Viaggio nell’immaginario e nel linguaggio della meteorologia – Parte II

Riprendiamo il nostro cammino nel linguaggio e nell’immaginario legato alla meteorologia e alla climatologia intrapreso nella prima parte dell’intervista al semiologo e filologo dell’Università del Salento, Carlo Alberto Augieri.

(…)

 

La paura che attraversa la nostra epoca ha cambiato la percezione del nostro rapporto con la natura?

«Con la dimensione tecnologica il tempo non dipende dalla tecnica, ma vi reagisce. Il tempo, potremmo dire, è diventato un rapporto di paura con il mondo, che implica una condanna con l’abuso ecologico del nostro tempo. Potremmo dire che il tempo è legato alla paura ecologica della nostra epoca, una climatologia distopica. Oltre che della bomba atomica l’uomo ha paura del tempo nemico, ritorna l’archetipo del diluvio. L’immagine archetipica del diluvio ha ripreso piede come minaccia del mondo. Mentre nella bibbia era una punizione di dio, oggi è una risposta minacciosa della natura al peccato ecologico. Non c’è più l’aspetto del peccato morale, ma cresce quello ecologico, che consente la ribellione della natura. La natura è umanizzata perché può avere rispondenza di rivolta punitiva verso l’uomo e i suoi soprusi. Il clima diventa uno schermo della nuova paura a livello mondiale: l’apocalisse ecologica che si esprime con la tempesta».

Proprio la comparazione tra la tempesta e l’ espressione “bomba d’acqua” offre degli spunti interessanti anche dal punto di vista antropologico e semantico. Può analizzare queste espressioni?

«Senz’altro. La tempesta è collegata a un insieme di componenti che raggruppati formano il collettivo del clima. La bomba d’acqua è invece proprio l’acqua che diventa minacciosa cadendo dall’alto, causando morte e distruzione. Ma è una qualità trasferita all’acqua. La tempesta implica anche vento, tuono, lampo. La pioggia cade in modo abnorme, violento, massivo. Il suo sconvolgere nell’essere portatrice di rovina assomiglia a una bomba. Sottintende un rapporto di guerra, non più di amore, tra l’uomo e la natura. E a entrare in guerra, che è la peggiore connotazione del rapporto tra umani, non è più l’uomo, ma la natura. Perché si difende dalla tracotanza umana nei confronti della sua maternità. La vecchia idea di natura matrigna viene ad avere una giusta causa, prima era relegata all’idea di destino avverso all’uomo, che ne era innocentemente vittima. Qui ora non c’è un destino nei confronti dell’uomo, ma un’idea di rivolta, di vendetta meritata, di guerra contro di esso. Connotare in questo modo un violento fenomeno, quando l’espressione “bomba d’acqua” può essere usata a proposito, è l’espressione di un autolesionismo da parte dell’essere umano. Perché mentre il destino ha dell’arcano – ricordiamo la natura matrigna del Leopardi – qui ci troviamo invece in un rapporto causa-effetto. La natura non è matrigna, lo diventa. È la vendetta di una madre offesa, che si avventa contro l’uomo che la sfrutta. Diventa così una critica alla società così come si è imposta».

 

Il professor Carlo Alberto Augieri

C’è l’aspetto di un reale cambiamento dei rapporti tra uomo e natura, ma abbiamo sotto gli occhi continui esempi di esasperazione del linguaggio che aumentano in maniera distorta la “percezione del rischio”.

«Come in molti aspetti della vita contemporanea, anche nella meteorologia quotidiana, quella che non descrive davvero fenomeni violenti, la paura effettiva viene esasperata, ma al livello comune c’è sempre una emotività che crea l’iperbole del reale. L’influsso dell’industria massmediatica e del marketing offrono questo spettacolo: destare paura è sempre stato un atteggiamento del potere, perché questo crea l’idea di soccorso e di aiuto. Un dato di fatto è reale: tanta anidride carbonica ha causato uno squilibrio del rapporto entro la composizione dell’atmosfera. Gas serra, effetto serra, realtà. Di fronte alla natura l’uomo continua a sentirsi piccolo, inerme. La nuova globalizzazione del disastro ecologico causa la paura. Chi minimizza dice il vero oppure lo fa per permettere alle industrie di inquinare senza problemi?»

E chi invece produce uno squilibrio informativo, disegnando un fenomeno intenso come una catastrofe?

«Come in tutte le cose il ruolo delle due culture, umanistica e scientifica, è importante. Unite hanno un ruolo critico e forniscono una coscienza critica che sensibilizza a una reale considerazione dei fenomeni atmosferici. I sintomi con cui oggi la natura ci parla devono essere interpretati come un linguaggio della natura che ci invita all’attenzione, al non abuso, al non sfruttamento. L’eco-umanesimo vorrebbe essere un ripristino di quello che ogni utopia ha sempre sognato e sta alla base delle religioni, con l’idea della vita da vivere come un giardino, perché alla natura che fiorisce per l’uomo corrisponda un uomo che custodisca la natura».

