Arriva la NEVE e scende il silenzio

Arriva la neve e tutto si ferma. Cessano anche i rumori, le grandi città mettono da parte il loro normale frastuono e si lasciano abbracciare da quella atmosfera ovattata che contribuisce ad accompagnare scorci inusuali. Angoli di quotidianità che diventano paesaggi remoti, grigi marciapiedi che escono dalla realtà per vestire la tela di un pittore.

L’atmosfera che crea la neve è unica, ma non è solo una suggestione: le nevicate abbondanti riescono a rendere tutto ovattato quasi surreale, ed il motivo è da ricercare nella fisica.

I fiocchi di neve sono leggerissimi, sia perchè l’acqua è uno dei pochi liquidi in natura che non raggiunge la sua massima densità allo stato solido (la raggiunge a quello liquido a +4°C), sia anche perché la struttura del cristalli di neve contiene molti spazi pieni d’aria. Per questo i fiocchi, a temperature sotto lo zero, cadono lentamente e quando si depositano a terra non si schiacciano ne si comprimono, ma si appoggiamo semplicemente l’uno sul’altro.

Proprio ai “vuoti d’aria” che ci sono nella neve dobbiamo il silenzio che percepiamo quando le nostre città sono innevate. La neve in sostanza fa da isolante, anche acustico. I rumori, che poi altro non sono se non onde sonore, vengono filtrati e assorbiti dallo strato di neve fresca: ne bastano 2 centimetri perché i rumori ambientali non si propaghino più nell’atmosfera.

La riduzione del rumore è molto più evidente subito dopo una nevicata, mentre tende ad attenuarsi man mano che passa il tempo e la neve perde la “freschezza”. La neve infatti, con il passare del tempo, va incontro a complessi processi di trasformazione che vanno man mano a chiudere gli spazi vuoti. Se le temperature rimangono basse la neve si comprime e diventa compatta, se salgono le intercapedini vengono riempie di elementi d’acqua: è l’inizio della fusione. E del ritorno dei rumori…

Luca Angelini

Se modelli matematici e sogni non vanno d’accordo

Siamo sinceri: molti sedicenti appassionati meteo – che in realtà sono semplici amanti del gelo e della neve, quelli che compaiono a settembre e spariscono a marzo – proprio non lo riescono a farsene una ragione. Fin qui non ci sarebbe nulla da dire, visto che sognare è lecito e fa anche bene all’umore; il problema però nasce quando l’onda lunga dei forum e dei social propina questi sogni in pubblico spacciandoli come realtà, salvo poi generare isterie collettive nel caso (quasi all’ordine del giorno) di smentite.

Il classico: partire dalla corsa operativa di un modello – prendiamo ad esempio il noto modello americano GFS – e tirar fuori quella che mostra uno scenario interessante a distanze siderali (si parla anche di oltre 300 ore, che sono quasi due settimane). Così nasce il sogno, poi però la realtà, man mano che passano i giorni, diventa ben altra cosa.

E allora si da contro i modelli,  magari senza neanche sapere che dietro quelle cartine colorate ci sono decenni di studi condotti e raffinati da valenti fisici, matematici, statistici. “I modelli sbagliano”. No signori, non sono i modelli che sbagliano, è il modo di adoperarli che è sbagliato. Un modello non ha anima ne sentimenti: un modello è un sistema di equazioni da risolvere. Le soluzioni sono sempre giuste, quelli che cambiano, di giorno in giorno, sono i dati di partenza, quelli del tempo che fa e che non è mai esattamente come lo si era previsto il giorno prima. Interpretare un modello fisico matematico non significa solo riconoscere dei colori, ma implica almeno la conoscenza dei complessi processi fisici della Sinottica e i principi base della Fisica. Una cosa non da tutti e che pertanto dovrebbe essere prerogativa di chi è abilitato a farlo.

In ogni caso, l’errore più comune è quello di prender per buona una singola corsa (detta deterministica) a grandi distanze temporali, ignorando tutte le altre parallele elaborate dal modello. Si, perchè il nostro modello GFS non elabora solo lo scenario operativo (la nostra corsa deterministica), ma nel sforna ben 22 parallele (vedi figura 3 qui sotto). Questo perchè, introducendo piccole varianti allo stato iniziale, è possibile by-passare per via statistica l’errore inevitabile che si genera nei calcoli (detto errore stocastico).

Un esempio concreto: Se prendo la sola corsa deterministica (P1) relativa al giorno 31 gennaio (sono 312 ore di anticipo) ho il quadro rappresentato nella figura 1 (in alto): alta pressione, tempo soleggiato e mite. E le altre 21 corse? Se ad esempio prendo la corsa P16, vedi figura 2, che è l’esatto opposto della P1 (vortice ciclonico, maltempo), cosa ho risolto? Quale delle due sarà quella corretta? Risposta: probabilmente nessuna delle due, perchè entrambe sono equiprobabili.

Probabilmente…. ecco la parola magica da utilizzare, la probabilità. Non si deve analizzare un solo scenario, ma mettere insieme tutti gli scenari, raggruppare quelli simili e constatare quanto sono probabili rispetto allo scenario medio. Un procedimento difficile da compiere “ad occhio”, vero. Fortunatamente esistono prodotti probabilistici già pronti, atti allo scopo che si devono utilizzare per esaminare l’evoluzione a distanze temporali oltre i 5-6 giorni, ma sempre mai oltre i 10-12 giorni. Procedendo in questo modo avremo quindi sott’occhio il quadro evolutivo più probabile e il livello di attendibilità dello stesso. Insomma un modo per sognare di meno vero, ma anche per evitare inutili perdite di tempo e soprattutto cocenti delusioni.

Luca Angelini

L’uragano Ophelia alle porte dell’Europa : un’ottima occasione per fare didattica.

Col permesso del Dott. Vincenzo Ferrara, abbiamo riportato sulla nostra home page un suo post  pubblicato su FaceBook, un post troppo prezioso per permettere che venisse “perso” nei meandri del noto social.

