Cibo e clima: il paradigma di Slow Food

«Una delle prime cause del cambiamento climatico è il sistema alimentare, in cui l’agricoltura, la produzione alimentare, il trasporto e la commercializzazione consumano più energia proveniente da carburanti fossili di qualsiasi altro settore industriale». Questo è uno degli assunti principali del Documento di Posizione pubblicato da Slow Food insieme agli appelli per la policy making delle Cop21 di Parigi, 22 di Marrakech e per l’imminente Cop23 di Bonn. E questo è anche il nucleo di uno studio che sarà presentato a breve da Slow Food sotto la direzione del meteorologo e climatologo Luca Mercalli.

 

Jacopo Ghione, Slow Food

Ne abbiamo discusso con Jacopo Ghione, responsabile dei progetti internazionali di Slow Food, dirigente del progetto Arca del Gusto e coordinatore delle campagne Slow Meat e Clima per la fondazione Slow Food per la biodiversità: «Slow Food si impegna da sempre contro la perdita di biodiversità vegetale e animale, le monocolture, l’agricoltura industriale. Abbiamo scelto di affrontare concretamente il tema dell’emergenza sul clima, preoccupati dalla velocità con il quale avviene il cambiamento. Abbiamo deciso di fare attenzione alle interazioni tra clima e sistema alimentare. Non da un punto di vista scientifico, perché non siamo scienziati, ma tenendo in considerazione tutta la letteratura prodotta su questi argomenti e valutandoli dal punto di vista della produzione alimentare e di tutta la sua filiera».

Il 30 per cento delle emissioni di gas serra proviene dai processi per la produzione del cibo e dalla polluzione animale: «Il sistema è quindi vittima, ma anche causa del cambiamento climatico. Non solo. Noi pensiamo che possa anche essere parte attiva della soluzione: Lo studio che presenteremo con Mercalli affronterà proprio alcune di queste soluzioni. Siamo partiti da una vasta letteratura sul tema per proporne le migliori. Penso ai principali impattanti sull’ambiente, come l’uso di derivati del petrolio per i diserbanti. Quello a cui ci siamo paurosamente abituati è un sistema con troppe macchine, un sistema energivoro, che provoca anche un grande spreco di acqua».

«Bisogna lavorare a un modello valido per l’ambiente e per il sociale, vogliamo dire basta alle condizioni dei piccoli produttori, costretti a sottostare ai colossi, con un meccanismo che permette a mere dinamiche di mercato di fare il prezzo. I costi di questo sistema ricadono sulla salute di tutti».

Cosa fare per contrastare questa deriva? «Lavoriamo con i produttori per aiutare e tutelare prodotti a rischio scomparsa, per esempio. E dobbiamo comunicare per sensibilizzare le persone e arrivare al colloquio con gli autori del policy making. Occorre mantenere uno sguardo d’insieme, tenere in considerazione tutta la filiera. Il sistema dei trasporti, quello energetico, l’industria».

La parola chiave può essere “resilienza”? «La resilienza deve essere la qualità principale di quello che chiamiamo “Sistema agroecologico”, che deve contrastare l’attuale sistema industriale. Pratiche agroecologiche ci permettono di lavorare per ridurre le dipendenze dalle fonti fossili, valorizzando le varietà vegetali, tutelando le biodiversità. Produrre un impatto inferiore come risposta alla produzione industriale, salvaguardare le razze autoctone, effettuare una buona gestione dei pascoli, facendo attenzione a un allevamento sostenibile, attento a tutti i dettagli, compresa la gestione dei reflui».

Un cambiamento di paradigma necessario prima dell’apocalisse energetica e ambientale? «È necessario cambiare paradigma per la distribuzione e il consumo, favorire la filiera corta, il consumo critico, l’agricoltura locale. Tornare a rispettare la stagionalità dei prodotti. Non ci concentriamo su un solo aspetto, del tipo:” mangiamo meno carne e più verdure”. Vogliamo presentare un approccio olistico».

Nello studio che presenterete con Mercalli si leggerà del vostro approccio

Esempio della collaborazione tra IndACo e Slow Food

alla conferenza sul clima di Bonn? «Sì, c’è lo studio della letteratura e l’analisi delle relazioni tra cibo e clima. Abbiamo studiato come il cibo subisce un cambiamento in base ai diversi fenomeni come la migrazione climatica, che è un problema sociale di portata mondiale, perché le zone a rischio so già colpite da povertà e malnutrizione. E non hanno grandi responsabilità contro gli sprechi. Potremmo sfamare tutto il pianeta senza produrre di più perché siamo di più, ma cambiando paradigma».

E questo sistema funziona? Proponete dei casi di studio? «Lavoriamo da anni con il progetto IndACo (indicatori ambientali e CO2) del Centro Studi UniSiena dell’Università di Siena. Loro calcolano diversi parametri come la carbon footprint dei prodotti aderenti alla nostra filiera e li paragonano ad altrettanti prodotti di marchi della produzione industriale. L’impatto dei nostri prodotti è sempre minore».

 

Intervista di Andrea Aufieri

Filippo Thiery, favorire il professionismo nella meteorologia

Lavorare perché gli adulti di domani imparino a usare una previsione in modo corretto, Regolamentare un settore che vede svilire i bravi professionisti in favore di bot che propongono previsioni fittizie che sembrano piuttosto degli oroscopi. Da cinque anni il meteorologo Filippo Thiery è presente nella trasmissione «Geo» di Rai Tre, condotta da Sveva Sagramola. Il pubblico apprezza molto le sue previsioni con un taglio sull’impatto degli eventi atmosferici sull’agricoltura, sul dissesto urbano e sulla salute.