Autore Andrea Aufieri

Viaggio nell’immaginario e nel linguaggio della meteorologia – Parte I

Carlo Alberto Augieri è professore ordinario di Critica letteraria e Letterature comparate. I suoi corsi principali sono Critica letteraria ed Ermeneutica del testo e Narratologia all’Università del Salento. Si occupa prevalentemente di teoria e critica letteraria, semiologia, retorica e filosofia del linguaggio. È direttore delle riviste “Symbolon” e “Generazioni di Scritture”. È presidente dell’Osservatorio permanente europeo della Lettura (Università di Siena-Arezzo) e membro della Giunta di Consulta di Critica letteraria e Letterature comparate.

San Vito Chietino (CH) – 17.08.2016 – Angelo Ruggieri

Inauguriamo con una sua intervista in due parti un viaggio nella lingua e nell’immaginario popolare legato alla meteorologia e alla climatologia.

Che cos’è l’immaginario, professore, è perché questo è così legato al tempo, in senso sia cronologico che meteorologico?

Il professor Carlo Alberto Augieri

«L’immaginario parte sempre dalla realtà vissuta, che si trasforma in realtà esistenziale, realtà di desiderio, realtà emozionale. Ecco perché siamo tutti implicati nel tempo, la stessa vita è tempo. Noi pensiamo il tempo e ci pensiamo nel tempo, perché noi siamo tempo. Il tempo non è soltanto esterno, ma interno al nostro vivere. Il nostro modo di agire e pensare è legato alla temporalità. Non saprei vedere un pensiero senza memoria, infatti. Tornando all’immaginario legato alla memoria, il nostro vivere e pensare al mondo è intimamente legato al tempo. Quando uno si pensa, lo fa all’interno di una nostalgia, di un ricordo. Oppure all’interno di una speranza, di un progetto, di un futuro. È temporalità che si fa coscienza».

«Ancora una riflessione sul tempo cronologico. Partiamo da un esempio: l’espressione “perdere tempo” è estremamente legata alla nostra epoca, quando stava nascendo la società mercantile. Prima non si guardava al tempo come qualcosa che si perde o si guadagna. Dobbiamo riflettere sul processo mentale che ha trasformato il tempo come una quantità».

Qual è la differenza con la percezione del tempo meteorologico?

«Il tempo meteorologico era più intrinseco alla vita contadina, dove il lavoro era in stretta connessione con questo. Raccolti e semina erano legati al clima. Vi era una relazione stretta tra natura e cultura, lavoro e produzione agricola. Possiamo dire che la società industriale pian piano ci emancipa dalla dipendenza dal clima. Ora è più in rapporto alla vacanza, lo abbiamo turistizzato o sportivizzato. L’andare o meno in un posto è legato al clima».

Eppure gli italiani hanno un rapporto morboso con la meteorologia. Tra le parole più cliccate negli ultimi anni, Google ha mostrato che le ricerche sulle previsioni meteo da noi superano addirittura la pornografia, regina incontrastata negli altri paesi.

Google Trend: Comparazione tra le ricerche su Meteo e Pornografia

«Mi piace cogliere quello che c’è dentro l’espressività che denota il significato dei parlanti. Molta meteo e meno porno può stare in questa varietà: il tempo di fuori è controllabile e ci fa stare bene nel mondo di dentro; d’estate ci preoccupa la possibilità di passare una giornata di vacanza al sole. Esprimiamo un senso di comodità e arroganza nei confronti del tempo, che deve conformarsi alle nostre abitudini, per cui essere discordanti rispetto al tempo denota squilibri emozionali tra i concetti, per esempio, di famiglia, abitudine, vacanze».

Come si spiega, quindi, questa morbosità?

«Siamo diventati così comodi che la pioggia ci dà fastidio perché ci rovina un’uscita. Si denota una crescita del sentimento accasante che vede appunto le nostre mura domestiche come una protezione dall’esterno, Uscire, trovare, osservare, prevedere la pioggia può in qualche modo estendere questa mentalità troppo domestica e addomesticata, così accogliamo la prevenzione del tempo. Il traffico va in tilt, l’umidità ci mette in crisi, e ci siamo imposti il dovere di star bene, di essere sempre funzionali. La pretesa di essere funzionali ci lega alla schiavitù, al circolo vizioso salute-tempo-lavoro».

Ritornando all’immaginario, lei si sente vittima dei proverbi popolari? “Rosso di sera, bel tempo si spera. Rosso di mattina, la pioggia si avvicina”; “Cielo a pecorelle, pioggia a catinelle”; eccetera…

«Non mi sento vittima, ma mi danno gioia, perché colgo il rapporto soggetto-mondo. E mi ricordo di quella visione della natura come formata non da oggetti, ma da segni. Ne colgo i segnali premonitori, preveggenti dell’immediato futuro. I proverbi sono gli effetti di una mentalità interessante, direi antropo-semiologica nel trasformare i fenomeni della natura in segni temporali. Non solo riguardo al tempo ma nella temporalità dentro al tempo. “Rosso di sera…” segna tempo del futuro attraverso il tempo. “Pioggia a catinelle”: simultaneità. Una lettura bivoca come succedente e come significante di segni che contengono un significato temporale legato al futuro e alla sincronia».

