Da febbraio 2018 PRETEMP e Meteonetwork collaborano nella previsione di temporali e nel progetto Storm Report ( link all’articolo della collaborazione )
Cos’è Storm Report? E’ un database creato da Meteonetwork ( http://www.meteonetwork.it/tt/stormreport/ ) in cui gli utenti possono inserire segnalazioni di fenomeni legati ad attività temporalesca ( grandinate, raffiche di vento, tornado…) in maniera molto facile, veloce ed intuitiva. Il progetto ha lo scopo di effettuare una raccolta scientifica dei fenomeni legati ai temporali in modo da poter effettuare statistiche di questi fenomeni e anche validazioni di previsioni meteo.
PRETEMP sta cercando di rivitalizzare il database, che purtroppo era caduto in disuso, attraverso alcuni appassionati meteo e associazioni locali che volontariamente si sono presi l’impegno di inserire le segnalazioni della loro zona. Tra le associazioni sono presenti: Meteo Lazio ( Lazio), Serenissima Meteo (Veneto), Osservatorio Meteorologico-Agrario Geologico Raffaelli (Liguria), Osservatorio Meteorologico Lucano (Basilicata), Meteo4 (Verona), Meteo Trentino Alto Adige ( Trentino Alto Adige), Emilia Romagna Meteo ( Emilia Romagna), Centro Meteo Torinese ( Piemonte), Meteo Isernia e Molise ( Molise)
Inoltre ci sono dei singoli appassionati meteo che segnalano: Carlo Bregant ( Friuli Venezia Giulia) e Umberto Rossini ( Calabria).
A tutti loro vanno i più sentiti ringraziamenti da parte sia di PRETEMP che di Meteonetwork per l’impegno preso. Ci affidiamo a loro per la riuscita del progetto!
Nel mese di aprile abbiamo avuto in tutto 61 segnalazioni, suddivise nei vari giorni del mese così come rappresentato dal grafico.
Questo secondo grafico mostra invece il numero di segnalazioni arrivate ad aprile rispetto ai 4 fenomeni principali: grandine, precipitazioni, vento forte, tromba marina e tornado.
E’ evidente una netta prevalenza della grandine rispetto agli altri fenomeni. Ciò non desta troppa sorpresa in quanto nella stagione primaverile la grandine è un fenomeno abbastanza tipico. Abbiamo inoltre avuto un tornado F0 a Thiene ( Veneto) e una tromba marina segnalata a Pietrasanta ( Toscana).
Il numero di segnalazioni rispetto le varie regioni segue l’andamento del grafico: il Veneto è la regione nettamente con più segnalazioni, grazie soprattutto all’attivismo di Simone Buttura di Meteo4 e di Serenissima meteo.
In quest’altro grafico invece si mostra la distribuzione delle segnalazioni dei vari fenomeni rispetto alla regioni italiane ( sempre per quanto riguarda aprile).
In quest’ultima immagine invece vediamo tutte le segnalazioni di aprile così come vengono mostrate dal database Storm Report.
La speranza è che il progetto possa andare avanti, perché siamo sicuri che nel lungo periodo possa dare grandi soddisfazioni, risultando di grande utilità anche per i professionisti e la ricerca scientifica.
Ci sono ancora numerose regioni in cui non ci sono dei segnalatori incaricati: Lombardia, Valle d’Aosta, Toscana, Marche, Umbria, Abruzzo, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna. Se ci fosse qualche associazione o semplice appassionato meteo che voglia dedicare un po’ del suo tempo alla riuscita di questo progetto, collaborando nell’inserimento delle segnalazioni, non esiti a contattarci all’indirizzo email previsione.temporali@gmail.com !
Lavorare perché gli adulti di domani imparino a usare una previsione in modo corretto, Regolamentare un settore che vede svilire i bravi professionisti in favore di bot che propongono previsioni fittizie che sembrano piuttosto degli oroscopi. Da cinque anni il meteorologo Filippo Thiery è presente nella trasmissione «Geo» di Rai Tre, condotta da Sveva Sagramola. Il pubblico apprezza molto le sue previsioni con un taglio sull’impatto degli eventi atmosferici sull’agricoltura, sul dissesto urbano e sulla salute.