 

Filippo Thiery

Thiery si è laureato con lode in Fisica, con indirizzo teorico della materia alla Sapienza di Roma, per avere le basi sul determinismo e i sistemi disordinati e complessi. Si è poi specializzato sulla Fisica dell’atmosfera; ha ottenuto una borsa di studio in Climatologia all’Enea (Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente) e si è poi orientato sulla meteorologia previsionale in ambito operativo, a supporto di enti e istituzioni per l’emergenza e l’allertamento.

Qual è la risposta dell’utenza alla meteorologia spiegata da Thiery? «Le risposte degli utenti di “Geo” sono sempre molto attente, perché spesso sono legate ad attività professionali o di vita collettiva. Se faccio una colata di cemento nel mio vialetto ho interesse a sapere se piove o meno il giorno dopo, perché devo avere almeno 24 ore di bel tempo e non posso buttar via soldi e fatica». E le previsioni generaliste? «Può capitare di prestare un’attenzione “esagerata” a che tempo fa solo per andare a teatro, poi le stesse persone sono distratte se devono fare una scalata o avventurarsi in mare».

Perché è importante una cultura della meteorologia?
«Una cultura della meteorologia è importante soprattutto per l’aspetto emergenziale: bisogna saper leggere una previsione e sapere cosa si può chiedere e cosa no alla meteorologia. Il giorno prima si può dire se una regione viene colpita da un temporale, ma non è possibile determinare precisamente dove il temporale cadrà. La precipitazione ha un carattere di caos deterministico, occorre cautela. E poi l’Italia è un paese geomorfologicamente complesso. Fenomeni meteo ordinari possono avere effetti deflagranti perché, per fare un esempio in ambito urbano, il cemento impermeabile favorisce gli allagamenti. Inoltre bisogna conoscere i comportamenti di autoprotezione. Non tutti sono corretti, la conoscenza a volte non è sufficiente».

Perché tanta diffidenza e comunque tanta morbosità nei confronti di quella che è a tutti gli effetti una scienza? «In altri ambiti, tipo l’astrofisica, non parliamo neanche di previsioni, perché i fenomeni che osserviamo li consideriamo come certezze acquisite. Per quanto riguarda l’atmosfera è esattamente il contrario: l’incertezza domina, per cui ogni tre giorni le previsioni perdono credibilità, anche entro i 5 giorni in caso di alta pressione, ma poi tutto diventa oroscopo».

 

Filippo Thiery, stile divulgativo

I mass media sembrano alimentare, però, una sensazione di rabbia e di impotenza da scaricare sul clima e sulle previsioni. Facciamo ancora una volta l’esempio delle cosiddette bombe d’acqua. Perché? «Il problema del linguaggio è cruciale. Mina alle basi la cultura della meteorologia. Il sensazionalismo distorce l’informazione. Come se, in medicina, ci si abituasse a confondere stomaco, intestino e fegato, perché “tanto è sempre pancia”. La meteo tra tutte le discipline scientifiche subisce questa libertà discriminatoria. Non si può parlare di nubifragio per qualsiasi pioggia. Sarebbe utile capire se l’impatto è amplificato dalle caratteristiche del territorio su cui cade. Pensiamo all’espressione “bomba d’acqua”: è come se chiamassimo bomba in gola una faringite. Il messaggio è fuorviante, perché non sappiamo se una catastrofe si genera perché poi in una città si tombano fiumi o si fanno altre cose rilevanti per questo problema».

La ricetta di Thiery per contrastare questa deriva? «La televisione e i media hanno a che fare con l’immaginario collettivo. Bernacca e Baroni riuscirono a portare al centro del loro linguaggio termini non facili come “isobare”. Questo significa molto. Dovremmo portare queste tematiche anche nelle scuole, dando agli adulti di domani quanto meno le basi per usare una previsione. Non dico introdurre la materia, che può risultare troppo complessa, ma dare le basi. E poi a tutti bisognerebbe far capire di non fidarsi delle previsioni fittizie elaborate da brutti prodotti di previsione automatica, anche perché in Italia il rischio è all’ordine del giorno. Andrebbero proprio evitate».

Quanto lavoro c’è dietro una buona previsione meteorologica? «Per l’elaborazione delle previsioni esiste uno standard internazionale, metodologie collaudate per i professionisti, a differenza degli appassionati che si improvvisano. E poi occorre grande umiltà, mettersi sempre in dubbio, confrontarsi con i colleghi, studiare lo storico di un fenomeno, non dare mai tutta o troppa la rilevanza agli studi elaborati da modelli numerici, perché sono, appunto, elaborazioni. All’utenza interessa passare dai modelli alla previsione vera e propria. Non si tratta di un passaggio banale. Si usano i computer, con tutti i rischi derivanti da un sistema caotico. Qui interviene il professionista che dà un supporto oggettivo, tira fuori la diagnosi (atmosfera attuale) e la prognosi (previsione più affidabile). Non bisogna diventare schiavi del modello, ma usarlo come un chirurgo usa il bisturi: strumento importante, ma se non lo si maneggia bene…».

E poi bisogna rendere tutto questo lavoro un’attività divulgativa. Come ci si riesce? «L’ultimo miglio della comunicazione è importante: occorre non essere autoreferenziali, fare un uso serio della terminologia, della nomenclatura dove necessaria, senza semplificazioni laddove queste siano imprecise. E comunque il più possibile entro i limiti della complessità che il territorio italiano presenta».

