Condizioni favorevoli per la formazione dei tornado in Italia: i risultati di tre studi recenti

Scritto da:
Roberto Ingrosso, UQAM (Università del Quebec a Montrèal)
Revisione di:
Leonardo Bagaglini, CNR-ISAC
Mario Marcello Miglietta, CNR-ISAC

I tornado, colonne di aria rotanti che si estendono da una nube cumuliforme sino alla superficie terrestre, sono tra i fenomeni atmosferici più violenti, in grado di affascinare e terrorizzare allo stesso tempo. Molti di noi hanno conosciuto per la prima volta questi fenomeni leggendo il Mago di Oz e le avventure di Dorothy, la protagonista del libro, che viene sbalzata via insieme al suo cagnolino e trasportata nel “Paese dei ghiottoni”. Negli ultimi anni, il successo di film come “Twister”, dove un gruppo di avventurosi scienziati cerca di captare i dati all’interno di un tornado con l’aiuto di Dorothy (un nome non a caso!), un macchinario di loro creazione, e i documentari prodotti dai cacciatori di tornado hanno accresciuto l’interesse dell’opinione pubblica nei riguardi di questi eventi vorticosi.

Sebbene i tornado siano spesso associati alle grandi pianure americane, questi fenomeni atmosferici sono abbastanza comuni anche nel continente europeo e nella nostra Penisola. Un recente aggiornamento della climatologia dei tornado italiani [1]ha mostrato come le zone maggiormente interessate siano le pianure del Nord-Est, le coste tirreniche e le regioni ioniche. Negli ultimi anni alcuni tornado particolarmente intensi, ad esempio quello di Taranto del 28 novembre 2012 [2] e quello di Mira e Dolo, nei pressi di Venezia, dell’8 luglio 2015 [3], hanno provocato milioni di danni e, purtroppo, anche delle vittime.

Nonostante questi fenomeni potenzialmente distruttivi siano frequenti sul nostro territorio, sono pochi gli studi scientifici pubblicati che hanno investigato le caratteristiche dei tornado italiani [4]. Nell’ultimo anno, con alcuni scienziati del CNR-ISAC, dell’Università del Salento e dell’Università di Tokyo, sono stati prodotti tre studi scientifici che permettono di chiarire meglio le dinamiche legate ai tornado italiani.

I dati utilizzati in questi studi provengono dalle cosiddette rianalisi, ricostruzioni dello stato dell’atmosfera e dell’oceano negli ultimi decenni, prodotte da modelli climatici e oceanografici supportati da osservazioni registrate, ad esempio, da stazioni a terra, da boe e satelliti.

Nel primo studio [5] è stata prodotta un’analisi dei tornado più significativi, ovvero di intensità uguale o maggiore a EF2 (per maggiori informazioni sulle scale e sulle differenti tipologie di tornado, leggi qui ), utilizzando due potenziali precursori di mesoscala, ovvero degli indicatori di ambienti favorevoli alla formazione di un tornado, il windshear verticale e l’energia potenziale convettiva disponibile (Convective Available Potentiale Energy, CAPE). Il primo è una misura della differenza (in intensità e direzione) tra il vento in superficie e il vento in quota, la seconda è una misura della quantità di energia potenziale disponibile per la convezione. I risultati di questo studio mostrano delle anomalie (ovvero delle differenze dalla media climatologica) significative di questi parametri, indipendentemente dalla stagione e dalla regione considerata, confermando di essere dei buoni precursori di tornado. La definizione di un modello statistico ci ha poi permesso di determinare come le probabilità di avere un tornado aumentino in maniera significativa con l’aumentare del windshear e sono massime quando anche CAPE registra valori alti. Definire un modello statistico di probabilità condizionali è utile per rispondere a una domanda importante, ovvero se i tornado aumenteranno in un contesto di riscaldamento globale, nel quale già oggi viviamo.

Un secondo studio [6] si concentra invece sulle caratteristiche dei cicloni extratropicali da cui vengono originati alcuni dei tornado italiani. L’analisi rivela che i tornado solitamente si verificano nel settore caldo, sul lato Sud del ciclone, mentre pochissimi sono i tornado lungo il fronte freddo. In autunno, una stagione più favorevole alla formazione dei tornado al Centro-Sud, gli alti valori di CAPE, associati a temperature ancora alte, e importanti livelli di umidità nei bassi strati, grazie all’evaporazione ancora intensa sul Mar Mediterraneo, garantirebbero un ambiente favorevole per la formazione dei tornado. In primavera e in estate, periodo in cui si verifica al Nord la maggior parte dei tornado, sarebbero invece le evidenti anomalie di vorticità potenziale nell’alta troposfera, con associate intrusioni di aria più fredda, a caratterizzare l’ambiente tornadico. In conclusione, sebbene i tornado italiani mantengano delle caratteristiche peculiari, gli ambienti in cui essi si sviluppano, specialmente nella pianura padana, presentano caratteristiche comuni a quelli del Sud-Est americano durante la stagione fredda.

In un ultimo articolo, appena pubblicato [7], si è quindi deciso di individuare, in maniera più rigorosa, le configurazioni sinottiche medie associate a diverse aree italiane e di allargare l’analisi dei precursori di mesoscala. Sono state infatti considerati anche la Storm Relative Helicity (SRH), una misura della potenziale rotazione associata alla convezione, rotazione che è alla base di una supercella, un temporale particolarmente intenso a cui sono spesso associati i tornado, e il livello di condensazione forzata (lifting condensation level, LCL), ovvero il livello nel quale la particella d’aria diviene satura e rappresenta una stima dell’altezza della base della nuvola (più basso è il valore di LCL, maggiore è l’instabilità presente nell’atmosfera e più intenso sarà il fenomeno).