Filippo Thiery
Thiery si è laureato con lode in Fisica, con indirizzo teorico della materia alla Sapienza di Roma, per avere le basi sul determinismo e i sistemi disordinati e complessi. Si è poi specializzato sulla Fisica dell’atmosfera; ha ottenuto una borsa di studio in Climatologia all’Enea (Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente) e si è poi orientato sulla meteorologia previsionale in ambito operativo, a supporto di enti e istituzioni per l’emergenza e l’allertamento.
Qual è la risposta dell’utenza alla meteorologia spiegata da Thiery? «Le risposte degli utenti di “Geo” sono sempre molto attente, perché spesso sono legate ad attività professionali o di vita collettiva. Se faccio una colata di cemento nel mio vialetto ho interesse a sapere se piove o meno il giorno dopo, perché devo avere almeno 24 ore di bel tempo e non posso buttar via soldi e fatica». E le previsioni generaliste? «Può capitare di prestare un’attenzione “esagerata” a che tempo fa solo per andare a teatro, poi le stesse persone sono distratte se devono fare una scalata o avventurarsi in mare».
Perché è importante una cultura della meteorologia?
«Una cultura della meteorologia è importante soprattutto per l’aspetto emergenziale: bisogna saper leggere una previsione e sapere cosa si può chiedere e cosa no alla meteorologia. Il giorno prima si può dire se una regione viene colpita da un temporale, ma non è possibile determinare precisamente dove il temporale cadrà. La precipitazione ha un carattere di caos deterministico, occorre cautela. E poi l’Italia è un paese geomorfologicamente complesso. Fenomeni meteo ordinari possono avere effetti deflagranti perché, per fare un esempio in ambito urbano, il cemento impermeabile favorisce gli allagamenti. Inoltre bisogna conoscere i comportamenti di autoprotezione. Non tutti sono corretti, la conoscenza a volte non è sufficiente».
Perché tanta diffidenza e comunque tanta morbosità nei confronti di quella che è a tutti gli effetti una scienza? «In altri ambiti, tipo l’astrofisica, non parliamo neanche di previsioni, perché i fenomeni che osserviamo li consideriamo come certezze acquisite. Per quanto riguarda l’atmosfera è esattamente il contrario: l’incertezza domina, per cui ogni tre giorni le previsioni perdono credibilità, anche entro i 5 giorni in caso di alta pressione, ma poi tutto diventa oroscopo».
Filippo Thiery, stile divulgativo
I mass media sembrano alimentare, però, una sensazione di rabbia e di impotenza da scaricare sul clima e sulle previsioni. Facciamo ancora una volta l’esempio delle cosiddette bombe d’acqua. Perché? «Il problema del linguaggio è cruciale. Mina alle basi la cultura della meteorologia. Il sensazionalismo distorce l’informazione. Come se, in medicina, ci si abituasse a confondere stomaco, intestino e fegato, perché “tanto è sempre pancia”. La meteo tra tutte le discipline scientifiche subisce questa libertà discriminatoria. Non si può parlare di nubifragio per qualsiasi pioggia. Sarebbe utile capire se l’impatto è amplificato dalle caratteristiche del territorio su cui cade. Pensiamo all’espressione “bomba d’acqua”: è come se chiamassimo bomba in gola una faringite. Il messaggio è fuorviante, perché non sappiamo se una catastrofe si genera perché poi in una città si tombano fiumi o si fanno altre cose rilevanti per questo problema».
La ricetta di Thiery per contrastare questa deriva? «La televisione e i media hanno a che fare con l’immaginario collettivo. Bernacca e Baroni riuscirono a portare al centro del loro linguaggio termini non facili come “isobare”. Questo significa molto. Dovremmo portare queste tematiche anche nelle scuole, dando agli adulti di domani quanto meno le basi per usare una previsione. Non dico introdurre la materia, che può risultare troppo complessa, ma dare le basi. E poi a tutti bisognerebbe far capire di non fidarsi delle previsioni fittizie elaborate da brutti prodotti di previsione automatica, anche perché in Italia il rischio è all’ordine del giorno. Andrebbero proprio evitate».