Fino a che punto è possibile creare un’educazione dell’audience, evitare di rispondere sempre alla pancia degli utenti? «Parlo della mia esperienza nella rubrica “Geo”. Abbiamo la grande possibilità che la meteorologia ci dà di aprire continuamente finestre sul territorio – quindi vicine all’esperienza quotidiana della gente nei luoghi in cui vive – traendo spunto dagli eventi atmosferici del giorno tramite webcam, foto e video pescati sui social, immagini inviate dai telespettatori, spezzoni di servizi del telegiornale, per raccontare non solo cosa sta avvenendo dal punto di vista della situazione meteorologica, delle previsioni per l’indomani, degli impatti sul territorio e nelle città, dei rischi associati, delle accortezze da prendere, ma talvolta anche per dedicare qualche minuto a pillole di meteorologia e di fisica dell’atmosfera, spiegando il perché di un fenomeno, dall’arcobaleno alla rugiada ai vari tipi di nubi, e così via».

«Provare poi a spiegare con riferimenti concreti concetti più complessi come la fisica che c’è dietro, cogliendo cioè l’occasione per fare della divulgazione scientifica, in ultima analisi per dare un contributo culturale che vada al di là della finalità pratica della rubrica».

Ci hai inviato due video dalla tua rubrica: il primo di una puntata in cui hai approfittato della foto di un fenomeno di illusione ottica particolare come “l’arco circumorizzontale” per spiegare brevemente cos’è e in quali condizioni si forma, e un secondo dedicato, sempre cogliendo l’occasione di aver reperito alcune fotografie molto affascinanti, a spiegare la differenza fra rugiada congelata, brina e galaverna. Un lavoro non da tutti. «La risposta in termini di audience è stata sempre particolarmente positiva, e questa vuole essere un po’ una risposta alla visione – per fortuna minoritaria – di chi sostiene che in televisione si possa parlare al massimo di “cielo sereno” o “cielo nuvoloso”, e che sia fuori luogo già il solo distinguere le nubi cumuliformi da quelle stratiformi perché “alla gente non gliene importa niente, vuole solo sapere se c’è il sole o no”. Per fortuna al giorno d’oggi siamo in parecchi a non pensarla così, e siamo invece convinti che il grande pubblico sia molto più pronto di quanto non si creda a recepire informazioni serie e approfondite».

Come coltivare questa tendenza? «L’Italia è l’unico paese a non avere un servizio nazionale civile per la meteorologia, esiste solo quello militare, e sono così nati molti servizi privati, tanto da essersi creato un vasto arcipelago. In questo contesto frammentato è difficile fare emergere la percezione reale della professionalità degli operatori, che se poi vanno all’estero sono invece accolti per il loro valore. Bisogna scremare le realtà serie da chi approfitta della scarsa regolamentazione del settore perché in questo momento chiunque può aprirsi un sito e fare previsioni amatoriali».

 

Autore: Andrea Aufieri

 

 

Viaggio nell’immaginario e nel linguaggio della meteorologia – Parte II

Riprendiamo il nostro cammino nel linguaggio e nell’immaginario legato alla meteorologia e alla climatologia intrapreso nella prima parte dell’intervista al semiologo e filologo dell’Università del Salento, Carlo Alberto Augieri.

(…)

 

La paura che attraversa la nostra epoca ha cambiato la percezione del nostro rapporto con la natura?

«Con la dimensione tecnologica il tempo non dipende dalla tecnica, ma vi reagisce. Il tempo, potremmo dire, è diventato un rapporto di paura con il mondo, che implica una condanna con l’abuso ecologico del nostro tempo. Potremmo dire che il tempo è legato alla paura ecologica della nostra epoca, una climatologia distopica. Oltre che della bomba atomica l’uomo ha paura del tempo nemico, ritorna l’archetipo del diluvio. L’immagine archetipica del diluvio ha ripreso piede come minaccia del mondo. Mentre nella bibbia era una punizione di dio, oggi è una risposta minacciosa della natura al peccato ecologico. Non c’è più l’aspetto del peccato morale, ma cresce quello ecologico, che consente la ribellione della natura. La natura è umanizzata perché può avere rispondenza di rivolta punitiva verso l’uomo e i suoi soprusi. Il clima diventa uno schermo della nuova paura a livello mondiale: l’apocalisse ecologica che si esprime con la tempesta».

Proprio la comparazione tra la tempesta e l’ espressione “bomba d’acqua” offre degli spunti interessanti anche dal punto di vista antropologico e semantico. Può analizzare queste espressioni?

«Senz’altro. La tempesta è collegata a un insieme di componenti che raggruppati formano il collettivo del clima. La bomba d’acqua è invece proprio l’acqua che diventa minacciosa cadendo dall’alto, causando morte e distruzione. Ma è una qualità trasferita all’acqua. La tempesta implica anche vento, tuono, lampo. La pioggia cade in modo abnorme, violento, massivo. Il suo sconvolgere nell’essere portatrice di rovina assomiglia a una bomba. Sottintende un rapporto di guerra, non più di amore, tra l’uomo e la natura. E a entrare in guerra, che è la peggiore connotazione del rapporto tra umani, non è più l’uomo, ma la natura. Perché si difende dalla tracotanza umana nei confronti della sua maternità. La vecchia idea di natura matrigna viene ad avere una giusta causa, prima era relegata all’idea di destino avverso all’uomo, che ne era innocentemente vittima. Qui ora non c’è un destino nei confronti dell’uomo, ma un’idea di rivolta, di vendetta meritata, di guerra contro di esso. Connotare in questo modo un violento fenomeno, quando l’espressione “bomba d’acqua” può essere usata a proposito, è l’espressione di un autolesionismo da parte dell’essere umano. Perché mentre il destino ha dell’arcano – ricordiamo la natura matrigna del Leopardi – qui ci troviamo invece in un rapporto causa-effetto. La natura non è matrigna, lo diventa. È la vendetta di una madre offesa, che si avventa contro l’uomo che la sfrutta. Diventa così una critica alla società così come si è imposta».