Un grazie al Dott. Ferrara per aver consentito la pubblicazione del suo post qui sulla nostra home.

L’uragano Ophelia sarà depotenziato da un principio della fisica: la conservazione della vorticità assoluta ovvero la conservazione del momento della quantità di moto.

Il vortice ciclonico “Ophelia”, classificato secondo la scala Saffir-Simpson, come uragano di categoria 2 , nel suo spostamento verso le alte latitudini perderà via via la sua vorticità ciclonica (acquisita sulle acque oceaniche calde tropicalie subtropicali) perché, in ossequio ad un principio della fisica (la conservazione del momento della quantità di moto): più il vortice ciclonico Ophelia si sposta verso nord e maggiore sarà la perdita della sua vorticità. E’ come dire che spostandosi verso nord non avrà alcune effetto da “uragano” e sarà indistinguibile da una qualsiasi normale perturbazione.

Questo principio della fisica stabilisce in pratica che:

– le masse d’aria che si muovono dalle basse verso le alte latitudini (da sud verso nord), devono diminuire la propria vorticità ciclonica oppure devono aumentare la propria vorticità anticiclonica: in pratica, devono acquistare una rotazione in verso orario,

– le masse d’aria che si muovono dalle alte verso le basse latitudini (da nord verso sud) devono aumentare la propria vorticità ciclonica oppure devono diminuire la propria vorticità anticiclonica: in pratica, devono acquistare una rotazione in verso antiorario.

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Qui una nota (didattica) esplicativa per i “non addetti ai lavori”

L’EFFETTO DELLA ROTAZIONE TERRESTRE SUI MOVIMENTI DELLE MASSE D’ARIA

La circolazione generale dell’atmosfera potrebbe essere schematizzata con un ciclo molto semplice, dal momento che il riscaldamento della fascia equatoriale, pur con le fluttuazioni giornaliere e stagionali, è persistente, così come persistente è il raffreddamento delle aree polari. L’aria calda equatoriale meno densa e più leggera sale in quota fino all’alta troposfera e si dirige verso le aree polari, scaricando via via il suo calore e raffreddandosi finchè diventata fredda, più densa e più pesante tanto da precipitare giù sulle aree polari. Nel frattempo, l’aria polare (artica ed antartica) fredda e più pesante scorre al suolo verso le basse latitudini, acquisendo via via calore mentre si dirige verso l’equatore, dove si scalda, diventata meno densa e più leggera, tanto da salire in quota per ricominciare il ciclo.

Nella realtà, invece, tutto ciò non accade. La rotazione terrestre, infatti, impedisce la formazione di questo circuito. Se, poi, si aggiungono tutte le altre complicazioni derivanti dall’alternarsi delle stagioni, dalla disomogeneità della superficie terrestre e dalla natura degli scambi di calore, la circolazione atmosferica diventa parecchio complicata. Per poterla schematizzare nella sua struttura di base, useremo alcune semplificazioni partendo dalla causa principale che determina le modifiche alla grande circolazione planetaria delle masse d’aria: la rotazione terrestre.

1) La velocità di rotazione terrestre ovvero la “vorticità assoluta”.

La rotazione della terra attorno al suo asse tracina nel suo movimento i continenti, le masse d’aria e le masse d’acqua oceaniche. La terra, vista dallo spazio, al di sopra del polo nord, ruota in verso antiorario con una velocità angolare di 1 giro al giorno (15° ogni ora, ovvero 0,26 radianti/ora). Tutto ciò che sta sulla terra, compresa l’atmosfera che è a contatto con la superficie terrestre, ruota con la stessa velocità angolare.

La velocità angolare terrestre è un valore costante, non cambia nel tempo e non può in nessun modo essere variata, a meno di un evento catastrofico planetario (per esempio per collisione con un altro pianeta o per cambiamento della forma e delle dimensioni della terra). Questa velocità angolare prende, infatti, il nome di “vorticita assoluta” dove il termine vorticità, che è un conceto della fisica, esprime lo stato rotazionale attorno ad un asse di rotazione. Se la rotazione ha il verso antiorario delle lancette dell’orologio, la vorticità viene detta “ciclonica” (o positiva), se, viceversa, ha un verso orario, la vorticità viene detta “anticiclonica” (o negativa).

Pertanto: LA VORTICITA’ ASSOLUTA TERRESTRE E’ COSTANTE ED E’ CICLONICA.

Guardando, ancora, la terra dallo spazio ci accorgiamo, però, che, nonostante la vorticità assoluta sia la stessa dappertutto, la velocità lineare o periferica con cui si muovono i diversi punti sulla superficie sferica della terra in rotazione attorno al suo asse è diversa e dipende dalla distanza dall’asse di rotazione terrestre (ovvero dipende dalla latitudine).

L’urgano Ophelia visto dal satellite

All’equatore, dove è massima la distanza della superficie terrestre dall’asse terrestre, la velocità periferica di rotazione, cioè la velocità con cui ruota suolo e masse oceaniche equatoriali, è pari a circa 1670 km/ora ed è diretta da ovest verso est, alle medie latitudini dell’Italia, il mar Mediterraneo ed il territorio italiano suolo e masse oceaniche ruotano da ovest verso est con velocità più bassa e pari a circa 1250 km/ora. Le zone artiche del circolo polare artico (ma lo steso accade alle zone antartiche) ruotano a velocità molto più bassa e pari a circa 650 km/ora da ovest verso est, mentre la velocità periferica si riduce praticamente a zero nei pressi dei poli. In pratica le zone polari ruotano attorno a se stesse.

Se, ora, dallo spazio scendiamo sulla superficie della terra, dove su ciascun punto della superficie terrestre il sistema di riferimento geogrtafico è costituito dal “piano orizzontale” perpendicolare alla forza di gravità (e al raggio terrestre) e dalla “verticale al piano orizzontale” che coincide con la direzione della forza di gravità (e del raggio terrestre), gli effetti della rotazione terrestre risultano molto diversi da luogo a luogo, soprattutto se i diversi luoghi hanno diversa latitudine cioè non sono allineati sullo stesso parallelo.