Quanto lavoro c’è dietro una buona previsione meteorologica? «Per l’elaborazione delle previsioni esiste uno standard internazionale, metodologie collaudate per i professionisti, a differenza degli appassionati che si improvvisano. E poi occorre grande umiltà, mettersi sempre in dubbio, confrontarsi con i colleghi, studiare lo storico di un fenomeno, non dare mai tutta o troppa la rilevanza agli studi elaborati da modelli numerici, perché sono, appunto, elaborazioni. All’utenza interessa passare dai modelli alla previsione vera e propria. Non si tratta di un passaggio banale. Si usano i computer, con tutti i rischi derivanti da un sistema caotico. Qui interviene il professionista che dà un supporto oggettivo, tira fuori la diagnosi (atmosfera attuale) e la prognosi (previsione più affidabile). Non bisogna diventare schiavi del modello, ma usarlo come un chirurgo usa il bisturi: strumento importante, ma se non lo si maneggia bene…».
E poi bisogna rendere tutto questo lavoro un’attività divulgativa. Come ci si riesce? «L’ultimo miglio della comunicazione è importante: occorre non essere autoreferenziali, fare un uso serio della terminologia, della nomenclatura dove necessaria, senza semplificazioni laddove queste siano imprecise. E comunque il più possibile entro i limiti della complessità che il territorio italiano presenta».
Fino a che punto è possibile creare un’educazione dell’audience, evitare di rispondere sempre alla pancia degli utenti? «Parlo della mia esperienza nella rubrica “Geo”. Abbiamo la grande possibilità che la meteorologia ci dà di aprire continuamente finestre sul territorio – quindi vicine all’esperienza quotidiana della gente nei luoghi in cui vive – traendo spunto dagli eventi atmosferici del giorno tramite webcam, foto e video pescati sui social, immagini inviate dai telespettatori, spezzoni di servizi del telegiornale, per raccontare non solo cosa sta avvenendo dal punto di vista della situazione meteorologica, delle previsioni per l’indomani, degli impatti sul territorio e nelle città, dei rischi associati, delle accortezze da prendere, ma talvolta anche per dedicare qualche minuto a pillole di meteorologia e di fisica dell’atmosfera, spiegando il perché di un fenomeno, dall’arcobaleno alla rugiada ai vari tipi di nubi, e così via».
«Provare poi a spiegare con riferimenti concreti concetti più complessi come la fisica che c’è dietro, cogliendo cioè l’occasione per fare della divulgazione scientifica, in ultima analisi per dare un contributo culturale che vada al di là della finalità pratica della rubrica».
Ci hai inviato due video dalla tua rubrica: il primo di una puntata in cui hai approfittato della foto di un fenomeno di illusione ottica particolare come “l’arco circumorizzontale” per spiegare brevemente cos’è e in quali condizioni si forma, e un secondo dedicato, sempre cogliendo l’occasione di aver reperito alcune fotografie molto affascinanti, a spiegare la differenza fra rugiada congelata, brina e galaverna. Un lavoro non da tutti. «La risposta in termini di audience è stata sempre particolarmente positiva, e questa vuole essere un po’ una risposta alla visione – per fortuna minoritaria – di chi sostiene che in televisione si possa parlare al massimo di “cielo sereno” o “cielo nuvoloso”, e che sia fuori luogo già il solo distinguere le nubi cumuliformi da quelle stratiformi perché “alla gente non gliene importa niente, vuole solo sapere se c’è il sole o no”. Per fortuna al giorno d’oggi siamo in parecchi a non pensarla così, e siamo invece convinti che il grande pubblico sia molto più pronto di quanto non si creda a recepire informazioni serie e approfondite».
Come coltivare questa tendenza? «L’Italia è l’unico paese a non avere un servizio nazionale civile per la meteorologia, esiste solo quello militare, e sono così nati molti servizi privati, tanto da essersi creato un vasto arcipelago. In questo contesto frammentato è difficile fare emergere la percezione reale della professionalità degli operatori, che se poi vanno all’estero sono invece accolti per il loro valore. Bisogna scremare le realtà serie da chi approfitta della scarsa regolamentazione del settore perché in questo momento chiunque può aprirsi un sito e fare previsioni amatoriali».