 

Il professor Carlo Alberto Augieri

C’è l’aspetto di un reale cambiamento dei rapporti tra uomo e natura, ma abbiamo sotto gli occhi continui esempi di esasperazione del linguaggio che aumentano in maniera distorta la “percezione del rischio”.

«Come in molti aspetti della vita contemporanea, anche nella meteorologia quotidiana, quella che non descrive davvero fenomeni violenti, la paura effettiva viene esasperata, ma al livello comune c’è sempre una emotività che crea l’iperbole del reale. L’influsso dell’industria massmediatica e del marketing offrono questo spettacolo: destare paura è sempre stato un atteggiamento del potere, perché questo crea l’idea di soccorso e di aiuto. Un dato di fatto è reale: tanta anidride carbonica ha causato uno squilibrio del rapporto entro la composizione dell’atmosfera. Gas serra, effetto serra, realtà. Di fronte alla natura l’uomo continua a sentirsi piccolo, inerme. La nuova globalizzazione del disastro ecologico causa la paura. Chi minimizza dice il vero oppure lo fa per permettere alle industrie di inquinare senza problemi?»

E chi invece produce uno squilibrio informativo, disegnando un fenomeno intenso come una catastrofe?

«Come in tutte le cose il ruolo delle due culture, umanistica e scientifica, è importante. Unite hanno un ruolo critico e forniscono una coscienza critica che sensibilizza a una reale considerazione dei fenomeni atmosferici. I sintomi con cui oggi la natura ci parla devono essere interpretati come un linguaggio della natura che ci invita all’attenzione, al non abuso, al non sfruttamento. L’eco-umanesimo vorrebbe essere un ripristino di quello che ogni utopia ha sempre sognato e sta alla base delle religioni, con l’idea della vita da vivere come un giardino, perché alla natura che fiorisce per l’uomo corrisponda un uomo che custodisca la natura».

Autore Andrea Aufieri

Viaggio nell’immaginario e nel linguaggio della meteorologia – Parte I

Carlo Alberto Augieri è professore ordinario di Critica letteraria e Letterature comparate. I suoi corsi principali sono Critica letteraria ed Ermeneutica del testo e Narratologia all’Università del Salento. Si occupa prevalentemente di teoria e critica letteraria, semiologia, retorica e filosofia del linguaggio. È direttore delle riviste “Symbolon” e “Generazioni di Scritture”. È presidente dell’Osservatorio permanente europeo della Lettura (Università di Siena-Arezzo) e membro della Giunta di Consulta di Critica letteraria e Letterature comparate.

San Vito Chietino (CH) – 17.08.2016 – Angelo Ruggieri

Inauguriamo con una sua intervista in due parti un viaggio nella lingua e nell’immaginario popolare legato alla meteorologia e alla climatologia.

Che cos’è l’immaginario, professore, è perché questo è così legato al tempo, in senso sia cronologico che meteorologico?

Il professor Carlo Alberto Augieri

«L’immaginario parte sempre dalla realtà vissuta, che si trasforma in realtà esistenziale, realtà di desiderio, realtà emozionale. Ecco perché siamo tutti implicati nel tempo, la stessa vita è tempo. Noi pensiamo il tempo e ci pensiamo nel tempo, perché noi siamo tempo. Il tempo non è soltanto esterno, ma interno al nostro vivere. Il nostro modo di agire e pensare è legato alla temporalità. Non saprei vedere un pensiero senza memoria, infatti. Tornando all’immaginario legato alla memoria, il nostro vivere e pensare al mondo è intimamente legato al tempo. Quando uno si pensa, lo fa all’interno di una nostalgia, di un ricordo. Oppure all’interno di una speranza, di un progetto, di un futuro. È temporalità che si fa coscienza».

«Ancora una riflessione sul tempo cronologico. Partiamo da un esempio: l’espressione “perdere tempo” è estremamente legata alla nostra epoca, quando stava nascendo la società mercantile. Prima non si guardava al tempo come qualcosa che si perde o si guadagna. Dobbiamo riflettere sul processo mentale che ha trasformato il tempo come una quantità».

Qual è la differenza con la percezione del tempo meteorologico?

«Il tempo meteorologico era più intrinseco alla vita contadina, dove il lavoro era in stretta connessione con questo. Raccolti e semina erano legati al clima. Vi era una relazione stretta tra natura e cultura, lavoro e produzione agricola. Possiamo dire che la società industriale pian piano ci emancipa dalla dipendenza dal clima. Ora è più in rapporto alla vacanza, lo abbiamo turistizzato o sportivizzato. L’andare o meno in un posto è legato al clima».

Eppure gli italiani hanno un rapporto morboso con la meteorologia. Tra le parole più cliccate negli ultimi anni, Google ha mostrato che le ricerche sulle previsioni meteo da noi superano addirittura la pornografia, regina incontrastata negli altri paesi.

Google Trend: Comparazione tra le ricerche su Meteo e Pornografia

«Mi piace cogliere quello che c’è dentro l’espressività che denota il significato dei parlanti. Molta meteo e meno porno può stare in questa varietà: il tempo di fuori è controllabile e ci fa stare bene nel mondo di dentro; d’estate ci preoccupa la possibilità di passare una giornata di vacanza al sole. Esprimiamo un senso di comodità e arroganza nei confronti del tempo, che deve conformarsi alle nostre abitudini, per cui essere discordanti rispetto al tempo denota squilibri emozionali tra i concetti, per esempio, di famiglia, abitudine, vacanze».