Figura 1: le cinque regioni individuate per l’analisi. Figura riadattata da Bagaglini et al. 2021

Innanzitutto sono state individuate 5 macro regioni (Figura 1), sulla base della vicinanza spaziale e di una ulteriore analisi di similarità dinamica, basata sulla pressione media al livello del mare. Attraverso un’analisi di soglia sono state identificate cinque variabili sinottiche, particolarmente sensibili alle manifestazioni di eventi tornadici. Quello che è emerso è che l’altezza di geopotenziale(a 500 hPa) e la temperatura nei bassi strati (a 900 hPa) sono le due variabili più importanti nell’identificazione di configurazioni sinottiche relative ai tornado italiani. Mappe di anomalia (Figure 2-3) hanno permesso di rilevare come, in tutte le regioni considerate, le variabili sinottiche presentino generalmente valori anomali rispetto alla media climatologica. Anche i precursori di mesoscala presentano forti anomalie su tutte le regioni, in particolare su quelle meridionali, mostrando chiaramente come valori estremi di questi precursori siano associati agli ambienti tornadici. Questa prima analisi ha permesso di individuare delle configurazioni tipiche per le varie regioni italiane. Nel caso dei tornado avvenuti nel Nord, un sistema di bassa pressione al suolo è mediamente presente sull’area dove si è verificato l’evento, associato a una bassa pressione in quota presente a Nord-Ovest dell’area di interesse. Tale configurazione, oltre a suggerire una fase di maltempo in piena evoluzione (tipica instabilità baroclina con asse verticale piegato tra bassa pressione al suolo e in quota), determina il richiamo di aria fredda in quota proveniente dall’Europa continentale, andando a incrementare l’instabilità della colonna d’aria. La presenza di alti valori di umidità e CAPE (favoriti dalla stagione tardo primaverile ed estiva tipica dei tornado del Nord.

Figura 2: anomalie di altezza di geopotenziale a 500 hPa, calcolati per il periodo 1979-2018. Dati rianalisi ERA5.Figura riadattata da Bagaglini et al. 2021
Figura 3:anomalie di temperatura a 900 hPa, calcolati per il periodo 1979-2018. Dati rianalisi ERA5.Figura riadattata da Bagaglini et al. 2021

Al contrario, i tornado meridionali sono caratterizzati da un’intrusione di aria calda da Sud, risucchiata da sistemi di bassa pressione, generalmente posizionati sul basso Tirreno, nel caso dei tornado ionici, e tra Algeria, Tunisia e canale di Sicilia per quelli siciliani. Qui la presenza di valori anomali di windshear verticale (un parametro che presenta già valori elevati nella stagione tardo estiva e autunnale, quella tipica dei tornado centro-meridionali) e di umidità, che, dal Mar Mediterraneo, viene trasportata sul continente dai caldi venti meridionali, creano gli ingredienti ideali per la formazione dei tornado. Per le regioni centrali, le anomalie sono solitamente posizionate più lontano e meno evidenti. I venti al suolo, tipicamente sud-occidentali, quasi perpendicolari alla linea di costa, suggeriscono una tendenza alla formazione di linee di convergenza tipiche dei tornado non mesociclonici, in particolare trombe marine, alcune delle quali possono raggiungere la terraferma.

Un’ultima analisi ha poi riguardato le temperature superficiali del livello del mare (Sea Surface Temperature, SST, figura 4). Uno studio modellistico precedente [8], infatti, aveva rivelato come il tornado di Taranto non sarebbe avvenuto con temperature del mare nella media e che, quindi, anomalie positive della superficie marina potrebbero favorire la formazione dei tornado. Il nostro studio sembrerebbe confermare questa conclusione per quanto riguarda i tornado costieri meridionali, avvenuti in presenza di anomalie di SST importanti, fino a 1°C per quelli più intensi, e per quelli del Nord-Est, caratterizzati da anomalie di alcuni decimi di °C, in media. Ancora una volta, non si registrano particolari anomalie per i tornado tirrenici, cosa che sembrerebbe confermare ulteriormente l’origine non mesociclonica, legata alla presenza di linee di convergenza lungo la costa, dei tornado dell’Italia centrale tirrenica.

In conclusione, questi articoli ci hanno permesso di conoscere più nel dettaglio i tornado italiani, evidenziando le differenti e peculiari configurazioni sinottiche delle differenti regioni e confermare la bontà di alcuni precursori di mesoscala, suggeriti dalla teoria e dai risultati modellistici. Nel prossimo futuro si cercherà non solo di approfondire ulteriormente gli ambienti favorevoli ai tornado italiani, ma anche di provare a individuare delle eventuali tendenze (non solo per l’Italia) all’aumento o alla diminuzione dei tornado in un contesto di riscaldamento globale così rapido, come previsto dai modelli climatici.

Figura 4: anomalie medie di temperatura del livello superficiale marino durante gli eventi di tornado costieri per Nord-Est (rIga in alto), centro Italia lato tirrenico e Sud-Italia ionico. Dati da rianalisi ERA5. Figura riadattata da Bagaglini et al. 2021

[1]: Miglietta M.M. and Matsangouras I.T. 2018. An updated “climatology” of tornadoes and waterspouts in Italy. International Journal of Climatology, 38, 3667-3683.
[2]: Miglietta, M.M. and Rotunno, R. 2016. An EF3 multivortex tornado over the Ionian region: Is it time for a dedicated warning system over Italy. Bull. Am. Meteorol. Soc, 97, 337–344.
[3]: Zanini, M.A., Hofer, L., Faleschini, F., Pellegrino, C. 2017. Building damage assessment after the Riviera del Brenta tornado, northeast Italy. Nat. Hazards, 86, 1247–1273
[4]: Giaiotti, D.B., Giovannoni, M., Pucillo, A., Stel, F., 2007. The climatology of tornadoes and waterspouts in Italy. Atmospheric Research 83, 534–541.
[5]: Ingrosso, R., Lionello, P., Miglietta, M.M., Salvadori, G., 2020. A Statistical Investigation of Mesoscale Precursors of Significant Tornadoes: The Italian Case Study. Atmosphere 11, 301.
[6]: Tochimoto, E.,Miglietta, M.M., Bagaglini, L., Ingrosso, E., Niino, H. 2021. Characteristics of Extratropical Cyclones That Cause Tornadoes in Italy: A Preliminary Study.Atmosphere 12, no. 2: 180.
[7]:Bagaglini, L.; Ingrosso, R,Miglietta, M.M. 2021. Synoptic patterns and mesoscale precursors of Italian tornadoes. Atmospheric Research, 105503.
[8]: Miglietta M.M., Mazon, J.V., Pasini, A. 2017. Effect of a positive sea surface temperature anomaly on a Mediterranean tornadic supercell. Scientific Reports, 7.