«La capacità di leggere la natura come temporalità mi interessa, perché legata non artificialmente alla natura. Una qualità che l’uomo aveva senza dover ricorrere all’ elemento misuratore. Una mentalità diretta tra uomo e natura che si è persa perché è intercorsa la tecnica. Un rapporto non mediato che possedeva la capacità ermeneutica di significare i segni temporali della natura».

Qualcosa di questo legame è rimasto. Penso al trasferimento sul clima di emozioni umane: la parola “perturbazione”, per esempio.

«Abbiamo trasferito il perturbante, l’animo perturbato, un vocabolo riguardante il sentimento, la condizione psicologica alla natura, al clima. Dire “perturbante” assume una concettualità metaforica che esprime in modo condensativo un’intersecazione traslitterativa tra uomo e natura. In parole semplici: parole come questa sono il sintomo di una intimità tra vita interiore e mondo naturale esterno. Il tempo rappresenta sempre uno scambio tra intimo ed esterno, tra dentro e fuori. Il termine “perturbazione” ne è il sintomo semantico che noi proiettiamo nel tempo meteorologico».

Nel mondo contemporaneo siamo arrivati secondo lei a una specie di esasperazione di questa trasposizione morbosa tra clima e sentimenti umani?

«Più in generale, la terminologia e la semantica riguardante il clima riflettono anche l’epoca storica. Noi oggi vi proiettiamo un senso di paura, quasi di apocalisse. Viviamo, insomma, in un’ epoca del clima impazzito, schizofrenico, che non ha più naturalità di espressione, che ha perduto i segni premonitori, che ha perduto la dimensione causa-effetto in rapporto a ciò che esprime e sarà come tempo atmosferico. Questa schizofrenia ci mette paura, ci sembra che il tempo non è più fatto per l’uomo, la pioggia non è più fatta per l’uomo. Non dimentichiamo un altro aspetto, quale la presenza e l’invocazione dell’elemento divino in rapporto al tempo fisico. Datore del tempo buono e fecondo era sempre il santo patrono o il dio: “Volendo dio che piova”».

Continua nella Parte II

Autore Andrea Aufieri

Teleconnessioni: una guida in PDF da scaricare per comprendere meglio di cosa si tratta

Ripubblichiamo sulla nostra nuova home un validissimo contributo di Marco Magnani riguardo le teleconnessioni, il cui argomento non è tra i più semplici da affrontare per i meteoappassionati che da tanto tempo seguono il forum di MeteoNetwork.

L’obiettivo di “Teleconnessioni – Introduzione Generale” (la dispensa è qui allegata in formato pdf, clikkate sul link al termine del paragrafo) è quello di fornire le prime nozioni basilari in campo teleconnettivo attraverso una forma semplice e sintetica, illustrando schematicamente tutti quegli elementi che entrano in gioco nel momento in cui si compie un’analisi a scala globale, con particolare focus sull’influenza – diretta e indiretta – di questi, nel condizionare l’evoluzione sinottica e climatica dell’area europea e mediterranea.
Teleconnessioni – Introduzione Generale

Il documento risulta così suddiviso:

1) Parte introduttiva e brevi cenni storici, dai primi studi teleconnettivi ai tempi recenti.
2) Elenco delle principali teleconnessioni atmosferiche (NAO, AO, EA, PNA, SCAND, EA/WR, POL, WP, EP/NP)
3) Teleconnessioni oceaniche (ENSO, PDO, AMO, IOD)
4) Teleconnessioni ibride derivanti dal coupling oceano-atmosfera (MJO)
5) Teleconnessioni stratosferiche (QBO).
6) Link utili e fonti web e bibliografiche.
Buona lettura!
Marco Magnani

Le donne e la meteo, passione e impegno. 
Intervista a Serena Giacomin

Competenza, passione, fascino. Questo è ciò che anima e che riesce a trasmettere Serena Giacomin, volto ormai conosciuto e apprezzato del Centro Epson Meteo prestato alla divulgazione scientifica e alla conduzione delle previsioni per i canali Mediaset.
Ci è sembrato interessante intervistarla perché marzo è il mese della primavera, della Giornata mondiale della Meteorologia (che guarda caso ricorre nel giorno del suo compleanno) e della celebrazione della donna. Spunti di riflessione che speriamo possano dare un contributo alla cultura della meteorologia in Italia, com’è nello stile di MeteoNetwork.