Come si spiega, quindi, questa morbosità?

«Siamo diventati così comodi che la pioggia ci dà fastidio perché ci rovina un’uscita. Si denota una crescita del sentimento accasante che vede appunto le nostre mura domestiche come una protezione dall’esterno, Uscire, trovare, osservare, prevedere la pioggia può in qualche modo estendere questa mentalità troppo domestica e addomesticata, così accogliamo la prevenzione del tempo. Il traffico va in tilt, l’umidità ci mette in crisi, e ci siamo imposti il dovere di star bene, di essere sempre funzionali. La pretesa di essere funzionali ci lega alla schiavitù, al circolo vizioso salute-tempo-lavoro».

Ritornando all’immaginario, lei si sente vittima dei proverbi popolari? “Rosso di sera, bel tempo si spera. Rosso di mattina, la pioggia si avvicina”; “Cielo a pecorelle, pioggia a catinelle”; eccetera…

«Non mi sento vittima, ma mi danno gioia, perché colgo il rapporto soggetto-mondo. E mi ricordo di quella visione della natura come formata non da oggetti, ma da segni. Ne colgo i segnali premonitori, preveggenti dell’immediato futuro. I proverbi sono gli effetti di una mentalità interessante, direi antropo-semiologica nel trasformare i fenomeni della natura in segni temporali. Non solo riguardo al tempo ma nella temporalità dentro al tempo. “Rosso di sera…” segna tempo del futuro attraverso il tempo. “Pioggia a catinelle”: simultaneità. Una lettura bivoca come succedente e come significante di segni che contengono un significato temporale legato al futuro e alla sincronia».

«La capacità di leggere la natura come temporalità mi interessa, perché legata non artificialmente alla natura. Una qualità che l’uomo aveva senza dover ricorrere all’ elemento misuratore. Una mentalità diretta tra uomo e natura che si è persa perché è intercorsa la tecnica. Un rapporto non mediato che possedeva la capacità ermeneutica di significare i segni temporali della natura».

Qualcosa di questo legame è rimasto. Penso al trasferimento sul clima di emozioni umane: la parola “perturbazione”, per esempio.

«Abbiamo trasferito il perturbante, l’animo perturbato, un vocabolo riguardante il sentimento, la condizione psicologica alla natura, al clima. Dire “perturbante” assume una concettualità metaforica che esprime in modo condensativo un’intersecazione traslitterativa tra uomo e natura. In parole semplici: parole come questa sono il sintomo di una intimità tra vita interiore e mondo naturale esterno. Il tempo rappresenta sempre uno scambio tra intimo ed esterno, tra dentro e fuori. Il termine “perturbazione” ne è il sintomo semantico che noi proiettiamo nel tempo meteorologico».

Nel mondo contemporaneo siamo arrivati secondo lei a una specie di esasperazione di questa trasposizione morbosa tra clima e sentimenti umani?

«Più in generale, la terminologia e la semantica riguardante il clima riflettono anche l’epoca storica. Noi oggi vi proiettiamo un senso di paura, quasi di apocalisse. Viviamo, insomma, in un’ epoca del clima impazzito, schizofrenico, che non ha più naturalità di espressione, che ha perduto i segni premonitori, che ha perduto la dimensione causa-effetto in rapporto a ciò che esprime e sarà come tempo atmosferico. Questa schizofrenia ci mette paura, ci sembra che il tempo non è più fatto per l’uomo, la pioggia non è più fatta per l’uomo. Non dimentichiamo un altro aspetto, quale la presenza e l’invocazione dell’elemento divino in rapporto al tempo fisico. Datore del tempo buono e fecondo era sempre il santo patrono o il dio: “Volendo dio che piova”».

Continua nella Parte II

Autore Andrea Aufieri

Teleconnessioni: una guida in PDF da scaricare per comprendere meglio di cosa si tratta

Ripubblichiamo sulla nostra nuova home un validissimo contributo di Marco Magnani riguardo le teleconnessioni, il cui argomento non è tra i più semplici da affrontare per i meteoappassionati che da tanto tempo seguono il forum di MeteoNetwork.

L’obiettivo di “Teleconnessioni – Introduzione Generale” (la dispensa è qui allegata in formato pdf, clikkate sul link al termine del paragrafo) è quello di fornire le prime nozioni basilari in campo teleconnettivo attraverso una forma semplice e sintetica, illustrando schematicamente tutti quegli elementi che entrano in gioco nel momento in cui si compie un’analisi a scala globale, con particolare focus sull’influenza – diretta e indiretta – di questi, nel condizionare l’evoluzione sinottica e climatica dell’area europea e mediterranea.
Teleconnessioni – Introduzione Generale

Il documento risulta così suddiviso:

1) Parte introduttiva e brevi cenni storici, dai primi studi teleconnettivi ai tempi recenti.
2) Elenco delle principali teleconnessioni atmosferiche (NAO, AO, EA, PNA, SCAND, EA/WR, POL, WP, EP/NP)
3) Teleconnessioni oceaniche (ENSO, PDO, AMO, IOD)
4) Teleconnessioni ibride derivanti dal coupling oceano-atmosfera (MJO)
5) Teleconnessioni stratosferiche (QBO).
6) Link utili e fonti web e bibliografiche.
Buona lettura!
Marco Magnani

Le donne e la meteo, passione e impegno. 
Intervista a Serena Giacomin

Competenza, passione, fascino. Questo è ciò che anima e che riesce a trasmettere Serena Giacomin, volto ormai conosciuto e apprezzato del Centro Epson Meteo prestato alla divulgazione scientifica e alla conduzione delle previsioni per i canali Mediaset.
Ci è sembrato interessante intervistarla perché marzo è il mese della primavera, della Giornata mondiale della Meteorologia (che guarda caso ricorre nel giorno del suo compleanno) e della celebrazione della donna. Spunti di riflessione che speriamo possano dare un contributo alla cultura della meteorologia in Italia, com’è nello stile di MeteoNetwork.