L’INVERNO si avvicina? Impariamo a distinguere tra freddo, neve e gelo

“…Noi facciamo una netta distinzione tra il freddo, il gelo e la neve. Sono cose ben distinte ma molto spesso si fa confusione…”. Queste splendide parole, cariche di significato, non sono mie ma del generale Andrea Baroni che nel lontano 1985 si trovava anch’egli alle prese con il parapiglia mediatico nato attorno ad un’ondata di freddo imminente.

Un’ondata di gelo in Italia, tanto per dirla tutta, può avvenire soltanto in inverno (fatta eccezione naturalmente per vette montuose particolarmente elevate, soprattutto nelle Alpi). Questo perchè implica non solo una sensibile discesa delle temperatura, ma anche un assestamento della stessa su valori pari o inferiori allo zero nell’arco delle 24 ore per non meno di 2-3 giorni.

In Italia le ondate di gelo difficilmente sono accompagnate da nevicate di particolare rilievo, poichè quasi sempre si verificano per afflusso di aria continentale, quindi secca. Possono fare eccezione i versanti adriatici, dove il contributo di umidità da parte del mare può indurre a nevicate per sbarramento orografico da est. Il gelo non è contemporaneo ad una nevicata ma spesso la precede o la segue.

Abbiamo parlato di neve. Ebbene come vedete, la neve è un altro fenomeno ancora. Non è necessario avere il gelo affinchè possa nevicare, ma per contro, anche un’ondata di freddo potrebbe non essere sufficiente a generarla. Il freddo può essere secco o nevoso. Insomma, l’abbiamo capito tutti: il tempo è bello perchè è vario e sarà ancor più bello se eviteremo di dar credito ad ogni superficialità o equivoco letto o sentito, imparando a chiamare ogni fenomeno con il proprio nome.

Luca Angelini

Il problema degli INCENDI: una mano dalle proiezioni stagionali

Durante la stagione estiva (ma non solo) gli incendi boschivi rappresentano una concreta e grave minaccia per abitazioni, infrastrutture e anche per l’ecosistema, causano danni economici ingenti e, purtroppo, anche perdita di vite umane. Seppure la maggior parte degli incendi sia dovuta a cause umane, accidentali o volontarie, l’estensione dell’incendio – in particolare delle aree bruciate – dipende in modo significativo dalle condizioni meteo-climatiche e dalle caratteristiche del “combustibile”. Giocano un ruolo fondamentale in particolare il grado di umidità e l’abbondanza del materiale combustibile a disposizione.

Gli studi condotti negli scorsi anni hanno permesso di sviluppare una serie di modelli empirici che legano l’area bruciata dagli incendi alle caratteristiche della precipitazione e della temperatura nei mesi e negli anni precedenti l’incendio. I modelli sono stati validati sui dati disponibili in Europa mediterranea e in molte altre aree del Pianeta, utili per la stima dell’area bruciata attesa a livello globale. Lo spiega Antonello Provenzale, direttore del Cnr-Igg (Istituto di geoscienze e georisorse del Consiglio nazionale delle ricerche) che ha patrocinato un importante studio a riguardo. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica “Nature Communication”.

In pratica l’approccio combina l’utilizzo incrociato dei grandi database internazionali degli incendi in affianco alle proiezioni stagionali elaborate dai vari Centri di Calcolo, allo scopo di migliorare la stima dell’importante impatto esercitato sugli incendi dalla variabilità climatica. Dal confronto è emerso che per ampie regioni del pianeta si riesce a migliorare significativamente la predicibilità a scala stagionale delle aree a potenziale rischio d’incendio, con tutti i benefici del caso, anche dal punto di vista della prevenzione e della sicurezza pubblica.

Luca Angelini

Arriva la NEVE e scende il silenzio

Arriva la neve e tutto si ferma. Cessano anche i rumori, le grandi città mettono da parte il loro normale frastuono e si lasciano abbracciare da quella atmosfera ovattata che contribuisce ad accompagnare scorci inusuali. Angoli di quotidianità che diventano paesaggi remoti, grigi marciapiedi che escono dalla realtà per vestire la tela di un pittore.

L’atmosfera che crea la neve è unica, ma non è solo una suggestione: le nevicate abbondanti riescono a rendere tutto ovattato quasi surreale, ed il motivo è da ricercare nella fisica.

I fiocchi di neve sono leggerissimi, sia perchè l’acqua è uno dei pochi liquidi in natura che non raggiunge la sua massima densità allo stato solido (la raggiunge a quello liquido a +4°C), sia anche perché la struttura del cristalli di neve contiene molti spazi pieni d’aria. Per questo i fiocchi, a temperature sotto lo zero, cadono lentamente e quando si depositano a terra non si schiacciano ne si comprimono, ma si appoggiamo semplicemente l’uno sul’altro.

Proprio ai “vuoti d’aria” che ci sono nella neve dobbiamo il silenzio che percepiamo quando le nostre città sono innevate. La neve in sostanza fa da isolante, anche acustico. I rumori, che poi altro non sono se non onde sonore, vengono filtrati e assorbiti dallo strato di neve fresca: ne bastano 2 centimetri perché i rumori ambientali non si propaghino più nell’atmosfera.

La riduzione del rumore è molto più evidente subito dopo una nevicata, mentre tende ad attenuarsi man mano che passa il tempo e la neve perde la “freschezza”. La neve infatti, con il passare del tempo, va incontro a complessi processi di trasformazione che vanno man mano a chiudere gli spazi vuoti. Se le temperature rimangono basse la neve si comprime e diventa compatta, se salgono le intercapedini vengono riempie di elementi d’acqua: è l’inizio della fusione. E del ritorno dei rumori…

Luca Angelini

Se modelli matematici e sogni non vanno d’accordo

Siamo sinceri: molti sedicenti appassionati meteo – che in realtà sono semplici amanti del gelo e della neve, quelli che compaiono a settembre e spariscono a marzo – proprio non lo riescono a farsene una ragione. Fin qui non ci sarebbe nulla da dire, visto che sognare è lecito e fa anche bene all’umore; il problema però nasce quando l’onda lunga dei forum e dei social propina questi sogni in pubblico spacciandoli come realtà, salvo poi generare isterie collettive nel caso (quasi all’ordine del giorno) di smentite.