Che cosa pensa Serena della qualità della divulgazione scientifica in ambito climatologico e meteorologico in Italia? «Nel mondo del giornalismo e della divulgazione meteorologica non è semplice far fronte all’avanzata di termini imprecisi oppure inopportuni. Certo, se noi divulgatori ci impegniamo a escludere un termine e poi il giornalista lo vuole per forza usare, qualcosa bisogna fare in termini di educazione. E se questo può valere per gli adulti, funzionerà molto bene con gli studenti: pensiamo a quanti di loro non fanno differenze tra oroscopo e previsione legata alla scienza. È proprio in questa direzione e con queste finalità che il Centro Epson ha avviato il suo “Progetto Scuole”».

Ci possiamo fidare delle previsioni del tempo? Val al video →

 

La passione per la meteorologia in Serena è legata come un nodo a spina all’amore per il mare, va in barca sin da piccola e impara a padroneggiare il windsurf, il catamarano, poi la regata. Diventa anche istruttrice di vela. «Ho imparato a conoscere i movimenti del vento, perché li si vede scritti sulla superficie del mare». E il mare la fa sognare in grande: «Al liceo immaginavo di poter entrare come meteorologa in un team dell’America’s Cup!».

Quindi la laurea in Fisica dell’atmosfera, con un’importante tesi sperimentale sul trasferimento radiativo. Se vi state chiedendo cos’è, si tratta, semplificando, delle interazioni tra le radiazioni di origine solari e la materia nella nostra atmosfera. Nei modelli climatologici questa è importante per sapere come si comporteranno le molecole di CO2 e capire se, come e quando pioverà.

«Ho messo a punto – spiega Serena – un sistema migliorativo del modello delle nubi fredde per aumentare la precisione delle previsioni atmosferiche». Quindi un Master in Energie Rinnovabili ed efficienza energetica, e quindi il lavoro come fisico all’Eni nel campo delle energie rinnovabili per l’estrazione petrolifera. Finché un giorno, nel 2011 «un mio ex professore mi avvisa che Class Editore sta facendo dei provini per un format sulla meteorologia, The Weather Channel. Chi si occupa di ricerca, ho sempre pensato, deve saperla comunicare. Mi fanno un provino al quale arrivo terrorizzata. Poi mi prendono. I miei capi mi hanno dato da subito fiducia: non pensavo fosse così dura, ma mi hanno fatto lavorare tutti i giorni finché questa per me è diventata una routine. Il mio percorso di crescita è stato veloce e graduale allo stesso tempo: lavorando tutti i giorni ho potuto migliorare la mia dizione, eliminare i tic e le agitazioni, far emergere quello che volevo comunicare davvero».

E cosa vuole comunicare Serena? Ha uno stile “femminile”, accogliente e colloquiale, nel comunicare una notizia che sa palesemente maneggiare: «Porto in tv quello che so e cerco di renderlo interessante per tutti. Sono sempre stata ispirata dal modello di divulgazione di Margherita Hack, che sembrava volesse dire: “So una cosa che devo assolutamente dirti perché è troppo bella!”».

La febbre dei ghiacciai alpini. Vai al video →

Con grande caparbietà e testardaggine, Serena va avanti. Da tre anni è Epson Meteo, per cui conduce le presentazioni per Mediaset, le Pillole Meteo e le previsioni del Tg5. Si è mai sentita avversata o facilitata nel suo lavoro per il fatto di essere donna? «Non mi sono sentita avversata per il mio essere donna, ma neanche sono stata aiutata. Qualche volta al lavoro può capitare che qualcuno faccia considerazioni medievali, ma nulla che mi blocchi».

Non si può non riconoscere, però, che la sottocultura italiana non sia attraversata da una disparità di genere: se pensiamo alla meteorologia, pensiamo a un colonnello dell’aeronautica serissimo e competente, mentre per le donne c’è il modello della meteorina: «Quello televisivo è un ambiente particolare, combatterò sempre questa deriva, ma in questo mondo lavorano persone che hanno grande professionalità e lavorano sull’inconscio delle persone. Il problema delle meteorine si risolverà con il lavoro a monte nelle scuole di cui dicevo prima».

E con l’impegno per le Stem Girls, le ragazze appassionate di materie scientifiche che oggi danno lavoro in maggioranza agli uomini. L’acronimo Stem sta per “Science, technology, engineering, mathematics”: «Questa è una battaglia che mi appassiona. È necessario dare coraggio alle donne nell’approccio alle materie scientifiche. È incredibile pensare che il 97% dei premi Nobel in ambito scientifico siano stati assegnati a uomini, che gli incarichi di ricerca scientifica svolti da donne siano meno di un terzo del totale, peggio ancora gli incarichi accademici, fermi all’11%. E poi c’è da sconfiggere la mentalità del 70% degli italiani convinti che le donne non abbiano capacità nel campo della scienza».

Riscaldamento dell’artico ed ipotesi di influenza sui pattern invernali

Nel percorso contrassegnato dal riscaldamento globale, si è andata progressivamente evidenziando una sproporzione nell’aumento delle temperature tra le varie fasce dell’emisfero nord.