Che cosa pensa Serena della qualità della divulgazione scientifica in ambito climatologico e meteorologico in Italia? «Nel mondo del giornalismo e della divulgazione meteorologica non è semplice far fronte all’avanzata di termini imprecisi oppure inopportuni. Certo, se noi divulgatori ci impegniamo a escludere un termine e poi il giornalista lo vuole per forza usare, qualcosa bisogna fare in termini di educazione. E se questo può valere per gli adulti, funzionerà molto bene con gli studenti: pensiamo a quanti di loro non fanno differenze tra oroscopo e previsione legata alla scienza. È proprio in questa direzione e con queste finalità che il Centro Epson ha avviato il suo “Progetto Scuole”».

Ci possiamo fidare delle previsioni del tempo? Val al video →

 

La passione per la meteorologia in Serena è legata come un nodo a spina all’amore per il mare, va in barca sin da piccola e impara a padroneggiare il windsurf, il catamarano, poi la regata. Diventa anche istruttrice di vela. «Ho imparato a conoscere i movimenti del vento, perché li si vede scritti sulla superficie del mare». E il mare la fa sognare in grande: «Al liceo immaginavo di poter entrare come meteorologa in un team dell’America’s Cup!».

Quindi la laurea in Fisica dell’atmosfera, con un’importante tesi sperimentale sul trasferimento radiativo. Se vi state chiedendo cos’è, si tratta, semplificando, delle interazioni tra le radiazioni di origine solari e la materia nella nostra atmosfera. Nei modelli climatologici questa è importante per sapere come si comporteranno le molecole di CO2 e capire se, come e quando pioverà.

«Ho messo a punto – spiega Serena – un sistema migliorativo del modello delle nubi fredde per aumentare la precisione delle previsioni atmosferiche». Quindi un Master in Energie Rinnovabili ed efficienza energetica, e quindi il lavoro come fisico all’Eni nel campo delle energie rinnovabili per l’estrazione petrolifera. Finché un giorno, nel 2011 «un mio ex professore mi avvisa che Class Editore sta facendo dei provini per un format sulla meteorologia, The Weather Channel. Chi si occupa di ricerca, ho sempre pensato, deve saperla comunicare. Mi fanno un provino al quale arrivo terrorizzata. Poi mi prendono. I miei capi mi hanno dato da subito fiducia: non pensavo fosse così dura, ma mi hanno fatto lavorare tutti i giorni finché questa per me è diventata una routine. Il mio percorso di crescita è stato veloce e graduale allo stesso tempo: lavorando tutti i giorni ho potuto migliorare la mia dizione, eliminare i tic e le agitazioni, far emergere quello che volevo comunicare davvero».

E cosa vuole comunicare Serena? Ha uno stile “femminile”, accogliente e colloquiale, nel comunicare una notizia che sa palesemente maneggiare: «Porto in tv quello che so e cerco di renderlo interessante per tutti. Sono sempre stata ispirata dal modello di divulgazione di Margherita Hack, che sembrava volesse dire: “So una cosa che devo assolutamente dirti perché è troppo bella!”».

La febbre dei ghiacciai alpini. Vai al video →

Con grande caparbietà e testardaggine, Serena va avanti. Da tre anni è Epson Meteo, per cui conduce le presentazioni per Mediaset, le Pillole Meteo e le previsioni del Tg5. Si è mai sentita avversata o facilitata nel suo lavoro per il fatto di essere donna? «Non mi sono sentita avversata per il mio essere donna, ma neanche sono stata aiutata. Qualche volta al lavoro può capitare che qualcuno faccia considerazioni medievali, ma nulla che mi blocchi».

Non si può non riconoscere, però, che la sottocultura italiana non sia attraversata da una disparità di genere: se pensiamo alla meteorologia, pensiamo a un colonnello dell’aeronautica serissimo e competente, mentre per le donne c’è il modello della meteorina: «Quello televisivo è un ambiente particolare, combatterò sempre questa deriva, ma in questo mondo lavorano persone che hanno grande professionalità e lavorano sull’inconscio delle persone. Il problema delle meteorine si risolverà con il lavoro a monte nelle scuole di cui dicevo prima».

E con l’impegno per le Stem Girls, le ragazze appassionate di materie scientifiche che oggi danno lavoro in maggioranza agli uomini. L’acronimo Stem sta per “Science, technology, engineering, mathematics”: «Questa è una battaglia che mi appassiona. È necessario dare coraggio alle donne nell’approccio alle materie scientifiche. È incredibile pensare che il 97% dei premi Nobel in ambito scientifico siano stati assegnati a uomini, che gli incarichi di ricerca scientifica svolti da donne siano meno di un terzo del totale, peggio ancora gli incarichi accademici, fermi all’11%. E poi c’è da sconfiggere la mentalità del 70% degli italiani convinti che le donne non abbiano capacità nel campo della scienza».

Riscaldamento dell’artico ed ipotesi di influenza sui pattern invernali

Nel percorso contrassegnato dal riscaldamento globale, si è andata progressivamente evidenziando una sproporzione nell’aumento delle temperature tra le varie fasce dell’emisfero nord.

L’incremento nelle regioni artiche e subartiche, in particolare nel trimestre invernale, sono state le più ragguardevoli.