La conoscenza è il primo antidoto alla paura. L’informazione permette di scegliere soluzioni intelligenti per prevenire i problemi che vale la pena affrontare, al di là delle superstizioni e delle prese di posizione ascientifiche. Detta così sembra semplicissima la battaglia di Mario Tozzi contro ogni forma di ignoranza legata al clima e alla natura. Una battaglia che prosegue in ogni suo libro, compreso l’ultimo «Paure fuori luogo. Perché temiamo le catastrofi sbagliate», edito quest’anno da Einaudi.
Mario Tozzi
Mario Tozzi, geologo, è Primo Ricercatore per il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), presidente del Parco regionale dell’Appia Antica e membro del Consiglio scientifico del WWF. È comunque conosciuto dal grande pubblico per la conduzione e la collaborazione in numerosi show televisivi: «Fuori Luogo» è il suo programma attuale, da cui è stato mutuato il titolo del libro, ma ricordiamo anche «Terzo Pianeta» e «Gaia», oltre alla storica presenza nella trasmissione «Kilimangiaro». La sua attività di divulgatore prosegue nelle sue collaborazioni con «La Stampa» e «National Geographic» e con i libri «Italia segreta» (2008), «Pianeta Terra ultimo atto» (2012) e «Tecnobarocco» (2015).
Lo abbiamo raggiunto grazie alla sua partecipazione, nei primi giorni di luglio, al festival «Il Libro Possibile» di Polignano a Mare (Bari), dove il geologo ha presentato la sua ultima pubblicazione, già citata, «Paure fuori luogo».
Cominciamo dalle conclusioni, nelle quali Tozzi esprime stanchezza e quasi fastidio nel dover riproporre ostinatamente la sua capacità informativa e divulgativa contro l’ignoranza “italica” riguardo a temi che dovrebbero essere “incorporati da tempo nella coscienza collettiva nazionale”. Perché qui si fa fatica a divulgare questi concetti, che attecchiscono con difficoltà? «La mancata alfabetizzazione scientifica degli italiani dipende dal fatto che siamo figli del famoso anatema di Benedetto Croce, che descriveva i ricercatori come “raccoglitori di francobolli” e la scienza una “batteria di pseudoconcetti”. Sta ai divulgatori ottenere credibilità spiegando nel modo più semplice possibili concetti anche molto complessi, dovendo lottare, inoltre, contro un’esposizione mediatica non sempre di primo piano e che necessita certamente di molto più spazio».
Anche restando nella visione umanistica di Croce, possiamo dire di esserci scostati dal senso del meraviglioso leopardiano di fronte alla natura? Perché nel libro lei sostiene che tendiamo ad avere paure irrazionali e non ci preoccupiamo, invece, di quello che dovrebbe spaventarci davvero? Di cosa dobbiamo avere davvero paura? «Gli uomini sono caduti in balìa del loro delirio, hanno la pretesa di controllare tutto. Il clima, per esempio: non nevica? Spariamo neve dai cannoni artificiali per poterci assicurare il profitto dalla stagione sciistica. Non solo: perché continuiamo a cementificare ed erodere suolo? E perché continuiamo a costruire lungo i letti dei fiumi per poi lamentarci delle catastrofi legate alla tracimazione dei fiumi o al fango che distrugge interi paesi? Di questo ci preoccupiamo meno, ad esempio, che degli attacchi all’uomo da parte degli squali. Diamo per scontati i contesti in cui viviamo, che sono potenzialmente pericolosi per via dell’incuria, dell’abbandono, della mancata prevenzione e di mille altri motivi, ma ci attrae l’inconosciuto».