Il classico: partire dalla corsa operativa di un modello – prendiamo ad esempio il noto modello americano GFS – e tirar fuori quella che mostra uno scenario interessante a distanze siderali (si parla anche di oltre 300 ore, che sono quasi due settimane). Così nasce il sogno, poi però la realtà, man mano che passano i giorni, diventa ben altra cosa.

E allora si da contro i modelli,  magari senza neanche sapere che dietro quelle cartine colorate ci sono decenni di studi condotti e raffinati da valenti fisici, matematici, statistici. “I modelli sbagliano”. No signori, non sono i modelli che sbagliano, è il modo di adoperarli che è sbagliato. Un modello non ha anima ne sentimenti: un modello è un sistema di equazioni da risolvere. Le soluzioni sono sempre giuste, quelli che cambiano, di giorno in giorno, sono i dati di partenza, quelli del tempo che fa e che non è mai esattamente come lo si era previsto il giorno prima. Interpretare un modello fisico matematico non significa solo riconoscere dei colori, ma implica almeno la conoscenza dei complessi processi fisici della Sinottica e i principi base della Fisica. Una cosa non da tutti e che pertanto dovrebbe essere prerogativa di chi è abilitato a farlo.

In ogni caso, l’errore più comune è quello di prender per buona una singola corsa (detta deterministica) a grandi distanze temporali, ignorando tutte le altre parallele elaborate dal modello. Si, perchè il nostro modello GFS non elabora solo lo scenario operativo (la nostra corsa deterministica), ma nel sforna ben 22 parallele (vedi figura 3 qui sotto). Questo perchè, introducendo piccole varianti allo stato iniziale, è possibile by-passare per via statistica l’errore inevitabile che si genera nei calcoli (detto errore stocastico).

Un esempio concreto: Se prendo la sola corsa deterministica (P1) relativa al giorno 31 gennaio (sono 312 ore di anticipo) ho il quadro rappresentato nella figura 1 (in alto): alta pressione, tempo soleggiato e mite. E le altre 21 corse? Se ad esempio prendo la corsa P16, vedi figura 2, che è l’esatto opposto della P1 (vortice ciclonico, maltempo), cosa ho risolto? Quale delle due sarà quella corretta? Risposta: probabilmente nessuna delle due, perchè entrambe sono equiprobabili.

Probabilmente…. ecco la parola magica da utilizzare, la probabilità. Non si deve analizzare un solo scenario, ma mettere insieme tutti gli scenari, raggruppare quelli simili e constatare quanto sono probabili rispetto allo scenario medio. Un procedimento difficile da compiere “ad occhio”, vero. Fortunatamente esistono prodotti probabilistici già pronti, atti allo scopo che si devono utilizzare per esaminare l’evoluzione a distanze temporali oltre i 5-6 giorni, ma sempre mai oltre i 10-12 giorni. Procedendo in questo modo avremo quindi sott’occhio il quadro evolutivo più probabile e il livello di attendibilità dello stesso. Insomma un modo per sognare di meno vero, ma anche per evitare inutili perdite di tempo e soprattutto cocenti delusioni.

Luca Angelini

L’uragano Ophelia alle porte dell’Europa : un’ottima occasione per fare didattica.

Col permesso del Dott. Vincenzo Ferrara, abbiamo riportato sulla nostra home page un suo post  pubblicato su FaceBook, un post troppo prezioso per permettere che venisse “perso” nei meandri del noto social.

Un grazie al Dott. Ferrara per aver consentito la pubblicazione del suo post qui sulla nostra home.

L’uragano Ophelia sarà depotenziato da un principio della fisica: la conservazione della vorticità assoluta ovvero la conservazione del momento della quantità di moto.

Il vortice ciclonico “Ophelia”, classificato secondo la scala Saffir-Simpson, come uragano di categoria 2 , nel suo spostamento verso le alte latitudini perderà via via la sua vorticità ciclonica (acquisita sulle acque oceaniche calde tropicalie subtropicali) perché, in ossequio ad un principio della fisica (la conservazione del momento della quantità di moto): più il vortice ciclonico Ophelia si sposta verso nord e maggiore sarà la perdita della sua vorticità. E’ come dire che spostandosi verso nord non avrà alcune effetto da “uragano” e sarà indistinguibile da una qualsiasi normale perturbazione.

Questo principio della fisica stabilisce in pratica che:

– le masse d’aria che si muovono dalle basse verso le alte latitudini (da sud verso nord), devono diminuire la propria vorticità ciclonica oppure devono aumentare la propria vorticità anticiclonica: in pratica, devono acquistare una rotazione in verso orario,

– le masse d’aria che si muovono dalle alte verso le basse latitudini (da nord verso sud) devono aumentare la propria vorticità ciclonica oppure devono diminuire la propria vorticità anticiclonica: in pratica, devono acquistare una rotazione in verso antiorario.

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Qui una nota (didattica) esplicativa per i “non addetti ai lavori”

L’EFFETTO DELLA ROTAZIONE TERRESTRE SUI MOVIMENTI DELLE MASSE D’ARIA

La circolazione generale dell’atmosfera potrebbe essere schematizzata con un ciclo molto semplice, dal momento che il riscaldamento della fascia equatoriale, pur con le fluttuazioni giornaliere e stagionali, è persistente, così come persistente è il raffreddamento delle aree polari. L’aria calda equatoriale meno densa e più leggera sale in quota fino all’alta troposfera e si dirige verso le aree polari, scaricando via via il suo calore e raffreddandosi finchè diventata fredda, più densa e più pesante tanto da precipitare giù sulle aree polari. Nel frattempo, l’aria polare (artica ed antartica) fredda e più pesante scorre al suolo verso le basse latitudini, acquisendo via via calore mentre si dirige verso l’equatore, dove si scalda, diventata meno densa e più leggera, tanto da salire in quota per ricominciare il ciclo.

Nella realtà, invece, tutto ciò non accade. La rotazione terrestre, infatti, impedisce la formazione di questo circuito. Se, poi, si aggiungono tutte le altre complicazioni derivanti dall’alternarsi delle stagioni, dalla disomogeneità della superficie terrestre e dalla natura degli scambi di calore, la circolazione atmosferica diventa parecchio complicata. Per poterla schematizzare nella sua struttura di base, useremo alcune semplificazioni partendo dalla causa principale che determina le modifiche alla grande circolazione planetaria delle masse d’aria: la rotazione terrestre.