Oltre alla diversa velocità periferica sul piano orizzontale, come abbiamo visto prima, appare molto diversa, da luogo a luogo, anche la “VORTICITA’ ASSOLUTA” perché l’asse verticale, a cui si fa riferimento per i fenomeni di rotazione, cambia da luogo a luogo.

Nel sistema di riferimento geografico terrestre, infatti si parla di “VORTICITA’ TERRESTRE”, la quale è massima ai poli, dove la verticale sulla superficie orizzontale coincide con l’asse terrestre e dove, quindi, la “vorticità terrestre” coincide esattamente con la “vorticità assoluta”, mentre è minima all’equatore, dove la verticale sulla superficie orizzontale è perpendicolare all’asse terrestre e, dove, quindi la “vorticità terrestre” diventa inesistente.

Se paragoniamo ora la vorticità terrestre alla velocità periferica terrestre ci accorgiamo che dove la velocità periferica è massima (1670 km/ora all’equatore) la vorticità terrestre è minima (cioè nulla) e viceversa, dove la vorticità terrestre è massima (0,26 radianti/ora o 15°/ora ai poli), la velocità periferica terrestre è minima (cioè nulla).

2) La vorticità relativa influenzata dalla forza di Coriolis

Orbene, fintanto che tutto rimane fermo e solidale con la terra che ruota, tutto appare normale e nessuno nei diversi luoghi della terra si accorge di nulla, ma se ci sono spostamenti (abbastanza significativi) di un qualsiasi oggetto da un luogo ad un altro della superficie terrestre, gli effetti della rotazione terrestre si fanno sentire, sia che si tratti di un oggetto come proiettile di artiglieria di lunga gittata, sia che si tratti di un oggetto come una massa d’aria o una masse d’acqua oceanica. Gli effetti più evidenti, però, si osservano sui grandi movimenti che hanno una traiettoria prevalente di tipo meridiano cioè nella direzione nord-sud o viceversa.

Come abbiamo visto prima, un oggetto posto all’equatore viaggia, per effetto della rotazione terrestre, da ovest verso est alla velocità di 1670 km/ora. Se questo oggetto si sposta dall’equatore verso nord, la velocità periferica con cui viaggia la superficie terrestre diventa sempre più bassa. Alle nostre latitudini dove la velocità periferica è attorno ai 1250 Km/ora, l’oggetto proveniente dall’equatore, se non ci sono stati fenomeni di attrito che ne hanno rallentato la sua velocità periferica iniziale, ha un surplus di velocità di 420 km/ora cioè di oltre il 30% rispetto alla situazione esistente. Pertanto si trova in anticipo e molto più ad est rispetto al meridiano di partenza. Il risultato è una deviazione verso destra rispetto alla sua traiettoria iniziale. Se, invece, un qualsiasi oggetto si sposta in direzione sud dalle nostre latitudini verso l’equaltore (dove la velocità periferica è maggiore) si ritrova in ritardo e spostato verso ovest rispetto al meridiano di partenza. Anche qui il risultato è una deviazione verso destra rispetto alla traiettoria iniziale.

Gli effetti della rotazione terrestre di un qualsiasi oggetto, e quindi anche delle masse d’aria, in moviemto nel sistema di riferimento sferico rotante della terra, sono rappresentati, in fisica e in meteorologia, da una forza, detta forza di Coriolis (dal nome dello scopritore), che dipende dalla velocità della massa d’aria e dalla latitudine.

Questa forza, che non è reale ma “apparente” (perché appare solo nei movimenti in questo tipo di sistema di riferimento) costringe, in pratica, una massa d’aria che si sposta di latitudine a ruotare verso destra cioè ad assumere una vorticità anticiclonica, che diventa massima all’equatore e minima ai poli.

In genere, le massa d’aria che si muovono sulla superficie della terra, acquistano, o possiedono, per cause legate a processi termodinamici dell’atmosfera, una propria specifica vorticità ciclonica o anticiclonica, che viene denominata “VORTICITA’ RELATIVA” (ciclonica o anticiclonica).

Quindi nei movimenti meridiani delle masse d’aria (dalle basse alle alte latitudini e viceversa) è la “vorticità relativa” che subisce le modifiche (aumento o diminuzione di tipo ciclonico o anticiclonico) per effetto della forza di Coriolis.

3) Gli effetti della conservazione della vorticità assoluta.

Se consideriamo tutta l’atmosfera nel suo insieme, dove sono presenti numerosi e differenti processi di vorticità (ciclonica ed anticiclonica) delle masse d’aria alle varie scale spaziali dei fenomeni meteorologici, i principi della fisica ci dicono che la vorticità complessiva totale dell’intera atmosfera terrestre non può essere superiore alla vorticità assoluta della terra (la vorticità complessiva non si crea e non si distrugge).

Questo significa che la somma della “vorticità terrestre” e della “vorticità relativa” deve risultare pari alla “vorticità assoluta” nella libera tmosfera, dove i fenomeni di attrito sono trascurabili, oppure inferiore alla “vorticità assoluta” negli atrati atmosferici più prossimi al suolo, dove i fenomeni di attrito sono rilevanti. Ma questo significa anche che la variazione di vorticità relativa è correlata con la variazione di vorticità terrestre ed in particolare che nei movimenti meridiani (con cambiamento di latitudine) la vorticità relativa (ciclonica) aumenta quando la vorticità terrestre diminuisce e viceversa.

In definitiva, il comportamento delle masse d’aria, in movimento nella libera atmosfera terrestre, può essere sintetizzato come segue:

– una massa d’aria che si muove DA SUD VERSO NORD, procedendo dalle basse verso le alte latitudini, deve aumentare la propria vorticità anticiclonica oppure diminuire la propria vorticità ciclonica (in pratica, deve acquistare una rotazione in verso orario);
– una massa d’aria che si muove DA NORD VERSO SUD, procedendo dalle alte verso le basse latitudini, deve aumentare la propria vorticità ciclonica oppure diminuire la propria vorticità anticiclonica (in pratica, deve acquistare una rotazione in verso antiorario).