L’incremento nelle regioni artiche e subartiche, in particolare nel trimestre invernale, sono state le più ragguardevoli.

Il motivo di ciò sta nel concorso di alcune componenti ovvero il maggiore calore latente e la percentuale più alta di umidità relativa durante la stagione autunnale con conseguente incremento della nuvolosità e delle precipitazioni nella fase di progressivo raffreddamento radiativo .

Tutto questo ha influito nel rallentare la perdita di calore verso lo spazio.

Confrontando infatti il trend è visibile il maggior incremento termico della fascia inclusa nella cd. “cella polare” (90-70N) rispetto le altre zone climatiche.

Negli ultimi 10 anni poi la sproporzione si è ulteriormente amplificata non solo nei valori di anomalìa delle temperature al suolo ma anche in quota comportando progressivamente una diminuzione dello “scalino” termico tra le Celle polari e di Ferrel.

Ci si potrebbe domandare se questa variazione in qualche modo possa influenzare anche la circolazione generale nel N.H. e in che modo.

La correlazione lineare tra zonal wind a 300 hpa che va ad individuare grossomodo il percorso del jet stream polare e l’Arctic Oscillation ha valori piuttosto significativi soprattutto nel comparto atlantico (salvo la Groenlandia terra montuosa ove la corrispondenza dei valori al suolo identificano la presenza costante o quasi di un’alta pressione termica) proprio tra i 60° ed i 70°N .

correlazione lineare corrente a getto polare e Arctic Oscillation

Se il rapporto tuttavia si fosse mantenuto tale nel tempo dovremmo assistere, in caso di AO + ad un grafico dei venti zonali più elevato rispetto la linea climatologica cosa che invece non è da ultimo dato di riscontrare come possiamo riscontrare nel grafico degli zonal winds in bassa stratosfera (150 hpa) influenzati dalle dinamiche troposferiche e appena al di sopra dell’altezza del percorso della corrente a getto .

Premetto che è assolutamente prematuro tentare di dimostrare ad oggi l’esistenza di un cambiamento nel comportamento della circolazione cercando di discernerne aspetti peculiari ed indipendenti dal normale regime di variabilità, tuttavia è abbastanza intuitivo ritenere che ad un ulteriore incremento delle temperature polari non possa che discendere, come diretta conseguenza, quella di un assottigliamento del gradiente termico e barico fra polo e medie latitudini.

Un percorso da parte delle westerlies, più frammentato ed ondulato ne potrebbe risultare l’immediato effetto.

Sono tutti aspetti che ormai da alcuni anni sono ricompresi in numerosi studi riguardanti il problema della cd. “amplificazione artica”.

Un ulteriore forte riscaldamento dovuto all’evento strong El Nino del 2015/2016, può senza dubbio aver avuto importanza nel tracciare le condizioni dell’inverno successivo e non si può ad oggi escludere che questo possa ancora, negli anni a venire, influenzare la circolazione atmosferica del nord emisfero.

Se infatti durante la fase attiva di El Nino vi è un incremento di gradiente a ragione del maggior riscaldamento delle fasce tropico-equatoriali, il successivo rilascio in atmosfera e trasporto verso latitudini più elevate può, al contrario, diminuirlo.

Come già visto le anomalìe termiche più di rilievo si registrano, nel trimestre invernale, nelle regioni artiche e subartiche e così anche nel campo del geopotenziale.

aumento gpt in sede polare

Infatti nella reanalisys delle anomalìe del geopotenziale (500 hpa) autunnali si può notare come l’incremento differenziale dell’altezza delle isoipse, nel periodo compreso dall’ inizio del XXI secolo ad oggi, si concentri nelle regioni artiche e subartiche mentre le medie latitudini registrino valori anche inferiori rispetto la campionatura del ventennio 1979/1999 (fig. 8).

Difficile pensare anche che le maggiori condizioni di instabilità presenti sul polo non stiano influenzando lo sviluppo del vortice polare.

Tali anomalie vanno poi a concentrarsi nel successivo trimestre invernale all’interno del polo con particolare riguardo all’artico russo-siberiano, nella zona del Mar di Kara.

 

Ne può discendere anche un’ulteriore conseguenza la cui evidenza sta proprio nel diretto rapporto tra la forza del vortice polare e la corrente a getto polare la quale, come detto, scorre tra i 60 ed i 70°N e delimita la circolazione polare da quella delle medie latitudini.

Ebbene, guardando il grafico, si può notare come la stessa abbia registrato proprio nei mesi invernali (ovvero quelli nei quali essa raggiunge la massima tensione) il più evidente calo di velocità (fig. 10).

Se dovessimo poi considerare l’inverno appena trascorso, dovremmo prendere inevitabilmente in considerazione gli effetti del pregresso Nino strong senza tuttavia poterci spingere per ora a poter desumere, quale fatto appurato, il superamento di un nuovo “scalino climatico” da attribuire al GW.