Il motivo di ciò sta nel concorso di alcune componenti ovvero il maggiore calore latente e la percentuale più alta di umidità relativa durante la stagione autunnale con conseguente incremento della nuvolosità e delle precipitazioni nella fase di progressivo raffreddamento radiativo .

Tutto questo ha influito nel rallentare la perdita di calore verso lo spazio.

Confrontando infatti il trend è visibile il maggior incremento termico della fascia inclusa nella cd. “cella polare” (90-70N) rispetto le altre zone climatiche.

Negli ultimi 10 anni poi la sproporzione si è ulteriormente amplificata non solo nei valori di anomalìa delle temperature al suolo ma anche in quota comportando progressivamente una diminuzione dello “scalino” termico tra le Celle polari e di Ferrel.

Ci si potrebbe domandare se questa variazione in qualche modo possa influenzare anche la circolazione generale nel N.H. e in che modo.

La correlazione lineare tra zonal wind a 300 hpa che va ad individuare grossomodo il percorso del jet stream polare e l’Arctic Oscillation ha valori piuttosto significativi soprattutto nel comparto atlantico (salvo la Groenlandia terra montuosa ove la corrispondenza dei valori al suolo identificano la presenza costante o quasi di un’alta pressione termica) proprio tra i 60° ed i 70°N .

correlazione lineare corrente a getto polare e Arctic Oscillation

Se il rapporto tuttavia si fosse mantenuto tale nel tempo dovremmo assistere, in caso di AO + ad un grafico dei venti zonali più elevato rispetto la linea climatologica cosa che invece non è da ultimo dato di riscontrare come possiamo riscontrare nel grafico degli zonal winds in bassa stratosfera (150 hpa) influenzati dalle dinamiche troposferiche e appena al di sopra dell’altezza del percorso della corrente a getto .

Premetto che è assolutamente prematuro tentare di dimostrare ad oggi l’esistenza di un cambiamento nel comportamento della circolazione cercando di discernerne aspetti peculiari ed indipendenti dal normale regime di variabilità, tuttavia è abbastanza intuitivo ritenere che ad un ulteriore incremento delle temperature polari non possa che discendere, come diretta conseguenza, quella di un assottigliamento del gradiente termico e barico fra polo e medie latitudini.

Un percorso da parte delle westerlies, più frammentato ed ondulato ne potrebbe risultare l’immediato effetto.

Sono tutti aspetti che ormai da alcuni anni sono ricompresi in numerosi studi riguardanti il problema della cd. “amplificazione artica”.

Un ulteriore forte riscaldamento dovuto all’evento strong El Nino del 2015/2016, può senza dubbio aver avuto importanza nel tracciare le condizioni dell’inverno successivo e non si può ad oggi escludere che questo possa ancora, negli anni a venire, influenzare la circolazione atmosferica del nord emisfero.

Se infatti durante la fase attiva di El Nino vi è un incremento di gradiente a ragione del maggior riscaldamento delle fasce tropico-equatoriali, il successivo rilascio in atmosfera e trasporto verso latitudini più elevate può, al contrario, diminuirlo.

Come già visto le anomalìe termiche più di rilievo si registrano, nel trimestre invernale, nelle regioni artiche e subartiche e così anche nel campo del geopotenziale.

aumento gpt in sede polare

Infatti nella reanalisys delle anomalìe del geopotenziale (500 hpa) autunnali si può notare come l’incremento differenziale dell’altezza delle isoipse, nel periodo compreso dall’ inizio del XXI secolo ad oggi, si concentri nelle regioni artiche e subartiche mentre le medie latitudini registrino valori anche inferiori rispetto la campionatura del ventennio 1979/1999 (fig. 8).

Difficile pensare anche che le maggiori condizioni di instabilità presenti sul polo non stiano influenzando lo sviluppo del vortice polare.

Tali anomalie vanno poi a concentrarsi nel successivo trimestre invernale all’interno del polo con particolare riguardo all’artico russo-siberiano, nella zona del Mar di Kara.

 

Ne può discendere anche un’ulteriore conseguenza la cui evidenza sta proprio nel diretto rapporto tra la forza del vortice polare e la corrente a getto polare la quale, come detto, scorre tra i 60 ed i 70°N e delimita la circolazione polare da quella delle medie latitudini.

Ebbene, guardando il grafico, si può notare come la stessa abbia registrato proprio nei mesi invernali (ovvero quelli nei quali essa raggiunge la massima tensione) il più evidente calo di velocità (fig. 10).

Se dovessimo poi considerare l’inverno appena trascorso, dovremmo prendere inevitabilmente in considerazione gli effetti del pregresso Nino strong senza tuttavia poterci spingere per ora a poter desumere, quale fatto appurato, il superamento di un nuovo “scalino climatico” da attribuire al GW.

Tuttavia se il trend dei venti zonali dovesse continuare la propria discesa nel corso dei prossimi anni occorrerebbe prendere in considerazione, come detto sopra, aspetti ulteriori rispetto ai cambiamenti ascrivibili al normale regime di variabilità in quanto la maggiore ondulazione delle westerlies (controbilanciato da minori scambi verticali in seno alle onde lunghe di Rossby), derivante da un minor tensione zonale, potrebbe condurre sempre più alla persistenza di pattern durevoli e ripetitivi ovvero ad una diminuzione complessiva del regime generale di variabilità.

 

Su quelle che ad oggi paiono solo ipotesi basate sugli elementi analizzati e suffragate solo da pochi dati significativamente univoci, occorrerà effettuare un attento monitoraggio negli anni a venire.