Poichè gli effetti della rotazione terrestre ed i comportamenti delle masse d’aria, nell’emisfero sud della terra, sono perfettamente speculari con quelli analoghi dell’emisfero nord, questa conclusione rimane identica, purchè si scambi il senso di rotazione attribuito alle vorticità, e cioè: la circolazione ciclonica ha verso orario di rotazione e la vorticità anticiclonica ha, invece, verso antiororario.

Dott. Vincenzo Ferrara – ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile)

Il downburst : genesi e dinamica, tecniche di monitoraggio, previsione e analisi meteorologica, confronto tra danni da tornado e da downburst

Il downburst è un fenomeno più comune di quanto si pensi, spesso confuso con il tornado consiste invece in forti raffiche di vento in discesa dal temporale associate in genere a intensi rovesci di pioggia e grandine con visibilità quasi nulla.
Questo lavoro analizza in particolare l’evento di downburst che il 10 agosto 2017 ha interessato parte dell’Emilia-Romagna, del Veneto e del Friuli Venezia Giulia con raffiche che hanno sfiorato in più punti i 160 km/h, ma troverete anche l’analisi di eventi passati con numerose immagini radar, delle nubi e dei danni che permetteranno al lettore di acquisire importanti nozioni relative ad un fenomeno assai insidioso perchè non accompagnato da particolari segnali visibili ad occhio nudo.

A cura di Valentina Abinanti, Nicola Carlon, Francesco De Martin, Alberto Gobbi,Marco Rabito, Pierluigi Randi, Davide Rosa

Scaricate e salvate questo prezioso PDF (basta cliccare il link immediatamente sotto, 150 pagine di didattica pura.

Cibo e clima: il paradigma di Slow Food

«Una delle prime cause del cambiamento climatico è il sistema alimentare, in cui l’agricoltura, la produzione alimentare, il trasporto e la commercializzazione consumano più energia proveniente da carburanti fossili di qualsiasi altro settore industriale». Questo è uno degli assunti principali del Documento di Posizione pubblicato da Slow Food insieme agli appelli per la policy making delle Cop21 di Parigi, 22 di Marrakech e per l’imminente Cop23 di Bonn. E questo è anche il nucleo di uno studio che sarà presentato a breve da Slow Food sotto la direzione del meteorologo e climatologo Luca Mercalli.

 

Jacopo Ghione, Slow Food

Ne abbiamo discusso con Jacopo Ghione, responsabile dei progetti internazionali di Slow Food, dirigente del progetto Arca del Gusto e coordinatore delle campagne Slow Meat e Clima per la fondazione Slow Food per la biodiversità: «Slow Food si impegna da sempre contro la perdita di biodiversità vegetale e animale, le monocolture, l’agricoltura industriale. Abbiamo scelto di affrontare concretamente il tema dell’emergenza sul clima, preoccupati dalla velocità con il quale avviene il cambiamento. Abbiamo deciso di fare attenzione alle interazioni tra clima e sistema alimentare. Non da un punto di vista scientifico, perché non siamo scienziati, ma tenendo in considerazione tutta la letteratura prodotta su questi argomenti e valutandoli dal punto di vista della produzione alimentare e di tutta la sua filiera».

Il 30 per cento delle emissioni di gas serra proviene dai processi per la produzione del cibo e dalla polluzione animale: «Il sistema è quindi vittima, ma anche causa del cambiamento climatico. Non solo. Noi pensiamo che possa anche essere parte attiva della soluzione: Lo studio che presenteremo con Mercalli affronterà proprio alcune di queste soluzioni. Siamo partiti da una vasta letteratura sul tema per proporne le migliori. Penso ai principali impattanti sull’ambiente, come l’uso di derivati del petrolio per i diserbanti. Quello a cui ci siamo paurosamente abituati è un sistema con troppe macchine, un sistema energivoro, che provoca anche un grande spreco di acqua».

«Bisogna lavorare a un modello valido per l’ambiente e per il sociale, vogliamo dire basta alle condizioni dei piccoli produttori, costretti a sottostare ai colossi, con un meccanismo che permette a mere dinamiche di mercato di fare il prezzo. I costi di questo sistema ricadono sulla salute di tutti».

Cosa fare per contrastare questa deriva? «Lavoriamo con i produttori per aiutare e tutelare prodotti a rischio scomparsa, per esempio. E dobbiamo comunicare per sensibilizzare le persone e arrivare al colloquio con gli autori del policy making. Occorre mantenere uno sguardo d’insieme, tenere in considerazione tutta la filiera. Il sistema dei trasporti, quello energetico, l’industria».

La parola chiave può essere “resilienza”? «La resilienza deve essere la qualità principale di quello che chiamiamo “Sistema agroecologico”, che deve contrastare l’attuale sistema industriale. Pratiche agroecologiche ci permettono di lavorare per ridurre le dipendenze dalle fonti fossili, valorizzando le varietà vegetali, tutelando le biodiversità. Produrre un impatto inferiore come risposta alla produzione industriale, salvaguardare le razze autoctone, effettuare una buona gestione dei pascoli, facendo attenzione a un allevamento sostenibile, attento a tutti i dettagli, compresa la gestione dei reflui».

Un cambiamento di paradigma necessario prima dell’apocalisse energetica e ambientale? «È necessario cambiare paradigma per la distribuzione e il consumo, favorire la filiera corta, il consumo critico, l’agricoltura locale. Tornare a rispettare la stagionalità dei prodotti. Non ci concentriamo su un solo aspetto, del tipo:” mangiamo meno carne e più verdure”. Vogliamo presentare un approccio olistico».

