono un bagliore continuo tanto da renderci quasi in grado di guidare a fari spenti. Il primo di giugno lo impieghiamo per risalire verso Denver da dove ripartiremo per tornare a casa.

Fortunatamente l’atmosfera ha giocato a nostro favore. Abbiamo infatti sfruttato i primi due giorni di day-off per visitare alcune mete naturalistiche che avevamo in programma (il Very Large Array vicino Socorro in New Mexico, il MeteorCrater e il South Rim del Grand Canyon in Arizona e la Monument Valley al confine tra Arizona e Utah. Dal terzo giorno abbiamo praticamente cacciato senza sosta (un solo giorno di day-off fino al 31 maggio) e infine la soleggiata e piacevole giornata del primo giugno durante la quale ci siamo concessi una visita lampo nella downtown di Denver. Quindi tempismo perfetto. Insomma un’altra esperienza indimenticabile ed è proprio il caso di affermare che le nostre amate grandi pianure americane non ci deludono mai. Voglio concludere questo breve articolo con una frase di un nostro amico nonché esperto cacciatore di temporali e cioè che “a volte sembra come se le Plains fossero pervase da una fisica dell’atmosfera appartenente ad un altro pianeta”. Sappiamo che non è così ovviamente ma devo ammettere che nell’ammirare tali spettacoli della natura in quei luoghi mi isolo, anche solo per un attimo, e riesco a scindere la mia parte razionale da quella di semplice osservatore ed effettivamente l’impressione che ne deriva è esattamente quella di far parte di un sistema Terra-Atmosfera differente, più “selvaggio”, rispetto a quello in cui la maggior parte di noi è abituato a vivere.

Stefano Piasentin – Horizon StormChaser