 

 

 

 

 

Il concetto di “fronte troposferico” in questo splendido esempio di attualità meteo

La parte spettacolare della meteo, quella che molti non conoscono.

Prendendo spunto da questa boccata di ossigeno concessaci da un mese di aprile, finora trascorso in maniera soporifera, vi proponiamo una interessante riflessione sullo stato del tempo che si profila per gli ultimi giorni del mese. A tale scopo ci aiutiamo con l’immagine allegata, la quale si riferisce alle ore centrali di venerdì 28 aprile. Viene rappresentato il campo di temperatura calcolato dal modello in uso al Consorzio Lamma, sulla superficie corrispondente al campo di altezza geopotenziale di 850hPa, che in questo caso varia dai 1.380 ai 1.500 metri di quota geometrica.

Quanto si evince ci riporta senza troppi giri di parole al concetto di “fronte troposferico”, ossia una porzione di atmosfera entro la quale due masse d’aria dalle caratteristiche termodinamiche differenti vengono a contatto perchè costrette a convergere dalle correnti pilota. L’Azione di risucchio esercitata dal minimo di pressione presente sul nord Italia costringe le due masse d’aria ad avvicinarsi sino allo scontro. Questo processo riduce a poche centinaia di chilometri lo spazio entro il quale le caratteristiche della massa d’aria fredda di origine polare sfumano entro quelle della massa d’aria calda di origine tropicale.

Questa lunga fascia ondulata determinata proprio dall'incastro tra le due masse d’aria prende il nome di settore o zona frontale. L'asse lungo il quale le due masse d’aria rimangono in equilibrio tra loro è detta “linea frontale” e sull’immagine è rappresentata dal tratto ondulato bianco. Lo scontro tra le due masse d’aria crea un accumulo d’aria nei bassi strati, aria che quindi è costretta a sfuggire verso l’alto costruendo nubi e precipitazioni. Nasce così quella che noi chiamiamo perturbazione atmosferica, detta anche transiente oppure, come accennato poc’anzi, fronte.

Vi invito a notare in questo caso l’evidente differenza di temperatura che si determina nel giro di qualche centinaio di chilometri tra il golfo del Leone, dove a 1.450 metri di registrano 0°C e la Sicilia, dove a 1.500 metri si misurano +16°C, 16 gradi di differenza  in 700 chilometri circa., ma possiamo anche osservare i 7-8 gradi di differenza sull’Italia centrale nel giro di qualche decina di chilometri (dove infatti saranno possibili temporali).

Questo, oltre a determinare fenomeni piovosi piuttosto attivi a carico delle zone interessate dalla perturbazione, innesca anche un progressivo rinforzo del vento, il quale seguirà le frecce indicate in colore. A titolo di curiosità concludiamo osservando che sarà l’aria fredda a vincere il braccio di ferro (fronte freddo), respingendo verso levante il nastro di aria mite e questo determinerà un terzo fenomeno che potremo apprezzare concretamente: il deciso calo delle temperature tra venerdì 28 e sabato 29 aprile.

Luca Angelini

Al via la stagione temporalesca, ma l'attenzione è per il colpo di freddo della prossima settimana

Per quanto sempre più rare, le ondate di freddo tardivo ad aprile rientrano nella normalità climatica del nostro Paese. Il termine “freddo” si riferisce in questo caso ad una condizione per la quale le temperature si portano su valori al di sotto della media di diversi gradi e non certo quale “colpo di coda” dell'inverno. Quello che avverrà a partire dal metà della prossima settimana rientra proprio in uno di questi casi, il primo finora avvenuto nell'intera stagione primaverile.

Il meccanismo semplice ma efficace che porterà un consistente pacchetto di aria fredda sino a noi vedrà come protagonisti della scena un campo anticiclonico in espansione sul settore atlantico sin oltre il Circolo Polare. L'intrusione avverrà a nord della Norvegia e potrà contare sull'appoggio da parte di un centro depressionario ben attivo sulla Russia. Questa figura atmosferica fungerà da cinghia di trasmissione e andrà a pilotare un nucleo di aria artica marittima verso la Finlandia. Qui il flusso molto freddo verrà in parte miscelato da aria polare marittima meno fredda che si inserirà dal lato islandese, tuttavia sufficiente a generare un certo fermento atmosferico sul cuore dell'Europa e sull'Italia a partire da mercoledì 19 aprile.

Vistoso soprattutto il calo delle temperature, anche oltre 10 gradi rispetto ai (miti) valori attuali.

Intanto il tempo di Pasqua, che vedrà protagonista la coda di una debole perturbazione in transito veloce ad est dell'Italia, che potrà dar luogo ad annuvolamenti lungo i settori alpini di confine, ma soprattutto ad alcuni acquazzoni o brevi temporali sul medio versante adriatico e al sud. Nel pomeriggio qualche focolaio temporalesco possibile anche su Triveneto, est Lombardia ed Emilia Romagna. Ventoso ovunque.

La Pasquetta sarà un po' più tranquilla per via di un temporaneo rinforzo del diaframma anticiclonico sul settore occidentale dell'Europa. Il sole prevarrà ovunque, anche se nel corso della giornata avremo alcuni addensamenti in formazione lungo la cresta delle Alpi, sul Triveneto e, nel pomeriggio, anche nelle zone interne del centro-sud peninsulare, con isolate precipitazioni possibili. Le temperature sono stazionarie ancora superiori alla media del periodo, ma tendenti a calare lungo le Alpi per l'approssimarsi della nuova perturbazione, quella che transiterà tra martedì 18 e mercoledì 19 aprile e che aprirà le porte alla seguente discesa fredda di cui abbiamo parlato in apertura.

Luca Angelini

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