Nello studio che presenterete con Mercalli si leggerà del vostro approccio

Esempio della collaborazione tra IndACo e Slow Food

alla conferenza sul clima di Bonn? «Sì, c’è lo studio della letteratura e l’analisi delle relazioni tra cibo e clima. Abbiamo studiato come il cibo subisce un cambiamento in base ai diversi fenomeni come la migrazione climatica, che è un problema sociale di portata mondiale, perché le zone a rischio so già colpite da povertà e malnutrizione. E non hanno grandi responsabilità contro gli sprechi. Potremmo sfamare tutto il pianeta senza produrre di più perché siamo di più, ma cambiando paradigma».

E questo sistema funziona? Proponete dei casi di studio? «Lavoriamo da anni con il progetto IndACo (indicatori ambientali e CO2) del Centro Studi UniSiena dell’Università di Siena. Loro calcolano diversi parametri come la carbon footprint dei prodotti aderenti alla nostra filiera e li paragonano ad altrettanti prodotti di marchi della produzione industriale. L’impatto dei nostri prodotti è sempre minore».

 

Intervista di Andrea Aufieri

Filippo Thiery, favorire il professionismo nella meteorologia

Lavorare perché gli adulti di domani imparino a usare una previsione in modo corretto, Regolamentare un settore che vede svilire i bravi professionisti in favore di bot che propongono previsioni fittizie che sembrano piuttosto degli oroscopi. Da cinque anni il meteorologo Filippo Thiery è presente nella trasmissione «Geo» di Rai Tre, condotta da Sveva Sagramola. Il pubblico apprezza molto le sue previsioni con un taglio sull’impatto degli eventi atmosferici sull’agricoltura, sul dissesto urbano e sulla salute.

 

Filippo Thiery

Thiery si è laureato con lode in Fisica, con indirizzo teorico della materia alla Sapienza di Roma, per avere le basi sul determinismo e i sistemi disordinati e complessi. Si è poi specializzato sulla Fisica dell’atmosfera; ha ottenuto una borsa di studio in Climatologia all’Enea (Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente) e si è poi orientato sulla meteorologia previsionale in ambito operativo, a supporto di enti e istituzioni per l’emergenza e l’allertamento.

Qual è la risposta dell’utenza alla meteorologia spiegata da Thiery? «Le risposte degli utenti di “Geo” sono sempre molto attente, perché spesso sono legate ad attività professionali o di vita collettiva. Se faccio una colata di cemento nel mio vialetto ho interesse a sapere se piove o meno il giorno dopo, perché devo avere almeno 24 ore di bel tempo e non posso buttar via soldi e fatica». E le previsioni generaliste? «Può capitare di prestare un’attenzione “esagerata” a che tempo fa solo per andare a teatro, poi le stesse persone sono distratte se devono fare una scalata o avventurarsi in mare».

Perché è importante una cultura della meteorologia?
«Una cultura della meteorologia è importante soprattutto per l’aspetto emergenziale: bisogna saper leggere una previsione e sapere cosa si può chiedere e cosa no alla meteorologia. Il giorno prima si può dire se una regione viene colpita da un temporale, ma non è possibile determinare precisamente dove il temporale cadrà. La precipitazione ha un carattere di caos deterministico, occorre cautela. E poi l’Italia è un paese geomorfologicamente complesso. Fenomeni meteo ordinari possono avere effetti deflagranti perché, per fare un esempio in ambito urbano, il cemento impermeabile favorisce gli allagamenti. Inoltre bisogna conoscere i comportamenti di autoprotezione. Non tutti sono corretti, la conoscenza a volte non è sufficiente».

Perché tanta diffidenza e comunque tanta morbosità nei confronti di quella che è a tutti gli effetti una scienza? «In altri ambiti, tipo l’astrofisica, non parliamo neanche di previsioni, perché i fenomeni che osserviamo li consideriamo come certezze acquisite. Per quanto riguarda l’atmosfera è esattamente il contrario: l’incertezza domina, per cui ogni tre giorni le previsioni perdono credibilità, anche entro i 5 giorni in caso di alta pressione, ma poi tutto diventa oroscopo».

 

Filippo Thiery, stile divulgativo

I mass media sembrano alimentare, però, una sensazione di rabbia e di impotenza da scaricare sul clima e sulle previsioni. Facciamo ancora una volta l’esempio delle cosiddette bombe d’acqua. Perché? «Il problema del linguaggio è cruciale. Mina alle basi la cultura della meteorologia. Il sensazionalismo distorce l’informazione. Come se, in medicina, ci si abituasse a confondere stomaco, intestino e fegato, perché “tanto è sempre pancia”. La meteo tra tutte le discipline scientifiche subisce questa libertà discriminatoria. Non si può parlare di nubifragio per qualsiasi pioggia. Sarebbe utile capire se l’impatto è amplificato dalle caratteristiche del territorio su cui cade. Pensiamo all’espressione “bomba d’acqua”: è come se chiamassimo bomba in gola una faringite. Il messaggio è fuorviante, perché non sappiamo se una catastrofe si genera perché poi in una città si tombano fiumi o si fanno altre cose rilevanti per questo problema».

La ricetta di Thiery per contrastare questa deriva? «La televisione e i media hanno a che fare con l’immaginario collettivo. Bernacca e Baroni riuscirono a portare al centro del loro linguaggio termini non facili come “isobare”. Questo significa molto. Dovremmo portare queste tematiche anche nelle scuole, dando agli adulti di domani quanto meno le basi per usare una previsione. Non dico introdurre la materia, che può risultare troppo complessa, ma dare le basi. E poi a tutti bisognerebbe far capire di non fidarsi delle previsioni fittizie elaborate da brutti prodotti di previsione automatica, anche perché in Italia il rischio è all’ordine del giorno. Andrebbero proprio evitate».