1) La velocità di rotazione terrestre ovvero la “vorticità assoluta”.

La rotazione della terra attorno al suo asse tracina nel suo movimento i continenti, le masse d’aria e le masse d’acqua oceaniche. La terra, vista dallo spazio, al di sopra del polo nord, ruota in verso antiorario con una velocità angolare di 1 giro al giorno (15° ogni ora, ovvero 0,26 radianti/ora). Tutto ciò che sta sulla terra, compresa l’atmosfera che è a contatto con la superficie terrestre, ruota con la stessa velocità angolare.

La velocità angolare terrestre è un valore costante, non cambia nel tempo e non può in nessun modo essere variata, a meno di un evento catastrofico planetario (per esempio per collisione con un altro pianeta o per cambiamento della forma e delle dimensioni della terra). Questa velocità angolare prende, infatti, il nome di “vorticita assoluta” dove il termine vorticità, che è un conceto della fisica, esprime lo stato rotazionale attorno ad un asse di rotazione. Se la rotazione ha il verso antiorario delle lancette dell’orologio, la vorticità viene detta “ciclonica” (o positiva), se, viceversa, ha un verso orario, la vorticità viene detta “anticiclonica” (o negativa).

Pertanto: LA VORTICITA’ ASSOLUTA TERRESTRE E’ COSTANTE ED E’ CICLONICA.

Guardando, ancora, la terra dallo spazio ci accorgiamo, però, che, nonostante la vorticità assoluta sia la stessa dappertutto, la velocità lineare o periferica con cui si muovono i diversi punti sulla superficie sferica della terra in rotazione attorno al suo asse è diversa e dipende dalla distanza dall’asse di rotazione terrestre (ovvero dipende dalla latitudine).

L’urgano Ophelia visto dal satellite

All’equatore, dove è massima la distanza della superficie terrestre dall’asse terrestre, la velocità periferica di rotazione, cioè la velocità con cui ruota suolo e masse oceaniche equatoriali, è pari a circa 1670 km/ora ed è diretta da ovest verso est, alle medie latitudini dell’Italia, il mar Mediterraneo ed il territorio italiano suolo e masse oceaniche ruotano da ovest verso est con velocità più bassa e pari a circa 1250 km/ora. Le zone artiche del circolo polare artico (ma lo steso accade alle zone antartiche) ruotano a velocità molto più bassa e pari a circa 650 km/ora da ovest verso est, mentre la velocità periferica si riduce praticamente a zero nei pressi dei poli. In pratica le zone polari ruotano attorno a se stesse.

Se, ora, dallo spazio scendiamo sulla superficie della terra, dove su ciascun punto della superficie terrestre il sistema di riferimento geogrtafico è costituito dal “piano orizzontale” perpendicolare alla forza di gravità (e al raggio terrestre) e dalla “verticale al piano orizzontale” che coincide con la direzione della forza di gravità (e del raggio terrestre), gli effetti della rotazione terrestre risultano molto diversi da luogo a luogo, soprattutto se i diversi luoghi hanno diversa latitudine cioè non sono allineati sullo stesso parallelo.

Oltre alla diversa velocità periferica sul piano orizzontale, come abbiamo visto prima, appare molto diversa, da luogo a luogo, anche la “VORTICITA’ ASSOLUTA” perché l’asse verticale, a cui si fa riferimento per i fenomeni di rotazione, cambia da luogo a luogo.

Nel sistema di riferimento geografico terrestre, infatti si parla di “VORTICITA’ TERRESTRE”, la quale è massima ai poli, dove la verticale sulla superficie orizzontale coincide con l’asse terrestre e dove, quindi, la “vorticità terrestre” coincide esattamente con la “vorticità assoluta”, mentre è minima all’equatore, dove la verticale sulla superficie orizzontale è perpendicolare all’asse terrestre e, dove, quindi la “vorticità terrestre” diventa inesistente.

Se paragoniamo ora la vorticità terrestre alla velocità periferica terrestre ci accorgiamo che dove la velocità periferica è massima (1670 km/ora all’equatore) la vorticità terrestre è minima (cioè nulla) e viceversa, dove la vorticità terrestre è massima (0,26 radianti/ora o 15°/ora ai poli), la velocità periferica terrestre è minima (cioè nulla).

2) La vorticità relativa influenzata dalla forza di Coriolis

Orbene, fintanto che tutto rimane fermo e solidale con la terra che ruota, tutto appare normale e nessuno nei diversi luoghi della terra si accorge di nulla, ma se ci sono spostamenti (abbastanza significativi) di un qualsiasi oggetto da un luogo ad un altro della superficie terrestre, gli effetti della rotazione terrestre si fanno sentire, sia che si tratti di un oggetto come proiettile di artiglieria di lunga gittata, sia che si tratti di un oggetto come una massa d’aria o una masse d’acqua oceanica. Gli effetti più evidenti, però, si osservano sui grandi movimenti che hanno una traiettoria prevalente di tipo meridiano cioè nella direzione nord-sud o viceversa.

Come abbiamo visto prima, un oggetto posto all’equatore viaggia, per effetto della rotazione terrestre, da ovest verso est alla velocità di 1670 km/ora. Se questo oggetto si sposta dall’equatore verso nord, la velocità periferica con cui viaggia la superficie terrestre diventa sempre più bassa. Alle nostre latitudini dove la velocità periferica è attorno ai 1250 Km/ora, l’oggetto proveniente dall’equatore, se non ci sono stati fenomeni di attrito che ne hanno rallentato la sua velocità periferica iniziale, ha un surplus di velocità di 420 km/ora cioè di oltre il 30% rispetto alla situazione esistente. Pertanto si trova in anticipo e molto più ad est rispetto al meridiano di partenza. Il risultato è una deviazione verso destra rispetto alla sua traiettoria iniziale. Se, invece, un qualsiasi oggetto si sposta in direzione sud dalle nostre latitudini verso l’equaltore (dove la velocità periferica è maggiore) si ritrova in ritardo e spostato verso ovest rispetto al meridiano di partenza. Anche qui il risultato è una deviazione verso destra rispetto alla traiettoria iniziale.