Tuttavia se il trend dei venti zonali dovesse continuare la propria discesa nel corso dei prossimi anni occorrerebbe prendere in considerazione, come detto sopra, aspetti ulteriori rispetto ai cambiamenti ascrivibili al normale regime di variabilità in quanto la maggiore ondulazione delle westerlies (controbilanciato da minori scambi verticali in seno alle onde lunghe di Rossby), derivante da un minor tensione zonale, potrebbe condurre sempre più alla persistenza di pattern durevoli e ripetitivi ovvero ad una diminuzione complessiva del regime generale di variabilità.

 

Su quelle che ad oggi paiono solo ipotesi basate sugli elementi analizzati e suffragate solo da pochi dati significativamente univoci, occorrerà effettuare un attento monitoraggio negli anni a venire.

 

 

 

 

 

Il concetto di “fronte troposferico” in questo splendido esempio di attualità meteo

La parte spettacolare della meteo, quella che molti non conoscono.

Prendendo spunto da questa boccata di ossigeno concessaci da un mese di aprile, finora trascorso in maniera soporifera, vi proponiamo una interessante riflessione sullo stato del tempo che si profila per gli ultimi giorni del mese. A tale scopo ci aiutiamo con l’immagine allegata, la quale si riferisce alle ore centrali di venerdì 28 aprile. Viene rappresentato il campo di temperatura calcolato dal modello in uso al Consorzio Lamma, sulla superficie corrispondente al campo di altezza geopotenziale di 850hPa, che in questo caso varia dai 1.380 ai 1.500 metri di quota geometrica.

Quanto si evince ci riporta senza troppi giri di parole al concetto di “fronte troposferico”, ossia una porzione di atmosfera entro la quale due masse d’aria dalle caratteristiche termodinamiche differenti vengono a contatto perchè costrette a convergere dalle correnti pilota. L’Azione di risucchio esercitata dal minimo di pressione presente sul nord Italia costringe le due masse d’aria ad avvicinarsi sino allo scontro. Questo processo riduce a poche centinaia di chilometri lo spazio entro il quale le caratteristiche della massa d’aria fredda di origine polare sfumano entro quelle della massa d’aria calda di origine tropicale.

Questa lunga fascia ondulata determinata proprio dall'incastro tra le due masse d’aria prende il nome di settore o zona frontale. L'asse lungo il quale le due masse d’aria rimangono in equilibrio tra loro è detta “linea frontale” e sull’immagine è rappresentata dal tratto ondulato bianco. Lo scontro tra le due masse d’aria crea un accumulo d’aria nei bassi strati, aria che quindi è costretta a sfuggire verso l’alto costruendo nubi e precipitazioni. Nasce così quella che noi chiamiamo perturbazione atmosferica, detta anche transiente oppure, come accennato poc’anzi, fronte.

Vi invito a notare in questo caso l’evidente differenza di temperatura che si determina nel giro di qualche centinaio di chilometri tra il golfo del Leone, dove a 1.450 metri di registrano 0°C e la Sicilia, dove a 1.500 metri si misurano +16°C, 16 gradi di differenza  in 700 chilometri circa., ma possiamo anche osservare i 7-8 gradi di differenza sull’Italia centrale nel giro di qualche decina di chilometri (dove infatti saranno possibili temporali).

Questo, oltre a determinare fenomeni piovosi piuttosto attivi a carico delle zone interessate dalla perturbazione, innesca anche un progressivo rinforzo del vento, il quale seguirà le frecce indicate in colore. A titolo di curiosità concludiamo osservando che sarà l’aria fredda a vincere il braccio di ferro (fronte freddo), respingendo verso levante il nastro di aria mite e questo determinerà un terzo fenomeno che potremo apprezzare concretamente: il deciso calo delle temperature tra venerdì 28 e sabato 29 aprile.

Luca Angelini

Al via la stagione temporalesca, ma l'attenzione è per il colpo di freddo della prossima settimana

Per quanto sempre più rare, le ondate di freddo tardivo ad aprile rientrano nella normalità climatica del nostro Paese. Il termine “freddo” si riferisce in questo caso ad una condizione per la quale le temperature si portano su valori al di sotto della media di diversi gradi e non certo quale “colpo di coda” dell'inverno. Quello che avverrà a partire dal metà della prossima settimana rientra proprio in uno di questi casi, il primo finora avvenuto nell'intera stagione primaverile.

Il meccanismo semplice ma efficace che porterà un consistente pacchetto di aria fredda sino a noi vedrà come protagonisti della scena un campo anticiclonico in espansione sul settore atlantico sin oltre il Circolo Polare. L'intrusione avverrà a nord della Norvegia e potrà contare sull'appoggio da parte di un centro depressionario ben attivo sulla Russia. Questa figura atmosferica fungerà da cinghia di trasmissione e andrà a pilotare un nucleo di aria artica marittima verso la Finlandia. Qui il flusso molto freddo verrà in parte miscelato da aria polare marittima meno fredda che si inserirà dal lato islandese, tuttavia sufficiente a generare un certo fermento atmosferico sul cuore dell'Europa e sull'Italia a partire da mercoledì 19 aprile.