Nel suo libro, in effetti, apprendiamo quanto sia interessante seguire trasmissioni che presentano in modo accattivante gli attacchi degli squali agli umani. Eppure le statistiche ci dicono che muoiono molte più persone per le conseguenze delle cadute dei cocchi dagli alberi sui crani inermi di persone che si seggono a riposare sotto una palma. Un servizio di questo tipo sarebbe molto meno attrattivo della misteriosa vita dello squalo bianco. Qual è il meccanismo che sta dietro tutto questo? «Abbiamo paura delle cose che conosciamo poco. Memoria e conoscenza sono il binomio fondamentale. Ma non apprezziamo il quotidiano e il territorio che ci circondano. Non vediamo l’importanza di averne cura finché non accadono le catastrofi. E l’assenza o lo spazio minimo dedicato a un’informazione corretta non aiutano. Si preferisce alimentare la paura profonda delle persone».
C’è qualcosa di distorto, come lei scrive, nel rapporto tra i mezzi di comunicazione di massa e le catastrofi. Cos’è? «Non dico che il fine siano la strumentalizzazione e l’audience. Piuttosto penso a un’amplificazione mediatica delle paure legata alla presentazione della reale o presunta incertezza della scienza. Di fronte ai terremoti, ad esempio, noi geologi non possiamo che rimarcarne l’imprevedibilità. Eppure alcuni media non si arrendono a questa risposta».
Tra gli argomenti che lei ritiene come degni di una maggiore attenzione c’è la climatologia. Proprio sul linguaggio legato al tempo atmosferico sembra essere iniziata da qualche anno una battaglia che ha come obiettivo proprio l’alimentare paure profonde degli italiani. Penso a un termine come «bomba d’acqua», al quale lei dedica un certo spazio nel libro. «Certo, credo che il primo uso di questo termine sia dovuto a Giampiero Maracchi (professore emerito di Climatologia all’Università degli Studi di Firenze, ndr), che spesso ospitiamo nella trasmissione “Fuori Luogo”, usato come unica somiglianza circostanziata del cloudbrust (letteralmente un’esplosione di nuvola). Poteva aiutare a comprendere meglio il fenomeno dei flash floods, le alluvioni improvvise. È stato poi usato in modo in proprio ed è dilagato in qualsiasi altro campo».
Lo stesso è accaduto al termine tsunami, la cui storia mediatica è usata nel suo libro per illuminare proprio la differenza tra la nostra cultura e quella orientale rispetto alla comprensione e all’accettazione dei fenomeni violenti. Cosa possiamo imparare dal Giappone, per esempio? «Si può fare un’analogia tra la frequenza di eventi catastrofici in Giappone e alla morfologia del territorio italiano. L’Italia ha zone alluvionali, fiumi, lava fredda (la famosa calata di fango). Costruire caseggiati sul letto dei fiumi porta a delle conseguenze, come anche stare alle pendici del Vesuvio, o disboscare senza criterio. Di fronte a tragedie, prevedibili o meno, è sconsigliabile usare aggettivi come “faglia crudele”».
Lei predica una specie di sobrietà che sarebbe molto utile nell’affrontare, nel manutenere, nel prevedere, dove possibile, eventi catastrofici. Proprio il clima è uno dei temi sui quali si sofferma per tenere alta l’attenzione. «Trovo francamente svilente la subalternità cui è stata portata la meteorologia come mera previsione del buono o cattivo tempo. Devo constatare che spesso non differenziano nemmeno i termini climatologia e meteorologia. Queste materie non si esauriscono semplicemente rappresentando una mappa con le nuvole. Pensiamo per esempio al climatologo Alfred Wegener, che elaborò la teoria della deriva dei continenti e la conseguente teoria della tettonica a placche».
Cosa dovrebbero fare concretamente gli italiani per uscire dalle loro paure e riprendere in mano la cura del territorio? «È difficile fare prevenzione se hai costruito un paese sul letto di un fiume, devi semplicemente smettere di costruire lì. A proposito del rispetto per i fiumi, direi che bisognerebbe puntare un faro sulla scarsa cura per le acque, oggi deturpate. Prima esse si identificavano con il nume, il dio: la Bocca della Verità, a Roma, era un tombino, ma realizzato con materiali di prima qualità come marmi pregiati. Cos’è successo ai sapiens dall’epoca romana a oggi?».