Gli effetti della rotazione terrestre di un qualsiasi oggetto, e quindi anche delle masse d’aria, in moviemto nel sistema di riferimento sferico rotante della terra, sono rappresentati, in fisica e in meteorologia, da una forza, detta forza di Coriolis (dal nome dello scopritore), che dipende dalla velocità della massa d’aria e dalla latitudine.

Questa forza, che non è reale ma “apparente” (perché appare solo nei movimenti in questo tipo di sistema di riferimento) costringe, in pratica, una massa d’aria che si sposta di latitudine a ruotare verso destra cioè ad assumere una vorticità anticiclonica, che diventa massima all’equatore e minima ai poli.

In genere, le massa d’aria che si muovono sulla superficie della terra, acquistano, o possiedono, per cause legate a processi termodinamici dell’atmosfera, una propria specifica vorticità ciclonica o anticiclonica, che viene denominata “VORTICITA’ RELATIVA” (ciclonica o anticiclonica).

Quindi nei movimenti meridiani delle masse d’aria (dalle basse alle alte latitudini e viceversa) è la “vorticità relativa” che subisce le modifiche (aumento o diminuzione di tipo ciclonico o anticiclonico) per effetto della forza di Coriolis.

3) Gli effetti della conservazione della vorticità assoluta.

Se consideriamo tutta l’atmosfera nel suo insieme, dove sono presenti numerosi e differenti processi di vorticità (ciclonica ed anticiclonica) delle masse d’aria alle varie scale spaziali dei fenomeni meteorologici, i principi della fisica ci dicono che la vorticità complessiva totale dell’intera atmosfera terrestre non può essere superiore alla vorticità assoluta della terra (la vorticità complessiva non si crea e non si distrugge).

Questo significa che la somma della “vorticità terrestre” e della “vorticità relativa” deve risultare pari alla “vorticità assoluta” nella libera tmosfera, dove i fenomeni di attrito sono trascurabili, oppure inferiore alla “vorticità assoluta” negli atrati atmosferici più prossimi al suolo, dove i fenomeni di attrito sono rilevanti. Ma questo significa anche che la variazione di vorticità relativa è correlata con la variazione di vorticità terrestre ed in particolare che nei movimenti meridiani (con cambiamento di latitudine) la vorticità relativa (ciclonica) aumenta quando la vorticità terrestre diminuisce e viceversa.

In definitiva, il comportamento delle masse d’aria, in movimento nella libera atmosfera terrestre, può essere sintetizzato come segue:

– una massa d’aria che si muove DA SUD VERSO NORD, procedendo dalle basse verso le alte latitudini, deve aumentare la propria vorticità anticiclonica oppure diminuire la propria vorticità ciclonica (in pratica, deve acquistare una rotazione in verso orario);
– una massa d’aria che si muove DA NORD VERSO SUD, procedendo dalle alte verso le basse latitudini, deve aumentare la propria vorticità ciclonica oppure diminuire la propria vorticità anticiclonica (in pratica, deve acquistare una rotazione in verso antiorario).

Poichè gli effetti della rotazione terrestre ed i comportamenti delle masse d’aria, nell’emisfero sud della terra, sono perfettamente speculari con quelli analoghi dell’emisfero nord, questa conclusione rimane identica, purchè si scambi il senso di rotazione attribuito alle vorticità, e cioè: la circolazione ciclonica ha verso orario di rotazione e la vorticità anticiclonica ha, invece, verso antiororario.

Dott. Vincenzo Ferrara – ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile)

Il downburst : genesi e dinamica, tecniche di monitoraggio, previsione e analisi meteorologica, confronto tra danni da tornado e da downburst

Il downburst è un fenomeno più comune di quanto si pensi, spesso confuso con il tornado consiste invece in forti raffiche di vento in discesa dal temporale associate in genere a intensi rovesci di pioggia e grandine con visibilità quasi nulla.
Questo lavoro analizza in particolare l’evento di downburst che il 10 agosto 2017 ha interessato parte dell’Emilia-Romagna, del Veneto e del Friuli Venezia Giulia con raffiche che hanno sfiorato in più punti i 160 km/h, ma troverete anche l’analisi di eventi passati con numerose immagini radar, delle nubi e dei danni che permetteranno al lettore di acquisire importanti nozioni relative ad un fenomeno assai insidioso perchè non accompagnato da particolari segnali visibili ad occhio nudo.

A cura di Valentina Abinanti, Nicola Carlon, Francesco De Martin, Alberto Gobbi,Marco Rabito, Pierluigi Randi, Davide Rosa

Scaricate e salvate questo prezioso PDF (basta cliccare il link immediatamente sotto, 150 pagine di didattica pura.

Cibo e clima: il paradigma di Slow Food

«Una delle prime cause del cambiamento climatico è il sistema alimentare, in cui l’agricoltura, la produzione alimentare, il trasporto e la commercializzazione consumano più energia proveniente da carburanti fossili di qualsiasi altro settore industriale». Questo è uno degli assunti principali del Documento di Posizione pubblicato da Slow Food insieme agli appelli per la policy making delle Cop21 di Parigi, 22 di Marrakech e per l’imminente Cop23 di Bonn. E questo è anche il nucleo di uno studio che sarà presentato a breve da Slow Food sotto la direzione del meteorologo e climatologo Luca Mercalli.

 

Jacopo Ghione, Slow Food

Ne abbiamo discusso con Jacopo Ghione, responsabile dei progetti internazionali di Slow Food, dirigente del progetto Arca del Gusto e coordinatore delle campagne Slow Meat e Clima per la fondazione Slow Food per la biodiversità: «Slow Food si impegna da sempre contro la perdita di biodiversità vegetale e animale, le monocolture, l’agricoltura industriale. Abbiamo scelto di affrontare concretamente il tema dell’emergenza sul clima, preoccupati dalla velocità con il quale avviene il cambiamento. Abbiamo deciso di fare attenzione alle interazioni tra clima e sistema alimentare. Non da un punto di vista scientifico, perché non siamo scienziati, ma tenendo in considerazione tutta la letteratura prodotta su questi argomenti e valutandoli dal punto di vista della produzione alimentare e di tutta la sua filiera».