Vistoso soprattutto il calo delle temperature, anche oltre 10 gradi rispetto ai (miti) valori attuali.

Intanto il tempo di Pasqua, che vedrà protagonista la coda di una debole perturbazione in transito veloce ad est dell'Italia, che potrà dar luogo ad annuvolamenti lungo i settori alpini di confine, ma soprattutto ad alcuni acquazzoni o brevi temporali sul medio versante adriatico e al sud. Nel pomeriggio qualche focolaio temporalesco possibile anche su Triveneto, est Lombardia ed Emilia Romagna. Ventoso ovunque.

La Pasquetta sarà un po' più tranquilla per via di un temporaneo rinforzo del diaframma anticiclonico sul settore occidentale dell'Europa. Il sole prevarrà ovunque, anche se nel corso della giornata avremo alcuni addensamenti in formazione lungo la cresta delle Alpi, sul Triveneto e, nel pomeriggio, anche nelle zone interne del centro-sud peninsulare, con isolate precipitazioni possibili. Le temperature sono stazionarie ancora superiori alla media del periodo, ma tendenti a calare lungo le Alpi per l'approssimarsi della nuova perturbazione, quella che transiterà tra martedì 18 e mercoledì 19 aprile e che aprirà le porte alla seguente discesa fredda di cui abbiamo parlato in apertura.

Luca Angelini

Al via la stagione temporalesca, ma l’attenzione è per il colpo di freddo della prossima settimana

Per quanto sempre più rare, le ondate di freddo tardivo ad aprile rientrano nella normalità climatica del nostro Paese. Il termine “freddo” si riferisce in questo caso ad una condizione per la quale le temperature si portano su valori al di sotto della media di diversi gradi e non certo quale “colpo di coda” dell’inverno. Quello che avverrà a partire dal metà della prossima settimana rientra proprio in uno di questi casi, il primo finora avvenuto nell’intera stagione primaverile.

Guarda il video→

Il meccanismo semplice ma efficace che porterà un consistente pacchetto di aria fredda sino a noi vedrà come protagonisti della scena un campo anticiclonico in espansione sul settore atlantico sin oltre il Circolo Polare. L’intrusione avverrà a nord della Norvegia e potrà contare sull’appoggio da parte di un centro depressionario ben attivo sulla Russia. Questa figura atmosferica fungerà da cinghia di trasmissione e andrà a pilotare un nucleo di aria artica marittima verso la Finlandia. Qui il flusso molto freddo verrà in parte miscelato da aria polare marittima meno fredda che si inserirà dal lato islandese, tuttavia sufficiente a generare un certo fermento atmosferico sul cuore dell’Europa e sull’Italia a partire da mercoledì 19 aprile.

Vistoso soprattutto il calo delle temperature, anche oltre 10 gradi rispetto ai (miti) valori attuali.

Intanto il tempo di Pasqua, che vedrà protagonista la coda di una debole perturbazione in transito veloce ad est dell’Italia, che potrà dar luogo ad annuvolamenti lungo i settori alpini di confine, ma soprattutto ad alcuni acquazzoni o brevi temporali sul medio versante adriatico e al sud. Nel pomeriggio qualche focolaio temporalesco possibile anche su Triveneto, est Lombardia ed Emilia Romagna. Ventoso ovunque.

La Pasquetta sarà un po’ più tranquilla per via di un temporaneo rinforzo del diaframma anticiclonico sul settore occidentale dell’Europa. Il sole prevarrà ovunque, anche se nel corso della giornata avremo alcuni addensamenti in formazione lungo la cresta delle Alpi, sul Triveneto e, nel pomeriggio, anche nelle zone interne del centro-sud peninsulare, con isolate precipitazioni possibili. Le temperature sono stazionarie ancora superiori alla media del periodo, ma tendenti a calare lungo le Alpi per l’approssimarsi della nuova perturbazione, quella che transiterà tra martedì 18 e mercoledì 19 aprile e che aprirà le porte alla seguente discesa fredda di cui abbiamo parlato in apertura.

Autori Luca Angelini

CO2 ai massimi storici, tempo e clima verso orizzonti inesplorati

“I guai uno non se li va a cercare…!” Esclamava il buon Don Abbondio ne “I Promessi Sposi”, quando gli fu proposto di sposare Renzo e Lucia contro il parere del signorotto Don Rodrigo. Eppure c’è qualcuno che, al giorno d’oggi, i guai non solo se li va a cercare ma se li cagiona da sè. Questo “genio” è l’uomo che, pur conoscendo il prezzo cui sta andando incontro per sostenere un progresso insostenibile, rischia di mandare all’aria il mondo dei propri figli e dei propri nipoti, spingendolo verso orizzonti climatici e meteorologici praticamente inesplorati.