Quanto lavoro c’è dietro una buona previsione meteorologica? «Per l’elaborazione delle previsioni esiste uno standard internazionale, metodologie collaudate per i professionisti, a differenza degli appassionati che si improvvisano. E poi occorre grande umiltà, mettersi sempre in dubbio, confrontarsi con i colleghi, studiare lo storico di un fenomeno, non dare mai tutta o troppa la rilevanza agli studi elaborati da modelli numerici, perché sono, appunto, elaborazioni. All’utenza interessa passare dai modelli alla previsione vera e propria. Non si tratta di un passaggio banale. Si usano i computer, con tutti i rischi derivanti da un sistema caotico. Qui interviene il professionista che dà un supporto oggettivo, tira fuori la diagnosi (atmosfera attuale) e la prognosi (previsione più affidabile). Non bisogna diventare schiavi del modello, ma usarlo come un chirurgo usa il bisturi: strumento importante, ma se non lo si maneggia bene…».

E poi bisogna rendere tutto questo lavoro un’attività divulgativa. Come ci si riesce? «L’ultimo miglio della comunicazione è importante: occorre non essere autoreferenziali, fare un uso serio della terminologia, della nomenclatura dove necessaria, senza semplificazioni laddove queste siano imprecise. E comunque il più possibile entro i limiti della complessità che il territorio italiano presenta».

Fino a che punto è possibile creare un’educazione dell’audience, evitare di rispondere sempre alla pancia degli utenti? «Parlo della mia esperienza nella rubrica “Geo”. Abbiamo la grande possibilità che la meteorologia ci dà di aprire continuamente finestre sul territorio – quindi vicine all’esperienza quotidiana della gente nei luoghi in cui vive – traendo spunto dagli eventi atmosferici del giorno tramite webcam, foto e video pescati sui social, immagini inviate dai telespettatori, spezzoni di servizi del telegiornale, per raccontare non solo cosa sta avvenendo dal punto di vista della situazione meteorologica, delle previsioni per l’indomani, degli impatti sul territorio e nelle città, dei rischi associati, delle accortezze da prendere, ma talvolta anche per dedicare qualche minuto a pillole di meteorologia e di fisica dell’atmosfera, spiegando il perché di un fenomeno, dall’arcobaleno alla rugiada ai vari tipi di nubi, e così via».

«Provare poi a spiegare con riferimenti concreti concetti più complessi come la fisica che c’è dietro, cogliendo cioè l’occasione per fare della divulgazione scientifica, in ultima analisi per dare un contributo culturale che vada al di là della finalità pratica della rubrica».

Ci hai inviato due video dalla tua rubrica: il primo di una puntata in cui hai approfittato della foto di un fenomeno di illusione ottica particolare come “l’arco circumorizzontale” per spiegare brevemente cos’è e in quali condizioni si forma, e un secondo dedicato, sempre cogliendo l’occasione di aver reperito alcune fotografie molto affascinanti, a spiegare la differenza fra rugiada congelata, brina e galaverna. Un lavoro non da tutti. «La risposta in termini di audience è stata sempre particolarmente positiva, e questa vuole essere un po’ una risposta alla visione – per fortuna minoritaria – di chi sostiene che in televisione si possa parlare al massimo di “cielo sereno” o “cielo nuvoloso”, e che sia fuori luogo già il solo distinguere le nubi cumuliformi da quelle stratiformi perché “alla gente non gliene importa niente, vuole solo sapere se c’è il sole o no”. Per fortuna al giorno d’oggi siamo in parecchi a non pensarla così, e siamo invece convinti che il grande pubblico sia molto più pronto di quanto non si creda a recepire informazioni serie e approfondite».

Come coltivare questa tendenza? «L’Italia è l’unico paese a non avere un servizio nazionale civile per la meteorologia, esiste solo quello militare, e sono così nati molti servizi privati, tanto da essersi creato un vasto arcipelago. In questo contesto frammentato è difficile fare emergere la percezione reale della professionalità degli operatori, che se poi vanno all’estero sono invece accolti per il loro valore. Bisogna scremare le realtà serie da chi approfitta della scarsa regolamentazione del settore perché in questo momento chiunque può aprirsi un sito e fare previsioni amatoriali».

 

Autore: Andrea Aufieri

 

 

Viaggio nell’immaginario e nel linguaggio della meteorologia – Parte II

Riprendiamo il nostro cammino nel linguaggio e nell’immaginario legato alla meteorologia e alla climatologia intrapreso nella prima parte dell’intervista al semiologo e filologo dell’Università del Salento, Carlo Alberto Augieri.

(…)

 

La paura che attraversa la nostra epoca ha cambiato la percezione del nostro rapporto con la natura?

«Con la dimensione tecnologica il tempo non dipende dalla tecnica, ma vi reagisce. Il tempo, potremmo dire, è diventato un rapporto di paura con il mondo, che implica una condanna con l’abuso ecologico del nostro tempo. Potremmo dire che il tempo è legato alla paura ecologica della nostra epoca, una climatologia distopica. Oltre che della bomba atomica l’uomo ha paura del tempo nemico, ritorna l’archetipo del diluvio. L’immagine archetipica del diluvio ha ripreso piede come minaccia del mondo. Mentre nella bibbia era una punizione di dio, oggi è una risposta minacciosa della natura al peccato ecologico. Non c’è più l’aspetto del peccato morale, ma cresce quello ecologico, che consente la ribellione della natura. La natura è umanizzata perché può avere rispondenza di rivolta punitiva verso l’uomo e i suoi soprusi. Il clima diventa uno schermo della nuova paura a livello mondiale: l’apocalisse ecologica che si esprime con la tempesta».

Proprio la comparazione tra la tempesta e l’ espressione “bomba d’acqua” offre degli spunti interessanti anche dal punto di vista antropologico e semantico. Può analizzare queste espressioni?