Il 30 per cento delle emissioni di gas serra proviene dai processi per la produzione del cibo e dalla polluzione animale: «Il sistema è quindi vittima, ma anche causa del cambiamento climatico. Non solo. Noi pensiamo che possa anche essere parte attiva della soluzione: Lo studio che presenteremo con Mercalli affronterà proprio alcune di queste soluzioni. Siamo partiti da una vasta letteratura sul tema per proporne le migliori. Penso ai principali impattanti sull’ambiente, come l’uso di derivati del petrolio per i diserbanti. Quello a cui ci siamo paurosamente abituati è un sistema con troppe macchine, un sistema energivoro, che provoca anche un grande spreco di acqua».

«Bisogna lavorare a un modello valido per l’ambiente e per il sociale, vogliamo dire basta alle condizioni dei piccoli produttori, costretti a sottostare ai colossi, con un meccanismo che permette a mere dinamiche di mercato di fare il prezzo. I costi di questo sistema ricadono sulla salute di tutti».

Cosa fare per contrastare questa deriva? «Lavoriamo con i produttori per aiutare e tutelare prodotti a rischio scomparsa, per esempio. E dobbiamo comunicare per sensibilizzare le persone e arrivare al colloquio con gli autori del policy making. Occorre mantenere uno sguardo d’insieme, tenere in considerazione tutta la filiera. Il sistema dei trasporti, quello energetico, l’industria».

La parola chiave può essere “resilienza”? «La resilienza deve essere la qualità principale di quello che chiamiamo “Sistema agroecologico”, che deve contrastare l’attuale sistema industriale. Pratiche agroecologiche ci permettono di lavorare per ridurre le dipendenze dalle fonti fossili, valorizzando le varietà vegetali, tutelando le biodiversità. Produrre un impatto inferiore come risposta alla produzione industriale, salvaguardare le razze autoctone, effettuare una buona gestione dei pascoli, facendo attenzione a un allevamento sostenibile, attento a tutti i dettagli, compresa la gestione dei reflui».

Un cambiamento di paradigma necessario prima dell’apocalisse energetica e ambientale? «È necessario cambiare paradigma per la distribuzione e il consumo, favorire la filiera corta, il consumo critico, l’agricoltura locale. Tornare a rispettare la stagionalità dei prodotti. Non ci concentriamo su un solo aspetto, del tipo:” mangiamo meno carne e più verdure”. Vogliamo presentare un approccio olistico».

Nello studio che presenterete con Mercalli si leggerà del vostro approccio

Esempio della collaborazione tra IndACo e Slow Food

alla conferenza sul clima di Bonn? «Sì, c’è lo studio della letteratura e l’analisi delle relazioni tra cibo e clima. Abbiamo studiato come il cibo subisce un cambiamento in base ai diversi fenomeni come la migrazione climatica, che è un problema sociale di portata mondiale, perché le zone a rischio so già colpite da povertà e malnutrizione. E non hanno grandi responsabilità contro gli sprechi. Potremmo sfamare tutto il pianeta senza produrre di più perché siamo di più, ma cambiando paradigma».

E questo sistema funziona? Proponete dei casi di studio? «Lavoriamo da anni con il progetto IndACo (indicatori ambientali e CO2) del Centro Studi UniSiena dell’Università di Siena. Loro calcolano diversi parametri come la carbon footprint dei prodotti aderenti alla nostra filiera e li paragonano ad altrettanti prodotti di marchi della produzione industriale. L’impatto dei nostri prodotti è sempre minore».

 

Intervista di Andrea Aufieri

Filippo Thiery, favorire il professionismo nella meteorologia

Lavorare perché gli adulti di domani imparino a usare una previsione in modo corretto, Regolamentare un settore che vede svilire i bravi professionisti in favore di bot che propongono previsioni fittizie che sembrano piuttosto degli oroscopi. Da cinque anni il meteorologo Filippo Thiery è presente nella trasmissione «Geo» di Rai Tre, condotta da Sveva Sagramola. Il pubblico apprezza molto le sue previsioni con un taglio sull’impatto degli eventi atmosferici sull’agricoltura, sul dissesto urbano e sulla salute.

 

Filippo Thiery

Thiery si è laureato con lode in Fisica, con indirizzo teorico della materia alla Sapienza di Roma, per avere le basi sul determinismo e i sistemi disordinati e complessi. Si è poi specializzato sulla Fisica dell’atmosfera; ha ottenuto una borsa di studio in Climatologia all’Enea (Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente) e si è poi orientato sulla meteorologia previsionale in ambito operativo, a supporto di enti e istituzioni per l’emergenza e l’allertamento.

Qual è la risposta dell’utenza alla meteorologia spiegata da Thiery? «Le risposte degli utenti di “Geo” sono sempre molto attente, perché spesso sono legate ad attività professionali o di vita collettiva. Se faccio una colata di cemento nel mio vialetto ho interesse a sapere se piove o meno il giorno dopo, perché devo avere almeno 24 ore di bel tempo e non posso buttar via soldi e fatica». E le previsioni generaliste? «Può capitare di prestare un’attenzione “esagerata” a che tempo fa solo per andare a teatro, poi le stesse persone sono distratte se devono fare una scalata o avventurarsi in mare».

Perché è importante una cultura della meteorologia?
«Una cultura della meteorologia è importante soprattutto per l’aspetto emergenziale: bisogna saper leggere una previsione e sapere cosa si può chiedere e cosa no alla meteorologia. Il giorno prima si può dire se una regione viene colpita da un temporale, ma non è possibile determinare precisamente dove il temporale cadrà. La precipitazione ha un carattere di caos deterministico, occorre cautela. E poi l’Italia è un paese geomorfologicamente complesso. Fenomeni meteo ordinari possono avere effetti deflagranti perché, per fare un esempio in ambito urbano, il cemento impermeabile favorisce gli allagamenti. Inoltre bisogna conoscere i comportamenti di autoprotezione. Non tutti sono corretti, la conoscenza a volte non è sufficiente».