Lo spunto a questa osservazione arriva dall’ultima misurazione ufficiale del livello di anidride carbonica in atmosfera, che risale allo scorso mese di febbraio e che ammonta a 405,61 ppm (parti per milione). Un livello che, andando a ritroso fin dove la paleoclimatologia lo consente (alcune centinaia di migliaia di anni) non era stato mai raggiunto. La concentrazione maggiore si rileva a carico dell’emisfero nord del globo.

Ricordo che le molecole dell’anidride carbonica agiscono come “assorbente” rispetto alla radiazione infrarossa (calore) che dovrebbe venire dispersa verso lo spazio tramite in processo dell’irradiazione. Il problema quindi non è quanta energia entra, ma quanta energia non esce dal sistema terra-oceani-atmosfera. Questo sta cambiando vistosamente non solo i profili delle temperature globali, ma anche gli schemi meteorologici, il tempo per intenderci.

Spesso si parla di clima malato, di pianeta malato, ma cosa vuol dire? Perchè se fa più caldo il pianeta dovrebbe necessariamente essere malato? Lo sarebbe anche se facesse più freddo. La discriminante sono i tempi in cui si svolgono questi cambiamenti. Il pianeta non è malato perchè fa più caldo, ma perchè fa più caldo troppo in fretta.

Spesso si sente dire: “Il clima della Terra è sempre cambiato” Vero, lo ha fatto però a passi di migliaia di anni. Ora, se gli stessi (GLI STESSI) cambiamenti avvengono nel giro di cinquanta, cento anni, comportano un non adattamento del Pianeta a tale impatto. Un po’ come quando apri la doccia bollente: se ci vai sotto piano piano ti adatti e non la senti, se ti butti sotto senza aspettare ti scotti.

Questo mancato adattamento è la malattia. La maggior frequenza delle alluvioni, la maggior potenza dei fenomeni estremi, la maggior ricorrenza dei disastri idrogeologici, la migrazione delle aree desertiche, la trasformazione dei territori, sono la malattia e questo non è il futuro, questo è già il presente.

Luca Angelini

CO2 ai massimi storici, tempo e clima verso orizzonti inesplorati

“I guai uno non se li va a cercare…!” Esclamava il buon Don Abbondio ne “I Promessi Sposi”, quando gli fu proposto di sposare Renzo e Lucia contro il parere del signorotto Don Rodrigo. Eppure c’è qualcuno che, al giorno d’oggi, i guai non solo se li va a cercare ma se li cagiona da sè. Questo “genio” è l’uomo che, pur conoscendo il prezzo cui sta andando incontro per sostenere un progresso insostenibile, rischia di mandare all’aria il mondo dei propri figli e dei propri nipoti, spingendolo verso orizzonti climatici e meteorologici praticamente inesplorati.

Lo spunto a questa osservazione arriva dall’ultima misurazione ufficiale del livello di anidride carbonica in atmosfera, che risale allo scorso mese di febbraio e che ammonta a 405,61 ppm (parti per milione). Un livello che, andando a ritroso fin dove la paleoclimatologia lo consente (alcune centinaia di migliaia di anni) non era stato mai raggiunto. La concentrazione maggiore si rileva a carico dell’emisfero nord del globo.

Ricordo che le molecole dell’anidride carbonica agiscono come “assorbente” rispetto alla radiazione infrarossa (calore) che dovrebbe venire dispersa verso lo spazio tramite in processo dell’irradiazione. Il problema quindi non è quanta energia entra, ma quanta energia non esce dal sistema terra-oceani-atmosfera. Questo sta cambiando vistosamente non solo i profili delle temperature globali, ma anche gli schemi meteorologici, il tempo per intenderci.

Spesso si parla di clima malato, di pianeta malato, ma cosa vuol dire? Perchè se fa più caldo il pianeta dovrebbe necessariamente essere malato? Lo sarebbe anche se facesse più freddo. La discriminante sono i tempi in cui si svolgono questi cambiamenti. Il pianeta non è malato perchè fa più caldo, ma perchè fa più caldo troppo in fretta.

Spesso si sente dire: “Il clima della Terra è sempre cambiato” Vero, lo ha fatto però a passi di migliaia di anni. Ora, se gli stessi (GLI STESSI) cambiamenti avvengono nel giro di cinquanta, cento anni, comportano un non adattamento del Pianeta a tale impatto. Un po’ come quando apri la doccia bollente: se ci vai sotto piano piano ti adatti e non la senti, se ti butti sotto senza aspettare ti scotti.

Questo mancato adattamento è la malattia. La maggior frequenza delle alluvioni, la maggior potenza dei fenomeni estremi, la maggior ricorrenza dei disastri idrogeologici, la migrazione delle aree desertiche, la trasformazione dei territori, sono la malattia e questo non è il futuro, questo è già il presente.

Autori Luca Angelini

Associazione MeteoNetwork OdV
Via Cascina Bianca 9/5
20142 Milano
Codice Fiscale 03968320964