«Senz’altro. La tempesta è collegata a un insieme di componenti che raggruppati formano il collettivo del clima. La bomba d’acqua è invece proprio l’acqua che diventa minacciosa cadendo dall’alto, causando morte e distruzione. Ma è una qualità trasferita all’acqua. La tempesta implica anche vento, tuono, lampo. La pioggia cade in modo abnorme, violento, massivo. Il suo sconvolgere nell’essere portatrice di rovina assomiglia a una bomba. Sottintende un rapporto di guerra, non più di amore, tra l’uomo e la natura. E a entrare in guerra, che è la peggiore connotazione del rapporto tra umani, non è più l’uomo, ma la natura. Perché si difende dalla tracotanza umana nei confronti della sua maternità. La vecchia idea di natura matrigna viene ad avere una giusta causa, prima era relegata all’idea di destino avverso all’uomo, che ne era innocentemente vittima. Qui ora non c’è un destino nei confronti dell’uomo, ma un’idea di rivolta, di vendetta meritata, di guerra contro di esso. Connotare in questo modo un violento fenomeno, quando l’espressione “bomba d’acqua” può essere usata a proposito, è l’espressione di un autolesionismo da parte dell’essere umano. Perché mentre il destino ha dell’arcano – ricordiamo la natura matrigna del Leopardi – qui ci troviamo invece in un rapporto causa-effetto. La natura non è matrigna, lo diventa. È la vendetta di una madre offesa, che si avventa contro l’uomo che la sfrutta. Diventa così una critica alla società così come si è imposta».

 

Il professor Carlo Alberto Augieri

C’è l’aspetto di un reale cambiamento dei rapporti tra uomo e natura, ma abbiamo sotto gli occhi continui esempi di esasperazione del linguaggio che aumentano in maniera distorta la “percezione del rischio”.

«Come in molti aspetti della vita contemporanea, anche nella meteorologia quotidiana, quella che non descrive davvero fenomeni violenti, la paura effettiva viene esasperata, ma al livello comune c’è sempre una emotività che crea l’iperbole del reale. L’influsso dell’industria massmediatica e del marketing offrono questo spettacolo: destare paura è sempre stato un atteggiamento del potere, perché questo crea l’idea di soccorso e di aiuto. Un dato di fatto è reale: tanta anidride carbonica ha causato uno squilibrio del rapporto entro la composizione dell’atmosfera. Gas serra, effetto serra, realtà. Di fronte alla natura l’uomo continua a sentirsi piccolo, inerme. La nuova globalizzazione del disastro ecologico causa la paura. Chi minimizza dice il vero oppure lo fa per permettere alle industrie di inquinare senza problemi?»

E chi invece produce uno squilibrio informativo, disegnando un fenomeno intenso come una catastrofe?

«Come in tutte le cose il ruolo delle due culture, umanistica e scientifica, è importante. Unite hanno un ruolo critico e forniscono una coscienza critica che sensibilizza a una reale considerazione dei fenomeni atmosferici. I sintomi con cui oggi la natura ci parla devono essere interpretati come un linguaggio della natura che ci invita all’attenzione, al non abuso, al non sfruttamento. L’eco-umanesimo vorrebbe essere un ripristino di quello che ogni utopia ha sempre sognato e sta alla base delle religioni, con l’idea della vita da vivere come un giardino, perché alla natura che fiorisce per l’uomo corrisponda un uomo che custodisca la natura».

Autore Andrea Aufieri

Viaggio nell’immaginario e nel linguaggio della meteorologia – Parte I

Carlo Alberto Augieri è professore ordinario di Critica letteraria e Letterature comparate. I suoi corsi principali sono Critica letteraria ed Ermeneutica del testo e Narratologia all’Università del Salento. Si occupa prevalentemente di teoria e critica letteraria, semiologia, retorica e filosofia del linguaggio. È direttore delle riviste “Symbolon” e “Generazioni di Scritture”. È presidente dell’Osservatorio permanente europeo della Lettura (Università di Siena-Arezzo) e membro della Giunta di Consulta di Critica letteraria e Letterature comparate.

San Vito Chietino (CH) – 17.08.2016 – Angelo Ruggieri

Inauguriamo con una sua intervista in due parti un viaggio nella lingua e nell’immaginario popolare legato alla meteorologia e alla climatologia.

Che cos’è l’immaginario, professore, è perché questo è così legato al tempo, in senso sia cronologico che meteorologico?

Il professor Carlo Alberto Augieri

«L’immaginario parte sempre dalla realtà vissuta, che si trasforma in realtà esistenziale, realtà di desiderio, realtà emozionale. Ecco perché siamo tutti implicati nel tempo, la stessa vita è tempo. Noi pensiamo il tempo e ci pensiamo nel tempo, perché noi siamo tempo. Il tempo non è soltanto esterno, ma interno al nostro vivere. Il nostro modo di agire e pensare è legato alla temporalità. Non saprei vedere un pensiero senza memoria, infatti. Tornando all’immaginario legato alla memoria, il nostro vivere e pensare al mondo è intimamente legato al tempo. Quando uno si pensa, lo fa all’interno di una nostalgia, di un ricordo. Oppure all’interno di una speranza, di un progetto, di un futuro. È temporalità che si fa coscienza».

«Ancora una riflessione sul tempo cronologico. Partiamo da un esempio: l’espressione “perdere tempo” è estremamente legata alla nostra epoca, quando stava nascendo la società mercantile. Prima non si guardava al tempo come qualcosa che si perde o si guadagna. Dobbiamo riflettere sul processo mentale che ha trasformato il tempo come una quantità».

Qual è la differenza con la percezione del tempo meteorologico?

«Il tempo meteorologico era più intrinseco alla vita contadina, dove il lavoro era in stretta connessione con questo. Raccolti e semina erano legati al clima. Vi era una relazione stretta tra natura e cultura, lavoro e produzione agricola. Possiamo dire che la società industriale pian piano ci emancipa dalla dipendenza dal clima. Ora è più in rapporto alla vacanza, lo abbiamo turistizzato o sportivizzato. L’andare o meno in un posto è legato al clima».

Eppure gli italiani hanno un rapporto morboso con la meteorologia. Tra le parole più cliccate negli ultimi anni, Google ha mostrato che le ricerche sulle previsioni meteo da noi superano addirittura la pornografia, regina incontrastata negli altri paesi.