Perché tanta diffidenza e comunque tanta morbosità nei confronti di quella che è a tutti gli effetti una scienza? «In altri ambiti, tipo l’astrofisica, non parliamo neanche di previsioni, perché i fenomeni che osserviamo li consideriamo come certezze acquisite. Per quanto riguarda l’atmosfera è esattamente il contrario: l’incertezza domina, per cui ogni tre giorni le previsioni perdono credibilità, anche entro i 5 giorni in caso di alta pressione, ma poi tutto diventa oroscopo».

 

Filippo Thiery, stile divulgativo

I mass media sembrano alimentare, però, una sensazione di rabbia e di impotenza da scaricare sul clima e sulle previsioni. Facciamo ancora una volta l’esempio delle cosiddette bombe d’acqua. Perché? «Il problema del linguaggio è cruciale. Mina alle basi la cultura della meteorologia. Il sensazionalismo distorce l’informazione. Come se, in medicina, ci si abituasse a confondere stomaco, intestino e fegato, perché “tanto è sempre pancia”. La meteo tra tutte le discipline scientifiche subisce questa libertà discriminatoria. Non si può parlare di nubifragio per qualsiasi pioggia. Sarebbe utile capire se l’impatto è amplificato dalle caratteristiche del territorio su cui cade. Pensiamo all’espressione “bomba d’acqua”: è come se chiamassimo bomba in gola una faringite. Il messaggio è fuorviante, perché non sappiamo se una catastrofe si genera perché poi in una città si tombano fiumi o si fanno altre cose rilevanti per questo problema».

La ricetta di Thiery per contrastare questa deriva? «La televisione e i media hanno a che fare con l’immaginario collettivo. Bernacca e Baroni riuscirono a portare al centro del loro linguaggio termini non facili come “isobare”. Questo significa molto. Dovremmo portare queste tematiche anche nelle scuole, dando agli adulti di domani quanto meno le basi per usare una previsione. Non dico introdurre la materia, che può risultare troppo complessa, ma dare le basi. E poi a tutti bisognerebbe far capire di non fidarsi delle previsioni fittizie elaborate da brutti prodotti di previsione automatica, anche perché in Italia il rischio è all’ordine del giorno. Andrebbero proprio evitate».

Quanto lavoro c’è dietro una buona previsione meteorologica? «Per l’elaborazione delle previsioni esiste uno standard internazionale, metodologie collaudate per i professionisti, a differenza degli appassionati che si improvvisano. E poi occorre grande umiltà, mettersi sempre in dubbio, confrontarsi con i colleghi, studiare lo storico di un fenomeno, non dare mai tutta o troppa la rilevanza agli studi elaborati da modelli numerici, perché sono, appunto, elaborazioni. All’utenza interessa passare dai modelli alla previsione vera e propria. Non si tratta di un passaggio banale. Si usano i computer, con tutti i rischi derivanti da un sistema caotico. Qui interviene il professionista che dà un supporto oggettivo, tira fuori la diagnosi (atmosfera attuale) e la prognosi (previsione più affidabile). Non bisogna diventare schiavi del modello, ma usarlo come un chirurgo usa il bisturi: strumento importante, ma se non lo si maneggia bene…».

E poi bisogna rendere tutto questo lavoro un’attività divulgativa. Come ci si riesce? «L’ultimo miglio della comunicazione è importante: occorre non essere autoreferenziali, fare un uso serio della terminologia, della nomenclatura dove necessaria, senza semplificazioni laddove queste siano imprecise. E comunque il più possibile entro i limiti della complessità che il territorio italiano presenta».

Fino a che punto è possibile creare un’educazione dell’audience, evitare di rispondere sempre alla pancia degli utenti? «Parlo della mia esperienza nella rubrica “Geo”. Abbiamo la grande possibilità che la meteorologia ci dà di aprire continuamente finestre sul territorio – quindi vicine all’esperienza quotidiana della gente nei luoghi in cui vive – traendo spunto dagli eventi atmosferici del giorno tramite webcam, foto e video pescati sui social, immagini inviate dai telespettatori, spezzoni di servizi del telegiornale, per raccontare non solo cosa sta avvenendo dal punto di vista della situazione meteorologica, delle previsioni per l’indomani, degli impatti sul territorio e nelle città, dei rischi associati, delle accortezze da prendere, ma talvolta anche per dedicare qualche minuto a pillole di meteorologia e di fisica dell’atmosfera, spiegando il perché di un fenomeno, dall’arcobaleno alla rugiada ai vari tipi di nubi, e così via».

«Provare poi a spiegare con riferimenti concreti concetti più complessi come la fisica che c’è dietro, cogliendo cioè l’occasione per fare della divulgazione scientifica, in ultima analisi per dare un contributo culturale che vada al di là della finalità pratica della rubrica».

Ci hai inviato due video dalla tua rubrica: il primo di una puntata in cui hai approfittato della foto di un fenomeno di illusione ottica particolare come “l’arco circumorizzontale” per spiegare brevemente cos’è e in quali condizioni si forma, e un secondo dedicato, sempre cogliendo l’occasione di aver reperito alcune fotografie molto affascinanti, a spiegare la differenza fra rugiada congelata, brina e galaverna. Un lavoro non da tutti. «La risposta in termini di audience è stata sempre particolarmente positiva, e questa vuole essere un po’ una risposta alla visione – per fortuna minoritaria – di chi sostiene che in televisione si possa parlare al massimo di “cielo sereno” o “cielo nuvoloso”, e che sia fuori luogo già il solo distinguere le nubi cumuliformi da quelle stratiformi perché “alla gente non gliene importa niente, vuole solo sapere se c’è il sole o no”. Per fortuna al giorno d’oggi siamo in parecchi a non pensarla così, e siamo invece convinti che il grande pubblico sia molto più pronto di quanto non si creda a recepire informazioni serie e approfondite».

Come coltivare questa tendenza? «L’Italia è l’unico paese a non avere un servizio nazionale civile per la meteorologia, esiste solo quello militare, e sono così nati molti servizi privati, tanto da essersi creato un vasto arcipelago. In questo contesto frammentato è difficile fare emergere la percezione reale della professionalità degli operatori, che se poi vanno all’estero sono invece accolti per il loro valore. Bisogna scremare le realtà serie da chi approfitta della scarsa regolamentazione del settore perché in questo momento chiunque può aprirsi un sito e fare previsioni amatoriali».

 

Autore: Andrea Aufieri

 

 

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