Google Trend: Comparazione tra le ricerche su Meteo e Pornografia

«Mi piace cogliere quello che c’è dentro l’espressività che denota il significato dei parlanti. Molta meteo e meno porno può stare in questa varietà: il tempo di fuori è controllabile e ci fa stare bene nel mondo di dentro; d’estate ci preoccupa la possibilità di passare una giornata di vacanza al sole. Esprimiamo un senso di comodità e arroganza nei confronti del tempo, che deve conformarsi alle nostre abitudini, per cui essere discordanti rispetto al tempo denota squilibri emozionali tra i concetti, per esempio, di famiglia, abitudine, vacanze».

Come si spiega, quindi, questa morbosità?

«Siamo diventati così comodi che la pioggia ci dà fastidio perché ci rovina un’uscita. Si denota una crescita del sentimento accasante che vede appunto le nostre mura domestiche come una protezione dall’esterno, Uscire, trovare, osservare, prevedere la pioggia può in qualche modo estendere questa mentalità troppo domestica e addomesticata, così accogliamo la prevenzione del tempo. Il traffico va in tilt, l’umidità ci mette in crisi, e ci siamo imposti il dovere di star bene, di essere sempre funzionali. La pretesa di essere funzionali ci lega alla schiavitù, al circolo vizioso salute-tempo-lavoro».

Ritornando all’immaginario, lei si sente vittima dei proverbi popolari? “Rosso di sera, bel tempo si spera. Rosso di mattina, la pioggia si avvicina”; “Cielo a pecorelle, pioggia a catinelle”; eccetera…

«Non mi sento vittima, ma mi danno gioia, perché colgo il rapporto soggetto-mondo. E mi ricordo di quella visione della natura come formata non da oggetti, ma da segni. Ne colgo i segnali premonitori, preveggenti dell’immediato futuro. I proverbi sono gli effetti di una mentalità interessante, direi antropo-semiologica nel trasformare i fenomeni della natura in segni temporali. Non solo riguardo al tempo ma nella temporalità dentro al tempo. “Rosso di sera…” segna tempo del futuro attraverso il tempo. “Pioggia a catinelle”: simultaneità. Una lettura bivoca come succedente e come significante di segni che contengono un significato temporale legato al futuro e alla sincronia».

«La capacità di leggere la natura come temporalità mi interessa, perché legata non artificialmente alla natura. Una qualità che l’uomo aveva senza dover ricorrere all’ elemento misuratore. Una mentalità diretta tra uomo e natura che si è persa perché è intercorsa la tecnica. Un rapporto non mediato che possedeva la capacità ermeneutica di significare i segni temporali della natura».

Qualcosa di questo legame è rimasto. Penso al trasferimento sul clima di emozioni umane: la parola “perturbazione”, per esempio.

«Abbiamo trasferito il perturbante, l’animo perturbato, un vocabolo riguardante il sentimento, la condizione psicologica alla natura, al clima. Dire “perturbante” assume una concettualità metaforica che esprime in modo condensativo un’intersecazione traslitterativa tra uomo e natura. In parole semplici: parole come questa sono il sintomo di una intimità tra vita interiore e mondo naturale esterno. Il tempo rappresenta sempre uno scambio tra intimo ed esterno, tra dentro e fuori. Il termine “perturbazione” ne è il sintomo semantico che noi proiettiamo nel tempo meteorologico».

Nel mondo contemporaneo siamo arrivati secondo lei a una specie di esasperazione di questa trasposizione morbosa tra clima e sentimenti umani?

«Più in generale, la terminologia e la semantica riguardante il clima riflettono anche l’epoca storica. Noi oggi vi proiettiamo un senso di paura, quasi di apocalisse. Viviamo, insomma, in un’ epoca del clima impazzito, schizofrenico, che non ha più naturalità di espressione, che ha perduto i segni premonitori, che ha perduto la dimensione causa-effetto in rapporto a ciò che esprime e sarà come tempo atmosferico. Questa schizofrenia ci mette paura, ci sembra che il tempo non è più fatto per l’uomo, la pioggia non è più fatta per l’uomo. Non dimentichiamo un altro aspetto, quale la presenza e l’invocazione dell’elemento divino in rapporto al tempo fisico. Datore del tempo buono e fecondo era sempre il santo patrono o il dio: “Volendo dio che piova”».

Continua nella Parte II

Autore Andrea Aufieri

Teleconnessioni: una guida in PDF da scaricare per comprendere meglio di cosa si tratta

Ripubblichiamo sulla nostra nuova home un validissimo contributo di Marco Magnani riguardo le teleconnessioni, il cui argomento non è tra i più semplici da affrontare per i meteoappassionati che da tanto tempo seguono il forum di MeteoNetwork.

L’obiettivo di “Teleconnessioni – Introduzione Generale” (la dispensa è qui allegata in formato pdf, clikkate sul link al termine del paragrafo) è quello di fornire le prime nozioni basilari in campo teleconnettivo attraverso una forma semplice e sintetica, illustrando schematicamente tutti quegli elementi che entrano in gioco nel momento in cui si compie un’analisi a scala globale, con particolare focus sull’influenza – diretta e indiretta – di questi, nel condizionare l’evoluzione sinottica e climatica dell’area europea e mediterranea.
Teleconnessioni – Introduzione Generale

Il documento risulta così suddiviso:

1) Parte introduttiva e brevi cenni storici, dai primi studi teleconnettivi ai tempi recenti.
2) Elenco delle principali teleconnessioni atmosferiche (NAO, AO, EA, PNA, SCAND, EA/WR, POL, WP, EP/NP)
3) Teleconnessioni oceaniche (ENSO, PDO, AMO, IOD)
4) Teleconnessioni ibride derivanti dal coupling oceano-atmosfera (MJO)
5) Teleconnessioni stratosferiche (QBO).
6) Link utili e fonti web e bibliografiche.
Buona lettura!
Marco Magnani

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